Come salvarsi la vita con la musica

13 dicembre 2014 11:08

La storia del mondo e mia nonna mi hanno insegnato che senza la musica saremmo soli come le statue.

I pigmei aka cantano da almeno 2.300 anni prima della nascita di Cristo. Vivono nella foresta pluviale tra la Repubblica Centrafricana e il Congo. Mangiano piante e radici, cacciano piccoli animali, dedicano a queste attività non più di due ore al giorno. Per il resto del tempo ballano, decorano il loro corpo e cantano. Lo hanno fatto fino alla fine del 1800, quando studiosi e colonizzatori li hanno distratti con le loro curiosità di maschi bianchi occidentali. Hanno scoperto che gli aka non conoscono né l’agricoltura né la caccia né la lavorazione del metallo, così come non conoscono strutture piramidali della società né violenza né suicidi. Le liti si risolvono con scambi feroci di insulti e giochi di parole, ma anche questa è una perdita di tempo, una scocciatura che li allontana dalla ragione per cui sono venuti al mondo, cioè la musica, cioè il canto.


Mia nonna è nata e cresciuta, si è innamorata fidanzata e sposata, ha accudito i genitori, ha fatto dei figli, è invecchiata e morta nella stessa casa di un piccolo paese in provincia di Agrigento. Non ci sono mai stati motivi sufficienti perché scavalcasse il perimetro di qualche chilometro quadrato in cui aveva racchiuso la sua vita.

Con mio nonno si erano scambiati degli sguardi a tredici anni, poi lui era andato a casa sua con il cugino e il padre a chiedere di sposarla, lei era stata messa al corrente della cosa ad accordi ormai presi con i suoi genitori. Pochi mesi dopo fu spedito in Africa con l’esercito di Mussolini, fu catturato dagli alleati e portato in un campo di lavoro in Inghilterra. Ci rimase tre anni, e per tutto il primo non riuscì a mettersi in contatto con la famiglia. La madre allora fece una cosa che solo una madre disperata del meridione può fare, scrisse al papa, pretendendo una risposta. Arrivò un telegramma, e con parole che alleggerirono il cuore a tutti: il ragazzo era vivo ancorché prigioniero.

La prima e unica lettera che riuscì a inviare a casa conteneva qualche riga di rassicurazione per la madre e una poesia per la ragazzina a cui si era dichiarato prima di partire per la guerra. Nella poesia raccontava di com’era stato fatto prigioniero, di come la vita fosse asciutta e feroce al campo, e di come facesse a sopravvivere: pensandola fino a riscaldarsi le ossa.

La madre di mia nonna era dell’avviso che il mittente le stava facendo perdere tempo: non era sicura che ritornasse vivo, e disperava che ritornasse prima di qualche anno, il che significava che sua figlia sarebbe stata ormai una vecchia, perciò provava a piazzarla ad altri uomini. Mia nonna disse sempre di no. Mio nonno fu liberato a guerra finita e tornò a casa attraversando l’Europa con mezzi di fortuna.

Quando comparve sull’uscio di casa nessuno lo riconobbe: era un barbone secco e sfinito e malato. Ci mise settimane a riprendersi, il tempo di rimettersi in piedi e portare mia nonna all’altare. Sono rimasti insieme per tutta la vita, e non c’è stato giorno in cui non abbiano ricordato quella poesia scritta da un campo di prigionia inglese. Negli ultimi tempi, mio nonno ormai rinchiuso in una bolla d’incoscienza dovuta al morbo di Parkinson, quella poesia si è trasformata in una canzone. Ogni sera, prima di addormentarsi, chiedeva a sua moglie se per caso potessero dire una preghiera, e si mettevano a recitare la poesia in una specie di cantilena singhiozzante che dopo poco perdeva le parole e conservava solo la musica.

Mia nonna ha seppellito mio nonno e dopo qualche mese si è permessa il lusso che le era mancato per tutta la vita, cioè si è ammalata. Sulla sedia a rotelle diceva di essere stata felice, di esserlo ancora e che lo sarebbe stata ancora di più da morta perché avrebbe rincontrato il suo sposo. Cantava, la poesia e altre cose che non le avevo mai sentito uscire dalla bocca.

Di storie così è piena la musica. La seconda fa parte del mio lessico familiare, la prima l’ho letta in Con la musica di Pietro Leveratto (Sellerio, 340 pagine, 16 euro). Un libro che ha la grazia dell’intelligenza colta e mai noiosa, spesso inaspettata, sempre curiosa. Leveratto è nato a Genova nel 1959 e fa il contrabbassista di jazz. Compone e arrangia e insegna al conservatorio: ma sopratutto racconta la musica come pochi in Italia sanno fare. In questo libro costruisce un piccolo manuale di sopravvivenza grazie a spartiti storie e canzoni.

Nel gran rosario di lamentazioni quotidiane, individua malattie vere e verissime ipocondrie. Ha balsami per la tosse (Looney tunes theme di Carl Stalling) e cure per i daltonici (Blue in green di Miles Davis); consigli per diete iperproteiche (Doxy di Sonny Rollins) e ricette contro lo shopping compulsivo (Viderunt omnes di Perotin). Riesce a saltare nella stessa frase dal medioevo a Madonna, dai pigmei del Borneo a un concerto di Bach, come solo un buono scrittore sa fare. Sul sito Sellerio c’è una playlist con molti dei brani citati, ciascuno associato a una patologia ben precisa.

Quelli che seguono sono dieci momenti universali che di solito sono scambiati per patologie, e fanno invece parte di quel grande incidente biologico bislacco sentimentale e doloroso che chiamano vita. Sono tratti dal libro e introdotti dalle stesse parole dell’autore. Alla fine ce n’è un undicesimo che nel libro non c’è, e vai a sapere perché. Ognuno, ricomponendo il puzzle di Leveratto, troverà il suo pezzo mancante, questo s’intitola Way to blue, è di Nick Drake ed è una specie di traccia fantasma in coda a questi brani.

Mal d’amore
Marlene Dietrich Bitte geh nicht fort
“Naturalmente solo un pazzo potrebbe voler lasciare Marlene Dietrich, ma facciamo finta che possa essere successo. La canzone è la più famosa di Jacques Brel, quindi una delle canzoni più famose della storia, inutile sprecare troppe parole: è un tormentone, l’epitome della torch song in salsa francese, e in quanto tale è stata anche oggetto di versioni comiche e prese in giro piuttosto divertenti”.


Claustrofobia
Ramones Sitting in my room
“Il verso finale di Sitting in my room ci consiglia di sniffare un po’ di colla”.


Solitudine
Duke Ellington Lotus blossom
“Billy Strayhorn, detto Swee Pea, era pianista, compositore, paroliere, arrangiatore, Ellington lo definiva il proprio braccio destro e sinistro, gli occhi che aveva dietro la testa (…). Qualche tempo dopo la morte di Billy Strayhorn, Duke Ellington riunì l’orchestra per registrare un disco interamente dedicato all’amico scomparso. Alla fine della seduta Duke al pianoforte suonò Lotus blossom, un tema scritto da Strayhorn, in perfetta solitudine e senza alcuna intenzione di registrarlo o renderlo pubblico”.


Gelosia
François Couperin Les Folies françoises, ou Les Dominos
“Già l’idea della gelosia taciturna è geniale dovunque Couperin l’abbia tirata fuori; Lentement et mesure dice l’indicazione scritta sopra le note e la musica prende l’in- cedere grave della passacaglia originaria, mentre noi riviviamo la sensazione di quella volta che siamo stati nella condizione (non esattamente rara, ammettiamolo), di essere rosi da una feroce gelosia senza poterla esprimere con una bella piazzata comme il faut”.


Quando si sta bene, tutto sommato
Bo Diddley Bo Diddley
“Dichiarò che una zingara gli aveva predetto che si sarebbe scopato ogni donna che avesse incontrato, che il serpente a sonagli che lo aveva morso da bambino era morto e, quando nel 1955 le radio iniziarono a trasmettere i suoi pezzi, commentò che da quel momento i ragazzini caucasian avrebbero cominciato a buttare Beethoven nel bidone della spazzatura”.


Insonnia
Glenn Gould Variazioni Goldberg
“Per la cronaca, le Variazioni Goldberg sono fatte per stare svegli e fare qualcosa di utile della propria insonnia”.


Sentirsi giovani oppure esserlo sul serio
Sergej Prokof’ev Concerto nº 2 per pianoforte e orchestra
“È possibile che ascoltando il secondo concerto per pianoforte si sia attraversati dall’impressione di assistere a una sorta di rito di iniziazione, il giovane guerriero, eccellente scacchista, che affronta e doma ciò ritiene dovrà essere il proprio destino”.


Nostalgia
Jello Biafra Nostalgia for an age that never existed
“Jello è dell’avviso che la nostalgia non sia altro che un business, il testo, del 1994, è uno dei più corrosivi e divertenti mai scritti negli ultimi decenni. Ascoltare e leggere e diffondere, poi cercate il manifesto di Fonzie che tenete ancora da qualche parte e ditegli quello che pensate di lui”.


Timidezza
The Smiths Ask
“Sulla ritmica decisamente new wave la strana voce di Morissey dice al ragazzo che essere timido non gli permetterà di raggiungere i suoi obiettivi, anche se la timidezza è bella (…). Alla fine, ci dice, se non sarà l’amore a unirci sarà la bomba, che potrebbe essere la sessualità ormai matura dell’adolescenza ma anche la bomba e basta”.


Paura della musica
Claude Debussy Sonata per flauto, viola e arpa
“La sonata che ascoltiamo è un esempio sublime di quello che gli anglosassoni definiscono grace under pressure (…). Antiveleno potentissimo per le nostre orecchie”.


Sentirsi inadeguati
Cat Stevens Don’t be shy
Don’t be shy, che era parte della colonna sonora di Harold e Maude, è il tipico pezzo provvisto del tocco alla Cat Stevens, buoni sentimenti, non dobbiamo avere paura o vergognarci di essere noi stessi e fare del nostro meglio.


Provarci
Nick Drake Way To blue
Nick Drake a vent’anni ha scritto versi e creato immagini per i quali ogni scrittore al mondo darebbe un braccio. Con una scheggia di ghiaccio nel cuore e la depressione di fianco, ha fatto tre album e poi si è lasciato risucchiare da una dose eccessiva di antidepressivi a 26 anni. In Way to blue canta tutto quello che non sapremo mai della vita, le cose che non conosceremo, e quindi quelle per cui vale più la pena vivere, o per lo meno provarci.


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