Cosa si nasconde dietro l’ossessione per i refusi

21 settembre 2016 14:29

Caro bibliopatologo,
il mio disturbo consiste nella pulsione irresistibile a correggere i refusi. Per lo scopo utilizzo esclusivamente una matita, e con mina rigorosamente 2b. È indescrivibile il gomitolo di emozioni che mi pervade quando incontro un refuso. Non provo lo stesso impulso, purtroppo, nei confronti di quel che scrivo io. Rimanendo indifferente ai miei refusi, restano dove si trovano per qualche motivazione inconscia che spero lei possa aiutarmi a identificare.

—Raffaele B.

Caro Raffaele,
la scena della doccia, in Psycho, dura sì e no un paio di minuti; i successivi dieci minuti del film di Alfred Hitchcock sono dedicati, per così dire, alle pulizie di casa. Norman Bates trascina il cadavere fuori dal bagno, si lava bene bene le mani, passa lo spazzolone sullo smalto della vasca, rimuove con uno straccio i residui di sangue dalle piastrelle, avvolge meticolosamente il corpo nella tenda di plastica e lo fa scomparire in una palude. Tutto è di nuovo lindo e scintillante! Ecco, quando correggi i refusi sui libri con la tua matita, prova a pensare per un attimo: Norman Bates c’est moi. Il problema, a questo punto, deve essere riformulato in altri termini: chi o che cosa hai ucciso sotto la doccia, con quella mina 2b affilata come un coltello da cucina?

Psycho.

Non allarmarti, non voglio darti dello schizofrenico omicida; sappi però che correggere i refusi sui libri è la più comune variante bibliopatologica del disturbo ossessivo-compulsivo. Ed è anche la più utopistica delle nevrosi, perché aspira a creare, almeno sulla carta, un mondo perfetto: “L’Utopia significa semplicemente l’esattezza! Il comunismo significa togliere gli errata dalla storia. Dall’uomo. Correggere bozze”, dice il protagonista di un romanzo di George Steiner, Il correttore. Il guaio, mi dirai, è che le utopie realizzate, più che togliere gli errata, hanno tolto di mezzo gli erranti, o meglio quelli che consideravano tali: lo storico Robert Conquest inaugurò la sua opera sul “grande Terrore” staliniano invitando il lettore a calcolare che “nel corso delle azioni qui raccontate persero la vita circa venti persone per, non ogni parola, ma ogni lettera di questo libro”. Quattrocento pagine di mattanze e carneficine per creare il mondo perfetto del socialismo: hai voglia a passare stracci.

Perché gli assassini, anche i più metodici, commettono spesso errori che portano a smascherarli?

E qui torniamo alla domanda lasciata in sospeso (non pensare di sfuggirmi): chi hai ucciso sotto la doccia? Inflessibile con gli errori altrui, dissemini sulle tue pagine una scia di refusi, come le briciole di Pollicino. È un comportamento tipico di molti criminali, e ti invito a leggere un classico della psicoanalisi, L’impulso a confessare di Theodor Reik. Perché gli assassini, anche i più metodici, commettono spesso errori che portano a smascherarli? È solo sfortuna, stupidità, negligenza? Nel criminale lottano due spinte mentali, scriveva Reik: “Una cerca di cancellare ogni traccia del delitto, mentre l’altra grida forte perché tutti sappiano cosa è successo, e chi è stato”. Questa seconda spinta, che porta all’autoaccusa, “è azionata dall’inconscio desiderio di punizione, che finisce con l’esprimersi commettendo atti sbagliati”.

I tuoi atti sbagliati sono appunto i refusi che lasci sulle tue pagine, e forse percorrendoli a ritroso potrai risalire al luogo del delitto, o a quel che il tuo inconscio avverte come tale. E io non voglio fare spoiler, me ne guardo bene; ma non mi stupirei se, nella scena finale, riesumassi da una palude i mille cadaveri degli errori di battitura altrui che hai voluto punire con la tua matita 2b nell’illusione di creare un mondo immacolato. Tutti qualche volta perdiamo un po’ la testa.

Il bibliopatologo risponde è una rubrica di posta sulle perversioni culturali. Se volete sottoporre i vostri casi, scrivete a g.vitiello@internazionale.it

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