01 luglio 2020 14:45

Gentile bibliopatologo,
sono una dottoranda in italianistica e mi occupo di retorica e letteratura medievale. Nella mia giornata lavorativa alterno analisi tecniche a letture di manoscritti o bibliografie secondarie. Da quando ho cominciato la mia ricerca in ambito universitario, non riesco più a leggere per il piacere di farlo. Sono sempre stata una divoratrice di romanzi senza distinzione di generi e secoli, ma ora, ogni volta che apro un libro nel tempo libero, mi si chiudono gli occhi alla terza pagina. Gli ultimi tre romanzi che ho letto risalgono alla settimana passata in campeggio lo scorso agosto. Sono destinata a perire nelle pagine accademiche o c’è una cura?

– La dottoranda disperata

Cara dottoranda disperata,
da anni sogno di scrivere un ciclo di racconti sulla vita accademica di Indiana Jones, che come ricorderai prima che un cercatore di tesori misteriosi è uno stimato professore universitario di archeologia. Pensa che saga ne verrebbe fuori: Indiana Jones e il Consiglio di dipartimento; Indiana Jones e i predatori del finanziamento perduto; Indiana Jones e l’Anvur maledetta; Indiana Jones e l’ultima tornata concorsuale. Non suonano molto avventurosi, vero? C’è poco da fare: malgrado gli sforzi di David Lodge di coltivare il genere del “picaresco accademico” (così lo battezzò Umberto Eco), la vita universitaria difficilmente dà i brividi e il batticuore.

Giorni fa, leggendo un romanzo di Gianfranco Pecchinenda di ambientazione accademica, Il paradiso degli interstizi, mi sono imbattuto in questa perturbante analogia:

Ognuno a suo modo sapeva di condividere con l’altro, in una forma altrimenti inesprimibile, un’immagine dell’Università non tanto come un’istituzione dedita allo sviluppo del sapere o alla formazione dei giovani, ma soprattutto come una sorta di grande tana kafkiana in cui finiscono per trovare rifugio coloro che, per una ragione a volte del tutto casuale, hanno raggiunto un grado di consapevolezza di sé tale da sentire di non poter sopravvivere altrove.

Come l’architetto-roditore della Tana di Kafka, gli animali accademici del romanzo s’ingegnano a trovare sistemi intricatissimi per tener fuori un nemico invisibile, che in questo caso è il sentimento dell’assurdo, la consapevolezza sempre in agguato che quella che il mondo chiama realtà non è che un’illusione consensuale circondata dal vuoto e dal nulla. “La ricerca”, dice uno dei personaggi, “è dunque solo questo: un pretesto. E ci servono continuamente dei pretesti per poter sopravvivere”.

Devo dire che l’immagine mi ha molto turbato. Gli universitari – al pari dei monaci, degli hikikomori e di altre categorie di reclusi volontari, disertori a vario titolo della lotta per l’esistenza – accederebbero dunque a un solo vero sapere, quello che rivela l’insensatezza e la vanità del tutto. E si lancerebbero nelle loro ricerche spericolate dei tesori intellettuali – tu con i tuoi manoscritti medievali, io con le mie iconografie hitchcockiane, altri con i loro diversi assilli – semplicemente perché il Graal lo hanno già trovato, ed era intollerabilmente vuoto.

Tutto questo, se vuoi, restituisce alla vita accademica un tono di avventura, ma di avventura con un fondo di disperazione – come una corsa sotto i cui passi echeggiassero rimbombi minacciosi e abissali. Gli studi, le ricerche, gli andirivieni dalle biblioteche sono un equivalente delle “menzogne vitali” di Ibsen, o delle “gagliarde illusioni” di Nietzsche: meccanismi di sopravvivenza per chi, avendo ormai mangiato la foglia dell’assurdo, non può più sopravvivere nutrendosi dei cibi insipidi che gli passa la mensa penitenziaria della realtà. Così non gli resta altro che radunarsi con i suoi simili in quella che Pecchinenda, in un’altra pagina del romanzo, chiama “una strana congregazione che cerca disperatamente di rintanarsi da qualche parte”.

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Avevamo creduto, dopo la nostra dose di Leopardi nel curriculum scolastico, che la conoscenza facesse strage delle illusioni, lasciandoci in preda all’arido vero. E non ci accorgevamo che questa strage è un’illusione di secondo grado, la cornice di altre illusioni che messe insieme compongono il grande romanzo della conoscenza. Non so tu, ma se io leggo meno romanzi ora che sono all’università, è perché la mia disillusione richiedeva una droga più potente – più stimolante e più allucinogena insieme. Così sono diventato l’eroe di un romanzo di avventure intellettuali. O meglio, come direste voi medievisti, di una Quête. Insieme ai Cavalieri della Cattedra Rettangolare.

Il bibliopatologo risponde è una rubrica di posta sulle perversioni culturali. Se volete sottoporre i vostri casi, scrivete a g.vitiello@internazionale.it.