Roberto Calderoli in Senato a Roma, il 21 gennaio 2015.

Calderoli prova ad affogare la costituzione italiana in un algoritmo 

Roberto Calderoli in Senato a Roma, il 21 gennaio 2015.
01 ottobre 2015 10:30

Non c’era nessun bisogno di un ulteriore assaggio delle follie politiche in Italia. Quindi non desta stupore che l’artefice dell’ultimo eccesso sia il leghista Roberto Calderoli, che al senato ha presentato 85 milioni di emendamenti alla riforma costituzionale, la cui sola lettura richiederebbe decenni. A produrli non è stato certamente Calderoli, ma un algoritmo.

In nessun parlamento sono immaginabili iniziative aberranti di questo tipo. Così il presidente del senato Pietro Grasso ha dichiarato “irricevibile” l’onda anomala di emendamenti, e le opposizioni – Lega e Movimento 5 stelle in testa – sono salite sulle barricate, gridando al “pericolo per la democrazia”. Ma sono rimasti altri 400mila emendamenti da votare, una cifra che in altri parlamenti europei non viene raggiunta neanche in dieci anni. Calderoli ha paragonato Grasso al marchese del Grillo, paventando il rischio di una svolta autoritaria.

Altrove le cose si concretizzano, in Italia si continua a parlare

La lista delle scenate penose del dentista bergamasco è ormai lunghissima. Nel 2006 si presentò in tv con una maglietta contro Maometto, scatenando violente proteste in molti paesi islamici. In Libia i dimostranti assalirono il consolato italiano e una chiesa. Calderoli fu costretto a dimettersi da ministro delle riforme costituzionali. Solo un anno dopo la sua proposta di indire un “maiale day” fu accolta con sdegno dalla comunità islamica.

In televisione Calderoli ha insultato la giornalista palestinese Rula Jebreal: “Non rispondo a quella signora abbronzata”. Nella villa Reale di Monza il solerte leghista ha aperto una sede distaccata per “quattro ministeri del nord”. Come ministro ha avuto una scorta personale di otto poliziotti, quattro a Roma e quattro a Bergamo. Un altro presidio fisso di otto agenti sorvegliava la sua villa.

Nel 2010 nel cortile di una caserma dei vigili del fuoco ha acceso un falò con le “350mila leggi” da lui abrogate nel suo ruolo di ministro alla semplificazione. Ma il numero complessivo di tutte le leggi in Italia è stimato in circa 150mila. Nel 2013 il leghista, che definisce gli immigrati “bingo bongo”, paragona la ministra all’integrazione Cécile Kyenge a un “orango”.

In senato la Lega ora chiede “più tempo per discutere la riforma”. Una riforma che è in parlamento da 18 mesi e che ci rimarrà almeno per altri sei, per essere sottoposta tra circa un anno a un referendum. Una legge il cui dibattito dura già da settimane e che impegnerà senato e camera ancora a lungo. Una riforma su cui il parlamento discute da 35 anni senza risultati concreti. Per dieci giorni assisteremo a una lotta tra tagliole e “canguri”, con scene isteriche e accuse reciproche.

È questa la differenza tra l’Italia e molti altri paesi europei: mentre altrove le cose si concretizzano, in Italia si continua a parlare: nel parlatoio piú costoso
d’Europa, per varare una legge ci vuole un tempo record di quasi 300 giorni.

Subito dopo comincerà il dibattito sulla legge di stabilità, che in Gran Bretagna viene varata in cinque minuti e in Italia in cinque settimane. Con rissa infinita.

A Matteo Renzi si possono rivolgere tante critiche, ma ha capito una cosa essenziale: in un paese dove da decenni, tra tagli alla mortadella e orate sventolate, ogni riforma viene sistematicamente svuotata, non bisogna fermarsi neanche davanti a una valanga di 85 milioni di emendamenti.

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