28 aprile 2022 16:30

Era da tempo che un gruppo rock non raggiungeva un consenso trasversale di pubblico e critica come gli irlandesi Fontaines D.C. La giovane band di Dublino (D.C. sta per Dublin city) guidata dal cantante Grian Chatten è arrivata alla maturità con il suo terzo disco, intitolato Skinty fia, un’antica espressione irlandese che significa “la dannazione del cervo”. È un album malinconico, intriso di riflessioni sull’identità irlandese.

Nonostante i Fontaines D.C. vivano a Londra da un paio di anni, restano dei jackeen, termine dispregiativo usato dagli inglesi per identificare le persone di Dublino. E la loro inquietudine è il motore di queste canzoni, come l’ottima Jackie down the line (che musicalmente è un omaggio agli Smiths di Bigmouth strikes again) e l’ammaliante Roman holiday (che invece sembra uscita da Urban hymns dei Verve). Merito anche dei testi del cantante Grian Chatten (un’autorità in materia come Kae Tempest l’ha definito “un poeta”) e di un suono che si inserisce nel solco del post-punk ma si sta aprendo sempre di più verso una dimensione cantautorale, come dimostra l’introspettivo brano di apertura In ár gCroíthe go deo, ispirato alla battaglia legale di una donna per mettere sulla lapide della madre nel cimitero inglese di Exhall un’iscrizione in irlandese, la lingua d’origine della madre, nonostante l’opposizione della chiesa anglicana. È un pezzo quasi senza chitarre, con un inizio sospeso prima dell’ingresso spartiacque della batteria, nel quale la voce di Chatten è accompagnata da un coro quasi liturgico.

Il pezzo migliore del disco forse è I love you: all’inizio sembra una lettera d’amore un po’ dark (con tanto di chitarre alla Cure del periodo Disintegration), poi diventa un’invettiva politica che tira in ballo la crisi abitativa, l’emigrazione dei giovani irlandesi e il conservatorismo dei principali partiti dell’isola come il Fianna Fáil e il Fine Gael.

A un certo punto Chatten evoca un caso di cronaca nera che negli ultimi anni ha scosso il suo paese: “But this island’s run by sharks with children’s bones stuck in their jaws”, quest’isola è gestita da squali con ossa di bambini conficcate nelle loro fauci. Si riferisce alla scoperta della tomba comune di Tuam, nella contea di Galway, vicino a una vecchia casa per ragazze madri gestita dalle suore nella prima metà del novecento. In quella struttura, secondo le ricostruzioni, sarebbero morti centinaia di bambini, molti dei quali rimasti senza sepoltura.

La scrittura di Chatten viaggia sempre su più livelli: è profonda, ma senza mai sacrificare l’accessibilità. I love you è un brano bellissimo, nato sulla scia di una nobile tradizione di canzoni sull’Irlanda (Bad e Please degli U2, per esempio). E apre la strada al conclusivo Nabokov, nel quale Chatten canta come un Ian Brown della generazione Z sopra un tappeto di chitarre post-rock.

I Fontaines D.C. avevano già fatto intravedere ottime cose nei primi due album, Dogrel e A hero’s death, ma con Skinty fia si sono consacrati. Questi brani sono meno rabbiosi, non sono un pugno in faccia come Sha sha sha e Too real, ma s’insinuano sotto pelle e lasciano un solco più profondo. Musicalmente la band tende al citazionismo, a volte troppo, ma la personalità e i testi elevano la qualità complessiva del gruppo. E potrebbero garantir loro una longevità che non era scontata all’inizio della carriera.

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