02 settembre 2015 12:31

Ariel Kleiman è un regista australiano esordiente, che ha letto molti fumetti e che vuole impressionare e provocare. Il suo film Partisan è una fiaba, con tanto di orco affascinatore che però incontra sul suo cammino due Pollicini che non stanno al suo gioco: uno fugge e l’altro lo affronta.

Oltre al fumetto, si pensa in cinema a certi registi del cinema britannico che sull’infanzia hanno mirabilmente ricamato, da Alexander Mackendrick a Joseph Losey a Jack Clayton, e ancora più indietro a certi romanzi: il Gregory interpretato dall’ottimo Vincent Cassel se ha un antenato lontano è nel Fagin di Dickens (Oliver Twist) e nella sua squadra di bambini abbandonati a cui dà una casa e la sopravvivenza, addestrandoli al furto. Nell’incontro finale di Oliver con Fagin incarcerato, come nel rapporto tra Jim e Long John Silver nell’Isola del tesoro, c’è ancora tutta la simpatia dell’infanzia per l’irregolarità, la diversità, la libertà anche quando sono (o sembrano) un aspetto del male.

Gregory ha fondato, ai margini di una grande città, una sorta di comunità con donne disastrate e i loro (a volte suoi) figli. Seduttore convinto a servizio di un’idea di alterità, contro la società organizzata che gli ha fatto del male, guida la sua comune incantando i bambini (un interesse proiettivo, non pedofilo) ma anche – quando necessario, quando non sono come lui vorrebbe – imponendosi con accortezza pedagogica e con subdolo o esplicito autoritarismo. I bambini migliori diventano strumenti della sua vendetta contro il mondo, diventano, anche, killer a freddo di suoi presunti nemici.


Nei colori acidi di Partisan, l’ambiguità è di casa, come in Gregory ma anche nel regista. Kleiman è evidentemente un arrivista che cerca di affascinare i critici e gli spettatori che si dicono pseudoindocili, e riesce a ottenere la loro connivenza a buon mercato. Ma ha in testa, come quei critici e quel pubblico, una notevole confusione.

Far diventare criminale ogni ricerca alternativa (pedagogica e sociale) a quella dominante, è un gioco facile. Il suo film è solo un fumetto, e non dei migliori. E che si serva dei bambini non ci piace affatto: gli autori sopra citati, scrittori e registi, i bambini li rispettavano, e l’ambiguità sapevano cos’era e dove finiva.

Questo esordiente di un certo talento finge di cercare altro ma torna pur sempre alla difesa di un sistema sociale e culturale peggio che discutibile. E fa subito la sua scelta, presentando come un orco chi cerca modelli di vita alternativi. È un confuso in più, o è un furbetto in più?