23 novembre 2016 16:47

È un déjà vu, non illusorio ma reale. Un disco rotto, quasi. Perché la storia sembra ripetersi, tale e quale, circa. A Milano, in via Padova: la strada più multietnica, e popolare, della città. Una riga di asfalto lunga quattro chilometri che da piazzale Loreto arriva fino alla tangenziale Est, portando dalle vetrine dello shopping situate quasi in centro fino ai campi coltivati a orto dell’estrema periferia.

Il quartiere – molto simile a un salotto all’aperto dove la gente si incontra, chiacchiera e si conosce (e, sì, anche litiga e delinque) – è quello con la più alta concentrazione di negozi e conta circa 36mila abitanti, di cui quasi un terzo stranieri: filippini, cinesi, egiziani, peruviani, senegalesi, romeni, marocchini e indiani, soprattutto. Per un totale di circa 150 diverse etnie. Persone arrivate a partire dagli anni ottanta, e andate a vivere nelle abitazioni spesso fatiscenti degli italiani (di solito non milanesi) che le hanno precedute.

Questa strada, infatti, ha sempre accolto tutti: i primi a trasferirsi in zona, agli inizi del novecento, sono stati i brianzoli, i bergamaschi e i mantovani. Poi, dopo la seconda guerra mondiale, c’è stata l’ondata dei meridionali e dei veneti. Molti di loro negli anni se ne sono andati, rimpiazzati – soprattutto ultimamente – anche da alcuni intellettuali e artisti. Che, pur non ignorando le problematiche del luogo, lo hanno scelto: perché lo considerano vivo, vero e stimolante.

È il quartiere più europeo di Milano, ricorda la Londra dei Beatles ma viene vissuto come un problema di ordine pubblico

In effetti solo qui, a Milano, è possibile immergersi in una tale mescolanza di culture: fuor di metafora, ne vedi di tutti i colori, ne senti di tutte le lingue, ne annusi di tutti gli odori e ne gusti di tutti i sapori. Anche perché molti negozi italiani, in procinto di chiusura, sono stati rilevati da commercianti stranieri: che, riportando in vita queste attività, hanno ridato vita nel quartiere. Cambiandone, e arricchendone, l’atmosfera: così che si ha l’impressione di fare quasi il giro del mondo, solo percorrendo via Padova. Una strada che potrebbe diventare il nostro East End milanese, e rappresentare un modello di convivenza. Ma che spesso viene descritta come il ghetto, la casbah, il Bronx o la banlieue italiana più disastrata.

Federico Riccardo Chendi, uno dei soci dello Spazio Ligera – locale che si trova proprio a metà della via, di fronte alla Casa della cultura islamica – aveva detto: “È il quartiere più europeo di Milano, ricorda la Londra dei Beatles ma viene vissuto come un problema di ordine pubblico”. Il suo commento si riferiva a quello che stava succedendo nel 2010, quando era sindaca Letizia Moratti, e che sembra riproporsi adesso. Come se nulla, negli anni, fosse cambiato.

All’epoca, sulla linea 56 – l’autobus-babele che percorre quasi tutta la strada – un diciannovenne egiziano e un trentenne dominicano, residenti altrove, avevano litigato perché uno aveva pestato i piedi all’altro. Erano scesi alla prima fermata, e il dominicano aveva ucciso con una coltellata l’egiziano. Il cadavere era rimasto riverso sul marciapiede per ore, provocando lo sconcerto e la rabbia di un gruppo di magrebini, che aveva ribaltato e fracassato auto e vetrine. La protesta era stata chiamata rivolta, e paragonata a quelle delle banlieues parigine: nonostante qui “i problemi di ordine pubblico” nascessero da altre motivazioni, fossero durati solo poche ore e avessero coinvolto un breve tratto di strada.

La risposta politica, anche se l’omicida e la vittima non abitavano nella via ma erano solo passeggeri in transito, era stata quella di decretare il coprifuoco nel quartiere: la chiusura anticipata dei negozi aveva svuotato le strade poco dopo il tramonto, rendendole realmente pericolose, mentre la zona veniva messa sotto assedio, questa volta non dai manifestanti stranieri ma dalle forze dell’ordine italiane. Vigili, poliziotti e militari – inguainati nelle loro divise, armati di manganelli e pistole e inscatolati dentro auto, camionette e blindati – rastrellavano il quartiere, per ripulirlo: come se i rifiuti da raccogliere fossero quelli umani.

Intanto la via assumeva un aspetto alla Blade Runner (anche se non pioveva sempre, per fortuna): non era ancora morta, ma certo non stava molto bene. E a curarla c’erano, e in questi anni ci sono stati, solo gli abitanti, i commercianti e le innumerevoli associazioni di zona: da cui tra l’altro è nato lo slogan, diventato un comitato e una festa, “Via Padova è meglio di Milano”. Perché in effetti lo è, o perlomeno potrebbe esserlo: se solo non si mettesse un cerotto a coprire un’infezione, che così facendo invece di guarire peggiora.

La sparatoria a piazzale Loreto
Come pare stia per succedere anche ora, dopo la sparatoria avvenuta il 13 novembre in piazzale Loreto che ha coinvolto un gruppo di sudamericani e che ha portato alla morte di un trentasettenne dominicano. La reazione delle istituzioni è stata quella di indire immediatamente un vertice sulla sicurezza, a cui ha partecipato anche il ministro dell’interno Angelino Alfano che ha dichiarato: “A Milano, per supportare le forze dell’ordine che già operano a livelli eccellenti, verranno inviati centocinquanta militari in più, così che il loro numero totale arriverà a ottocento”.

Dunque, sono cambiati i tempi e pure le giunte comunali, ma ogni volta che accadono fatti di cronaca nera in questa zona l’unica logica adottata è quella dell’emergenza, che porta sempre alla stessa “soluzione”: militarizzare i quartieri a rischio, come se questa fosse la panacea di tutti i mali. “Con il terrore non si ottiene nulla da nessun animale qualunque sia il suo grado di sviluppo”, diceva Michail Bulgakov.

Evidentemente, c’è chi continua a non pensarla così: “L’esercito”, ha spiegato il sindaco Beppe Sala, “servirà per il ‘presidio dei luoghi sensibili’ in modo da liberare la polizia locale, che potrà essere impiegata altrove”. Per esempio, in altre aree ad alto tasso di immigrazione. Come la stazione Centrale. O porta Venezia, e i suoi giardini: dove qualche giorno fa due vigili mi hanno fermata, mentre stavo correndo: “Che c’è?”, gli ho chiesto. “Multa per eccesso di velocità”, mi hanno risposto. Simpaticissimi. E soprattutto, in questo caso, davvero utili. “Crediamo nell’utilizzo delle pattuglie miste”, ha continuato il sindaco, “e i militari in più porteranno a rinforzarle nelle vie più difficili e nei luoghi di aggregazione”.

A Sala hanno risposto, con una lettera, i docenti volontari della scuola per immigrati di Villa Pallavicini, situata quasi alla fine di via Padova, che da anni lavorano con gli stranieri cercando di migliorare le loro condizioni di vita, in un’ottica di scambio e di accoglienza: “Degrado e abbandono non si battono con le camionette: abbiamo bisogno di banchi e di sedie, non di divise”, hanno scritto. Perché la presenza dei soldati, utilizzati come spaventadelinquenti, certo non risolve la criminalità: agisce (nella migliore delle ipotesi) sui suoi effetti, senza però eliminarne le cause. Al massimo è un palliativo, o un’operazione di facciata. Che non risana le ferite: ovvero le sacche di degrado e di emarginazione, abbandonate da tempo a se stesse e lasciate prosperare fino alla loro degenerazione.

Nel frattempo, per il 30 novembre, presso lo Spazio Ligera, è stato organizzato l’evento “Rigenerare via Padova fino in fondo” con l’intento di valorizzare tutte le realtà e le esperienze positive che in questa zona esistono, e che spesso non sono in contatto fra loro: “Perché via Padova non è il paradiso, ma neanche quell’inferno che qualcuno, per ragioni strumentali, vuole dipingere”, spiegano gli organizzatori. Questa iniziativa, come molte altre che sono nate e che stanno nascendo, parte ancora una volta dal basso, in attesa che magari ne arrivino – di davvero efficaci e non di superficie – anche dall’alto: in molti le aspettano, da tempo.