Su il sipario

11 febbraio 2020 15:13

Gentile bibliopatologo,
perché i lettori, pure quelli “forti”, raramente leggono teatro? Perché le opere teatrali non sono mai considerate un’alternativa al romanzo? Eppure il teatro presenta diversi pregi, come la sintesi, l’umorismo (a volte) e la selezione: si pubblicano pochi titoli, quindi sono spesso di grande qualità. Sono tutti traumatizzati dalla Locandiera vista alle scuole medie?

-Sebastiano

Caro Sebastiano,
non sottovaluterei il post-traumatic stress disorder da Locandiera. Quella che mi portarono a vedere con la scuola era così scalcinata, ma così scalcinata, che a un certo punto Mirandolina, esasperata dal nostro chiasso, se ne infischiò della quarta parete e sbottò, con inflessione decisamente poco veneta: “A regazzì… e stateve zitti!”. Sospetto però che la risposta alla tua domanda sia più semplice: l’egemonia del romanzo come genere editoriale prima ancora che letterario eclissa le altre forme di scrittura al punto che leggere, nell’opinione comune, si sovrappone quasi integralmente al leggere romanzi. Risposta più semplice, sì, ma anche più immotivata e dunque più inscalfibile, perché i traumi si guariscono, mentre la forza d’inerzia delle abitudini e delle mentalità non si lascia scalzare facilmente.

(Paulus Rusyanto, EyeEm/Getty Images)

Il teatro scoraggia più di un lettore perché appare come un testo manchevole, che aspira cioè a completarsi sulla scena, anche se sappiamo bene che ci sono opere teatrali – specie tra le più antiche e le più moderne – che dai tentativi di messinscena non ricevono che danni.

Per la stessa ragione non leggiamo sceneggiature. Eppure Pasolini, con qualche cedimento di troppo ai gerghi di moda negli anni sessanta, aveva scritto che la sceneggiatura cinematografica o sceno-testo è una “struttura che vuol essere altra struttura”, ossia il film, ma che è possibile anche comporre sceneggiature in cui il film resta consapevolmente un fantasma: il lettore coopererà “ricostruendo nella propria testa il film alluso nella sceneggiatura come opera da farsi”.

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E che dire di un’altra specie di testi ontologicamente manchevoli, i libretti d’opera? Folco Portinari scrisse una bella storia del melodramma ottocentesco attraverso i suoi libretti, Pari siamo! Io la lingua, egli ha il pugnale, che mette voglia di leggerli tutti, anche se rifare nella propria testa la musica, le voci, la scena e i costumi è fatica mentale insostenibile.

Più che trovare risposta, insomma, la tua domanda deve essere riproposta su tutti i fronti, in un attacco concentrico alle porte della città romanzesca. Sarebbe una riedizione dei Sette contro Tebe – altra opera che ho letto su carta ma che non mi sognerei mai di vedere al teatro.

Il bibliopatologo risponde è una rubrica di posta sulle perversioni culturali. Se volete sottoporre i vostri casi, scrivete a g.vitiello@internazionale.it.

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