Il tricolore di guerra che divide l’Italia

25 maggio 2015 16:52

L’Italia è un paese in cui si litiga perennemente su tutto, dalla scuola al calcio. E per scatenare beghe infinite bastano spesso motivi insignificanti come l’invito (non propriamente logico) di Matteo Renzi di esporre il tricolore il 24 maggio, giorno in cui un secolo fa l’Italia entrò nella prima guerra mondiale. Nel Trentino-Alto Adige i due presidenti di provincia si sono chiamati fuori.

A Trento, Ugo Rossi si è inventato una furbizia: “Farò esporre la bandiera a mezz’asta perché ogni guerra è una sconfitta dell’umanità”. L’idea era stata lanciata dai Verdi: “La tragedia rappresentata dalla prima guerra mondiale, indifferentemente se si appartiene alla schiera dei vincitori o dei perdenti, può essere ricordata solo con una bandiera issata a lutto”.

A Bolzano, il presidente Arno Kompatscher ha rispedito l’invito al mittente: “La decisione del governo di imporci di esporre il tricolore per ricordare in questo modo l’inizio del conflitto è incomprensibile e sbagliata. Ma faremo il minuto di silenzio per ricordare i caduti”. Sofferta anche la decisione del sindaco di Bolzano, Luigi Spagnolli, che nel giorno del ballottaggio (vinto) contro il candidato della destra ha deciso anche lui per la bandiera a mezz’asta. Si agita l’irredentista Eva Klotz, per la quale “l’imposizione coloniale è un atto imperialista grave.” E si agita Giorgia Meloni, che definisce “squallidi personaggi” i presidenti Rossi e Kompatscher, invitandoli alle dimissioni ed esortando gli altoatesini dissenzienti ad andarsene in Austria.

Lo storico Hannes Obermair, direttore dell’archivio comunale di Bolzano, è critico con la decisione del governo: “Una bandiera messa così, da sola, è muta. Non capisco bene la logica. Perché ricordare un’entrata in guerra e non solo l’uscita?”. Nella dicussione accesa irrompe la ministra alla difesa Roberta Pinotti con una specie di ordine militare: “La bandiera va esposta”. Non si tratterebbe di una celebrazione, ma di memoria: “Il tricolore significa l’unità del paese anche di fronte alla guerra”.

Lo storico Andrea Di Michele ricorda che la decisione di entrare in guerra “fu in pratica un colpo di stato. Il re e il primo ministro presero la decisione esautorando il parlamento e passando sopra l’opinione pubblica molto divisa”. E Gian Antonio Stella ricorda sul Corriere della Sera che per gli schützen trentini Cesare Battisti non era un eroe, ma un traditore. In Italia il richiamo all’unità è un atto puramente retorico.

Perché, a differenza di altri paesi come Francia o Germania, non si è mai formato un sentimento di identità nazionale che lega i cittadini a prescindere da dialetti e convinzioni politiche. Quattro anni fa i festeggiamenti per i 150 anni dell’unità d’Italia hanno avuto un’accoglienza molto tiepida. Il Veneto cerca di varare una legge per un referendum sulla secessione, la Lombardia ha approvato un voto popolare per chiedere più autonomia, in Trentino-Alto Adige alcuni partiti chiedono l’autodeterminazione e in Sicilia esiste un movimento per l’indipendenza.

Sono passati 170 anni dalla famosa frase di Metternich che l’Italia fosse solo “un’espressione geografica” e 154 anni dall’unità del regno. Ma non sono certo bastati per formare un’identità comune che unisca nel tricolore il contadino friulano e il pescatore siciliano.

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