Edifici distrutti dai bombardamenti del governo siriano a Damasco, il 10 febbraio 2016. (Bassam Khabieh, Reuters/Contrasto)

La spartizione della Siria è già cominciata

Edifici distrutti dai bombardamenti del governo siriano a Damasco, il 10 febbraio 2016. (Bassam Khabieh, Reuters/Contrasto)
11 marzo 2016 18:40

L’annuncio che l’opposizione siriana, rappresentata dall’Alto comitato per i negoziati, parteciperà, alla ripresa, alle trattative di Ginevra il 14 marzo è un altro segnale che il processo di pace in Siria potrebbe essersi finalmente sbloccato. Ma la prova più convincente è che la corsa per occupare il territorio del gruppo Stato islamico (Is) è già cominciata.

Com’è stato fatto chiaramente intendere da Stati Uniti e Russia, la trasformazione della Siria in un sistema federale – che di fatto significherebbe la sua spartizione tra il governo di Bashar al Assad, i ribelli e i curdi – sembra attualmente l’opzione più realistica per mettere fine al conflitto. Se i negoziati di Ginevra procederanno, presto arriverà il momento di mettere mano alla carta geografica e decidere il nuovo assetto del territorio siriano.

Dato che l’Is è escluso dalla cessazione delle ostilità in vigore dal 27 febbraio e non partecipa ai negoziati, l’enorme porzione di territorio che ancora controlla in Siria dovrà essere assegnata a qualcun altro, e a decidere sarà soprattutto il controllo sul terreno. Per questo il gruppo jihadista, che per anni è stato risparmiato dagli attacchi delle altre parti in conflitto e ne ha approfittato per espandersi, è improvvisamente nel mirino di tutti.

Un gruppo ribelle appoggiato dagli Stati Uniti e dalla Turchia sta avanzando verso est da Azaz, l’ultima area rimasta in mano ai ribelli a nord di Aleppo, espellendo l’Is da diversi villaggi al confine turco. Dopo essere riuscita a salvare Azaz dall’offensiva congiunta dei curdi e dell’esercito siriano, Ankara vuole occupare la fascia in mano ai jihadisti vicino alla sua frontiera per evitare che cada in mano ai suoi avversari.

Di fronte alla strenua opposizione della Turchia, i curdi sembrano aver rinunciato a riunire l’enclave di Afrin a nord di Aleppo con il resto del Rojava e stanno invece avanzando a sud verso Raqqa e la valle dell’Eufrate. Se riuscissero a raggiungere Deir Ezzor, in mano all’esercito siriano, taglierebbero la principale linea di collegamento con i territori controllati dall’Is in Iraq e si garantirebbero il controllo di quasi tutta la Siria a est dell’Eufrate.

Intanto l’esercito siriano ha lanciato un’offensiva per riconquistare Palmira con il sostegno dell’aviazione russa, ed è ormai alla periferia della città. Se l’attacco dovesse avere successo, l’avanzata potrebbe proseguire fino a Deir Ezzor, assediata dall’Is da quasi un anno. In questo modo il governo potrebbe rivendicare il controllo di tutta la parte centrale della Siria.

Per scongiurare questa ipotesi, negli ultimi giorni un gruppo ribelle chiamato Nuovo esercito siriano, armato e addestrato dagli Stati Uniti, è entrato dalla Giordania nel sudest della Siria per cercare di ricongiungersi con la sacca in mano ai ribelli a est di Damasco e interrompere un’altra importante via di collegamento con l’Iraq.

Se il cessate il fuoco reggerà, il califfato potrebbe collassare rapidamente

Sulla carta il territorio in mano all’Is sembra ancora enorme, ma si tratta soprattutto di aree desertiche dove un’offensiva appoggiata dall’aviazione può procedere molto rapidamente. Sul terreno il gruppo appare sempre più debole. L’interruzione di molti canali di finanziamento e approvvigionamento sta avendo i suoi effetti, ed emergono notizie di scontri interni e defezioni. Le sue ultime controffensive sono state respinte con gravi perdite e il suo leader militare Omar al Shishani sarebbe stato gravemente ferito in un bombardamento statunitense.

Se il cessate il fuoco reggerà e i curdi, i ribelli e l’esercito siriano non ricominceranno a combattersi tra loro, la metà siriana del “califfato” potrebbe collassare rapidamente ed essere ridotta a una serie di sacche di resistenza isolate. A quel punto l’attenzione si sposterebbe verso i suoi territori in Iraq, dove il governo si prepara a lanciare l’offensiva per riconquistare Mosul, e in Libia, il che spiega in gran parte la fretta dei preparativi per l’intervento militare occidentale nonostante lo stallo politico.

Ma soprattutto, la ragione ufficiale della convergenza tra Stati Uniti e Russia verrebbe meno e si capirebbe fino a che punto esistono le basi per una soluzione politica in Siria. A prescindere dagli accordi tra le potenze esterne, la pacificazione del paese sembra ancora molto lontana, come dimostrano le manifestazioni contro Assad che hanno ricominciato a svolgersi ogni venerdì nelle città in mano ai ribelli. Inoltre nella provincia di Idlib cominciano a emergere le tensioni tra i gruppi laici e moderati che hanno aderito al cessate il fuoco e il Fronte al nusra e i suoi alleati, che ne sono invece esclusi. Anche senza lo Stato islamico, la pace in Siria è ancora una prospettiva molto distante.

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