Thom Yorke e Jonny Greenwood durante un concerto a Londra, l’8 ottobre 2012. (Samir Hussein, Referns/Getty Images)

Il nuovo album dei Radiohead è un canto d’amore e resistenza

Thom Yorke e Jonny Greenwood durante un concerto a Londra, l’8 ottobre 2012. (Samir Hussein, Referns/Getty Images)
09 maggio 2016 14:35

La musica dei Radiohead è un atto di resistenza. È il canto di chi si trova intrappolato in un mondo che sta andando a pezzi, ma nonostante tutto si ostina a cantare. Ascoltando le canzoni del gruppo di Oxford, viene quasi da pensare ai protagonisti della Strada, il romanzo di Cormac McCarthy nel quale un padre e un figlio cercano di sopravvivere dopo una catastrofe che ha quasi distrutto la Terra. La tragedia che li circonda è evidente, quasi inevitabile. Ma nonostante questo loro “portano il fuoco”, simbolo di un ultimo barlume di umanità.

Le canzoni dei Radiohead sembrano uscite da un mondo del genere, dove apparentemente c’è poca speranza. Hanno sempre avuto sullo sfondo una tragedia, reale o immaginaria. Se all’inizio della carriera c’era l’alienazione sociale di Creep, in seguito sono arrivati la globalizzazione, il capitalismo selvaggio e i cambiamenti climatici. Ma la via d’uscita, l’antidoto all’inevitabile, c’è sempre.

Anche il nuovo album del gruppo, che si intitola A moon shaped pool ed è fatto di undici canzoni disposte in ordine alfabetico, non sfugge alla regola. Solo che a tutte queste catastrofi se ne aggiunge un’altra: la fine di un amore. Thom Yorke, il cantante del gruppo, nel 2015 si è separato dalla compagna Rachel Owen, con la quale ha anche due figli.

A moon shaped pool è un disco che, almeno dopo i primi ascolti, sembra risentire profondamente di questa vicenda personale, oltre che del fatto che i Radiohead si avvicinano ai cinquant’anni e sembrano avere un approccio molto più controllato alla loro musica. È un album intimista e grigio, come la sua copertina, avvolto in una rarefazione e una malinconia profonda che rimandano alla luna citata nel titolo, ma cercano comunque di venirne fuori.

L’album è stato registrato (almeno in parte, il gruppo non l’ha ancora chiarito) nello studio La Fabrique, in Provenza. È disponibile sul sito della band, sui servizi di streaming Apple Music e Tidal ma non su Spotify. È stato anticipato da una campagna di marketing virale, che ha portato la band a cancellare tutti i suoi post sui social network.

La prima cosa che colpisce è che, musicalmente, non c’è quasi niente di nuovo rispetto al passato. La scrittura dei pezzi è molto “tradizionale”. Diversi brani risalgono a tanti anni fa. Uno, True love waits, addirittura agli anni novanta. Ci sono molti archi, suonati dalla London Contemporary Orchestra, poche chitarre elettriche e diversi passaggi che sembrano usciti da una colonna sonora anziché da un disco pop rock. Non è una sorpresa: Jonny Greenwood, il chitarrista e principale arrangiatore della band, in questi anni ha scritto le musiche per diversi film, in particolare per il regista statunitense Paul Thomas Anderson. E sono forti le influenze di compositori come Philip Glass, Krzysztof Penderecki e Béla Bartók, dei quali Greenwood è un grande estimatore.


Il disco si apre con il ritmo marziale del singolo Burn the witch, una canzone costruita su un tappeto di archi e drum machine. Partendo dall’immagine del rogo della strega, i Radiohead criticano il conformismo della società contemporanea. A parte l’assenza di chitarre, sembra un pezzo di Ok computer, soprattutto per il modo in cui canta Yorke.

Il pezzo successivo, Daydreaming, è il vertice emotivo e compositivo dell’album. Una meravigliosa ballata lunare, che si regge sul pianoforte e sulla voce sussurrata di Yorke, ai quali Greenwood contrappone archi dissonanti. Anche qui, alla tragedia esterna, lo stato di salute della Terra, si mescola quella interiore (la frase che si sente sul finale, suonata al contrario è “Half of my life”, un altro riferimento alla fine della relazione con Rachel).


Il disco prosegue con una discreta varietà. La pinkfloydiana Decks dark ricorda da vicino le atmosfere di Hail to the thief e ricorda certe canzoni di Serge Gainsbourg. Desert island disk è un pezzo semiacustico di atmosfera, che fa pensare a certe ballate di Bert Jansch. Ful stop, uno dei momenti più complessi e affascinanti del disco, è l’ennesimo atto d’amore dei Radiohead nei confronti dell’elettronica degli Autechre e del krautrock di Neu! e Can. Notevole il cambio ritmico che spacca in due il brano.

Tra i pezzi migliori c’è anche Identikit, già proposta dal vivo negli scorsi anni, uno degli episodi più barocchi. Al primo ascolto lascia indifferenti, ma poi cresce tanto, anche grazie alle tessiture chitarristiche di Greenwood e O’Brien, e a uno strano coro un po’ da messa cantata.

I detrattori dei Radiohead li accuseranno di aver fatto un disco manierista. Ma non è così

Un altro brano notevole è The numbers, canzone di protesta ambientalista con un arrangiamento molto raffinato e citazionista. Qualcosa a metà strada tra gli Emerson, Lake & Palmer e Nina Simone. Qui Yorke sfodera una delle migliori performance vocali degli ultimi anni e la London Contemporary Orchestra fa di nuovo capolino nel finale. Sarà uno dei punti di forza dei prossimi concerti della band.

Tra i ritmi samba di The present tense, altro pezzo dal sapore ecologista, e la psichedelia di Tinker tailor soldier sailor rich man poor man beggar man thief, si arriva alla conclusione. Per il finale i Radiohead si sono riservati un piccolo colpo di teatro.

True love waits è un pezzo che i fan del gruppo aspettavano da tempo. Risale alla metà degli anni novanta e in questi anni è stata riproposta varie volte dal vivo (bellissima la versione acustica del 2001 finita nel disco dal vivo I might be wrong: live recordings). Ai tempi fu scritta proprio per l’ex compagna Rachel. Come spesso capita, al momento della registrazione definitiva i Radiohead hanno lavorato per sottrazione, lasciando meno strumenti possibili. Si sentono quasi solo voce e piano, oltre a qualche loop elettronico. In questo modo la canzone viene fuori in tutta la sua struggente malinconia. E ricongiunge definitivamente la tragedia collettiva a quella privata.

I detrattori dei Radiohead li accuseranno di aver perso l’ispirazione e di aver fatto un disco manierista. Non è così: A moon shaped pool è un gran bel disco, un’autorevole rivendicazione dell’identità musicale della band.

E forse è il caso di cambiare prospettiva sulla band di Oxford. Ogni disco non può essere una rivoluzione, un ribaltamento delle prospettive. Thom Yorke e compagni semplicemente continuano fare musica di grande qualità. E soprattutto non smettono di portare il fuoco, vagando in un mondo in frantumi per tenere viva la loro umanità.

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