03 agosto 2016 14:53

Gentile bibliopatologo,
anni or sono – diciamo sul finire della prima repubblica – quando ancora non era così avanzato il processo di demascolinizzazione e non si consideravano barbariche e primitive tutte quelle abitudini che per millenni avevano contraddistinto questa metà del cielo, iniziai a mingere en femme. Le ragioni non erano igieniche né di convivenza, bensì bibliofile. È risaputo infatti che le sedute sul vaso sanitario costituiscono un ideale stimolo (anche) alla lettura e alla riflessione. Ma se il povero Martin Lutero, stitico, ebbe il tempo di scrivere le 95 tesi su una rudimentale banchetta, per chi gode di un regolare processo digestivo le occasioni non sono poi tante come si vorrebbe. Ecco quindi la soluzione: estendere le sedute di lettura anche all’altra, e più frequente, funzione fisiologica. Oggi che sedersi è per l’uomo politically correct, posso anche fare bella figura, al netto delle lamentele dei miei familiari per le mie periodiche assenze. Avevo anche pensato di raccogliere le letture ideali in un’antologia dal titolo borgesiano: Minzioni. Tuttavia, leggo da più parti che tale pratica sedentaria può non giovare all’apparato urinario. Sarà dunque il caso di annoverare la prostatite del bibliofilo tra le patologie professionali?

—Dottor Caligari

Caro Caligari,
è tempo che la metafora ormai logora della torre d’avorio ceda il passo a quella del trono di ceramica, che è l’ultimo rifugio dello spirito eremitico, il derisorio surrogato moderno della colonna del monaco stilita o dello studiolo dell’umanista quattrocentesco. Negli anni del mio tirocinio da bibliopatologo provai anche a buttar giù qualche appunto sul tema, seguendo la via di Carlo Dossi, che nelle Note azzurre – ineguagliabile livre de toilette, da tenere sempre nelle vicinanze della tazza – scrisse la frase decisiva: “Anche il cesso potrebbe servire egregiamente di scuola”. Ma questo, capirai bene, è un principio generale; bisogna poi accomodarlo ai contesti, alle diete, alle abitudini, alle mentalità: l’analisi ideologica comparata dei gabinetti tedeschi, francesi e americani è uno dei numeri più applauditi del cabaret filosofico di Slavoj Žižek.

Come per tutti i dibattiti umani, c’è un precedente. I teologi medievali si chiedevano se la latrina fosse un luogo appropriato dove pregare. Alla questione aveva già fatto cenno Agostino, ma fu un monaco agostiniano tormentato dalla stitichezza a metterla al centro dei suoi pensieri, lo stesso monaco che “nella latrina della torre” ricevette dallo spirito santo la rivelazione della dottrina della giustificazione. Nei Discorsi a tavola Martin Lutero suggerì anche la risposta che il monaco super latrinam deve dare al diavolo che lo deride perché prega in un luogo così sozzo: Deo quod supra, tibi quod cadit infra. A Dio quel che è sopra, a te ciò che cade sotto. Ne resta più di un’eco nella celebre hit da oratorio o da canzoniere scout “Cacca al diavolo, fiori a Gesù”. Ma son questioni superate, e se si può pregare in una latrina figuriamoci se non si può leggere.

Perché allora ti dico tutto questo? Perché proprio sul finire della prima repubblica – quando tu, caro dottor Caligari, ti ricongiungevi a quel gabinetto cui ti aveva destinato il classico film espressionista – appresi della stitichezza di Lutero. Ero in piena crisi dei vent’anni, e mi consolavo con il libro sulla crisi dei vent’anni del fondatore del protestantesimo, Il giovane Lutero dello psicoanalista Erik H. Erikson. Lo leggevo ovunque, in tram, in ascensore, sulle scale mobili. Ricordo che una sera mi acquattai con il libro e una torcia in un confessionale della chiesa di Sant’Ignazio a Roma, durante un concerto di musica sacra. Ma ero troppo legato ai miei stereotipi di genere per cambiare abitudini in fatto di minzione. Tu, più lungimirante, già combattevi l’iniquo privilegio matriarcale.

È desolante constatare che spesso, nella storia, le conquiste più ovvie impiegano decenni a farsi strada. Per il caso specifico, ti segnalo due esempi televisivi. Il primo, datato 1959, è un famoso episodio di Ai confini della realtà intitolato Tempo di leggere. C’è un impiegato bibliomane tiranneggiato dalla moglie che non trova mai un posto dove immergersi in pace nella lettura. Il culmine dell’oppressione si ha quando la moglie copre un suo libro di scarabocchi, strappa le pagine e le getta a terra: una scena degna di Venere in pelliccia.

Dall’episodio Tempo di leggere della serie Ai confini della realtà.

Dove si nasconde a leggere, il poveretto? Nel caveau della banca per cui lavora. Al gabinetto non ci pensa neppure, e se lo fa non ne abbiamo notizia. L’altro esempio viene esattamente mezzo secolo dopo, nel 2009, ed è l’episodio The weatherman di Curb your enthusiasm, la sitcom di Larry David. È scoccata l’ora del coming out. Larry ha fatto la tua stessa scoperta, ha cominciato a mingere en femme per avere tempo di leggere, e lo rivendica apertamente. Il padre però lo rimprovera, gli amici lo sbeffeggiano, a segno che anche l’affermazione di questo elementare diritto richiederà tempo, e che certi stereotipi sono tenaci. Ma non c’è solo questo. C’è che la moglie lascia la tavoletta del gabinetto alzata, e lui ci cade dentro.


Il bibliopatologo risponde è una rubrica di posta sulle perversioni culturali. Se volete sottoporre i vostri casi, scrivete a g.vitiello@internazionale.it