L’eredità della Prima guerra mondiale

04 agosto 2014 11:54

“Non valeva nemmeno una singola vita”, disse Harry Patch poco prima di morire nel 2009, all’età di 111 anni. Era l’ultimo sopravvissuto dei 65 milioni di soldati che combatterono nella Prima guerra mondiale, e all’epoca della sua morte questa era un’affermazione normale e piuttosto ordinaria. Ma non l’avrebbe mai espressa nel 1914.

Pochissime persone pensavano che la guerra fosse una cosa negativa nel 1914. Perdere una guerra poteva essere negativo, ma la soluzione ovvia a questo problema era essere molto bravi a fare la guerra. Gli esseri umani avevano sempre combattuto guerre, i valori militari erano profondamente radicati nella nostra cultura e nessuno si aspettava che questi atteggiamenti potessero cambiare. E poi invece cambiarono.

La Prima guerra mondiale fu una tragedia umana, naturalmente, ma fu anche il momento in cui la razza umana iniziò a mettere in discussione l’istituto della guerra in sé: se fosse utile, ma anche se fosse davvero inevitabile. E la risposta a entrambe le domande è: non più di tanto.

Ci sono ancora pochi paesi che devono tutto alla loro capacità di vincere le guerre: Israele è il primo a venire in mente. Oggi però la maggior parte dei paesi e la maggior parte delle persone considerano la guerra un’ultima istanza ben poco desiderabile. Per questo enorme cambiamento dobbiamo ringraziare la Prima guerra mondiale.

Ciò che molte persone non capiscono della Prima guerra mondiale è che si trattò di un evento politico perfettamente normale. Sin dalla loro ascesa nel cinquecento, tutti i moderni stati centralizzati si erano combattuti tra loro in due grandi alleanze a intervalli di circa mezzo secolo. Si combatteva praticamente per tutto: confini in Europa, rotte commerciali, colonie in Asia, in Africa e nelle Americhe.

Le grandi potenze combattevano anche altre guerre di minore entità, ma questi grandi eventi (la Guerra dei trent’anni, la Guerra di successione spagnola, la Guerra dei sette anni e via di seguito) erano una sorta di prova generale del loro status. Chi è in ascesa e chi in declino? Chi può espandersi e chi deve cedere il passo?

Era un sistema perfettamente funzionante, perché le guerre coinvolgevano soprattutto piccoli eserciti di professionisti e non disturbavano più di tanto la popolazione civile. Le vittime erano poche, e non è quasi mai capitato che un attore principale fosse espulso totalmente dal sistema. Era piuttosto naturale che la maggior parte delle persone non ritenesse questo sistema un problema da risolvere. Era solo uno dei tanti aspetti della vita.

L’unica differenza diplomatica nel 1914 fu che le grandi potenze coordinarono le loro mosse meglio di quanto non avessero fatto in precedenza. Nel giro di pochi giorni quasi tutte erano entrate in guerra, mentre ai vecchi tempi ci sarebbero voluti mesi, se non anni. Gli eserciti potevano raggiungere rapidamente le frontiere in treno, perciò adesso le alleanze si formavano prima della guerra. Inoltre tutti avevano il telegrafo, per cui le decisioni cruciali erano prese in fretta.

Dopo l’inizio della guerra, però, tutto fu diverso. Gli eserciti erano dieci volte più grandi che in passato, perché adesso si trattava di paesi ricchi e industrializzati che potevano permettersi di mettere in uniforme la maggioranza della loro popolazione maschile. Questo significava che i soldati che venivano uccisi erano padri, fratelli, mariti e figli: una parte della comunità, non i banditi, gli ubriaconi e gli sbandati che costituivano un’ampia parte dei vecchi eserciti di professione.

E venivano uccisi in quantità mai viste. Le nuove armi come i fucili automatici e l’artiglieria erano macchine di morte molto efficienti, e nel giro di un mese i soldati dovettero rifugiarsi nelle trincee per ripararsi dalla “tempesta d’acciaio”. Trascorsero il resto della guerra a cercare di uscire dalle trincee, e alla fine del conflitto ne erano stati uccisi nove milioni. Fu questo a cambiare tutto.

Una risposta a questo orrore fu, naturalmente, demonizzare il nemico e definire la guerra come una crociata contro il male. In questo modo, se non altro, l’orrendo sacrificio di vite umane poteva essere considerato necessario e importante. Molte persone, però, vedevano oltre la propaganda, e alcune di queste occupavano incarichi importanti.

I politici e i diplomatici più navigati del 1918, sopravvissuti in mezzo alle macerie del vecchio mondo, capirono che il vecchio sistema internazionale aveva provocato una catastrofe e doveva essere cambiato. Si adoperarono dunque a cambiarlo, creando la Società delle nazioni. Misero fuori legge la guerra di aggressione e inventarono il concetto di “sicurezza collettiva” per far valere le leggi internazionali.

All’inizio fallirono, perché l’eredità di acredine tra gli sconfitti della Prima guerra mondiale era così profonda che un secondo conflitto mondiale scoppiò a soli venti anni di distanza. Fu una guerra più grande e peggiore, ma alla fine tutti ci riprovarono. Dovevano farlo.

Le Nazioni Unite furono fondate nel 1945, con regole leggermente più realistiche di quelle della Società delle nazioni ma con gli stessi obbiettivi di fondo: fermare le guerre tra le grandi potenze, perché erano quelle che uccidevano milioni di persone. Fermare anche le altre guerre sarebbe stato bello, ma c’erano delle priorità, soprattutto da quando erano entrate in gioco le armi nucleari.

Tutto quello che si può dire è che questo tentativo non ha ancora fallito il suo obiettivo principale: negli ultimi 69 anni le grandi potenze non si sono combattute tra loro. Non guardate ai titoli dei giornali che ripetono che il mondo sta cadendo a pezzi. Il bicchiere è più che mezzo pieno.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

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