Roma città libera, un piccolo film sottovalutato

04 gennaio 2018 15:19

La Pulp Video ha messo in commercio a novembre il dvd di un film girato a Roma nel 1945 e decisamente diverso da quelli del cosiddetto neorealismo. Semmai è a cavallo tra quelli e le più svagate commedie degli anni trenta, quelle di Camerini e di Mattoli e avendo presente, credo, la lezione dei film di René Clair.

Si intitolò La notte porta consiglio ma fu poi diffuso con il titolo di Roma città libera per sfruttare il successo del più bel film della Liberazione, Roma città aperta di Rossellini.

La sua lavorazione non fu meno avventurosa, nella Roma dell’occupazione angloamericana che fu ovviamente ben diversa da quella tedesca (la military police degli alleati, Mp, compare spesso nel film, ma per controllare i propri soldati in libera uscita e non per rompere le scatole agli italiani).

Diresse Roma città libera, peraltro, uno degli interpreti di Roma città aperta (nel ruolo del partigiano torturato dai nazisti), Marcello Pagliero, che ebbe più tardi un’incerta carriera sia di attore sia di regista più in Francia che in Italia, aggregandosi all’ambiente degli esistenzialisti. Un altro interprete di quel film, nel ruolo del compagno della Magnani, Francesco Grandjacquet, recita nel film di Pagliero da elegante truffatore e mezzo gangster.

Gli anni erano quelli, e il cinema italiano stava faticosamente risorgendo dalle ceneri della guerra e del fascismo, aguzzando l’ingegno in mancanza di solidi mezzi e solide strutture.

Tra caffè notturni, bische, strade e piazze male illuminate, si snodano avventure descritte con ironia

Tutto, nel film, si svolge in una notte: un ladro saggio e bonario (Nando Bruno) impedisce a un giovane disoccupato (Andrea Checchi) di suicidarsi e se lo porta appresso per insegnargli il suo mestiere; una dattilografa (Valentina Cortese, mai più così semplice e bella) decide di darsi alla vita; dei banditi trafficano in perle vere e perle false aiutati dalle loro amanti (tra le quali spicca Marisa Merlini); un “signore distinto” (Vittorio De Sica, egregio attor di commedia come sempre è stato) ha perduto la memoria per una caduta e chiede a tutti chi è; altri signori distinti (uomini politici del vecchio ceto rimesso a nuovo) cercano affannosamente con l’aiuto della polizia uno di loro di cui si sono perse le tracce; e tra caffè notturni, bische, strade e piazze male illuminate, commissariati di polizia si snodano in incontri probabili e improbabili tante avventure tipiche di quel tempo, descritte senza l’abituale moralismo catto-zavattiniano, con divertita simpatia.

Lo si deve certamente all’ottima troupe del film, ben disposta all’avventura anche per motivi di sopravvivenza, ma lo si deve soprattutto alla penna del soggettista e co-sceneggiatore Ennio Flaiano, che compare nel film anche nel ruolo di un agente in borghese, perfettamente riconoscibile, come lo è il regista Camillo Mastrocinque nella breve parte di un riccone.

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Tutti sanno (o dovrebbero sapere) chi fu Ennio Flaiano, grande scrittore di origine pescarese ma totalmente romano e italiano. Suo è uno dei capolavori della letteratura del dopoguerra, Tempo di uccidere, ambientato nell’Africa dominata dagli italiani dove era stato in guerra (il romanzo vinse la prima edizione del premio Strega, nel 1947, avendo di fronte grandi rivali).

Flaiano (1910-1972) fu grande scrittore ma anche grande critico, grande umorista, grande personaggio, e anche grande sceneggiatore, in particolare per alcuni capolavori di Fellini, come La dolce vita e Otto e mezzo. Ho avuto la fortuna di conoscerlo e di avere avuto più tardi, dalla sua vedova, la possibilità di pubblicare in uno dei primi numeri della rivista Linea d’ombra il soggetto originale di La notte porta consiglio, che il film di Pagliero rispettò minuziosamente.

La notte del film si snoda rapidamente incrociando le varie storie, fino a uno scioglimento positivo, all’alba, a piazza di Spagna. Il giovane che voleva fare il ladro e la ragazza che era decisa a prostituirsi si sono innamorati e affronteranno insieme le difficoltà dell’epoca, qualche farabutto viene arrestato e qualche altro no, e nel primo bar ad aprire, dove molti personaggi del film si ritrovano, il “signore distinto” vede, guardando il quotidiano appena arrivato, la sua foto in prima pagina e si ricorda di essere un ministro appena nominato nel nuovo governo…

Roma città libera è un piccolo film a suo tempo sottovalutato. È un gioco, ma è un gioco felice e fortemente evocativo di un’epoca e di un anno cruciali nella nostra storia di ieri, narrati senza pathos e con tanta ironia, senza gli abusi sentimentali di tanti altri film del tempo. Tra gli sceneggiatori, insieme all’ottima Suso Cecchi D’Amico sodale di Flaiano in tanti altri film, figura anche il nome di Zavattini, ancora indeciso tra il suo recente passato di svagato umorista e la sua vocazione predicatoria.

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