24 marzo 2015 17:56

Gli ultimi soldati statunitensi stanno abbandonando lo Yemen dopo che il 20 marzo i militanti di Al Qaeda hanno attaccato una città nei pressi della loro base. I ribelli houthi, dopo aver conquistato gran parte del paese, stanno convergendo su Aden, l’ultima roccaforte del presidente Abd Rabbo Mansur Hadi. Inoltre, il 22 marzo il gruppo Stato islamico ha compiuto attentati in due moschee sciite della capitale Sanaa, uccidendo 137 persone.

Il portavoce del dipartimento di stato americano ha cercato di minimizzare, dichiarando che “a causa del deterioramento della sicurezza nello Yemen, il governo degli Stati Uniti ha temporaneamente trasferito fuori del paese il personale rimasto”. Il portavoce ha addirittura sottolineato che Washington continua a sostenere la “transizione politica” nello Yemen. Il problema è che non esiste nessuna transizione politica. C’è solo una guerra civile tra quattro fazioni.

Non c’è nulla di strano. Dal settimo secolo in poi non sono mai trascorsi 25 anni senza che nello Yemen esplodesse una guerra civile, e l’impressione che prima di allora la situazione fosse più calma potrebbe essere dovuta solo alla scarsità di fonti. Questa volta, però, gli stati vicini sono parecchio spaventati.

L’attuale crisi è cominciata nel 2011, quando il dittatore che aveva guidato il paese per 33 anni, Ali Abdullah Saleh, è stato costretto a lasciare il potere da manifestanti non violenti e democratici sostenuti da milizie tribali. Il posto di Saleh è stato preso dal suo vice Hadi, che nel 2012 ha vinto le elezioni, ma non è mai riuscito ad affermare la sua autorità su un paese profondamente diviso.

Hadi era sostenuto dagli Stati Uniti e dalla maggioranza dei paesi del Golfo (incluso l’enorme vicino settentrionale dello Yemen, l’Arabia Saudita) perché era disposto a combattere gli estremisti islamici che avevano conquistato gran parte della zona meridionale e orientale del paese. Tuttavia, la principale preoccupazione di Hadi erano gli houthi, un gruppo ribelle del nord a maggioranza sciita.

Insoddisfatti del ruolo offerto al nord dalla nuova costituzione federale, gli houthi sono calati in forze verso sud, conquistando Sanaa nel settembre del 2014. A febbraio il presidente Hadi è scappato dagli arresti domiciliari e si è rifugiato nel grande porto meridionale di Aden, sua città natale e seconda metropoli del paese, dichiarandola nuova capitale dello Yemen. Gli houthi l’hanno inseguito, riprendendo l’avanzata verso sud.

Nel frattempo l’ex presidente Saleh era tornato dall’esilio e si era alleato con gli houthi nonostante durante i suoi anni al potere avesse lanciato almeno sei offensive contro di loro. Gli attacchi di Saleh erano stati il principale motivo della radicalizzazione degli houthi, ma oggi il gruppo ha bisogno di avere al suo fianco una figura conosciuta a livello nazionale mentre prosegue la sua marcia verso sud, e Saleh almeno è sciita. Fin qui tutto chiaro? Bene.

Il terzo contendente è Al Qaeda nella penisola araba (Aqpa) le cui forze, come gli houthi, si trovano a mezz’ora di auto da Aden. La settimana scorsa, mentre i suoi militanti si avvicinavano ad Aden, l’Aqpa ha conquistato la città vicina alla base aerea dove si trovavano le forze statunitensi, spingendo Washington a richiamare i suoi soldati. L’ultima cosa di cui l’amministrazione Obama ha bisogno è una crisi degli ostaggi che vede protagonista Al Qaeda.

Non è chiaro se l’Aqpa e gli houthi sceglieranno di scontrarsi subito in modo che il vincitore possa poi pensare ad attaccare Aden, o se cercheranno di conquistare prima la città per poi difenderla dall’avversario. È anche possibile che Hadi riesca a tenere Aden, ma difficilmente potrà riconquistare il resto del paese

In tutto questo non dobbiamo dimenticare il gruppo Stato islamico, che il mese scorso ha annunciato il suo arrivo nello Yemen. Finora l’unica operazione dello Stato islamico sono stati gli attentati suicidi a Sanaa, ma in un paese a maggioranza sunnita governato da una minoranza sciita il gruppo non avrà certo problemi a fare proseliti. Per il momento non è ancora una quarta forza nella guerra civile, ma lo diventerà presto.

In termini convenzionali lo Yemen non ha una grande importanza. Ha 25 milioni di abitanti, ma è il paese più povero del mondo arabo. Il suo petrolio è agli sgoccioli e le risorse idriche sono a livelli preoccupanti. Qualcuno potrebbe sottolineare la sua posizione strategica all’ingresso del mar Rosso e sulla rotta del canale di Suez, ma è difficile pensare che il governo yemenita possa mai avere la forza militare necessaria a chiudere il passaggio.

Ciò che preoccupa è invece la possibilità che i jihadisti (Al Qaeda o lo Stato islamico) possano uscire vincitori dallo scontro. Attualmente nessuna delle due organizzazioni sembra vicina alla vittoria, ma inevitabilmente molti sunniti penseranno che i terroristi sono la scelta migliore per rompere il dominio degli sciiti, che nonostante sporadiche lotte intestine governano il paese da moltissimo tempo.

Gli sciiti rappresentano solo un terzo della popolazione dello Yemen, e questo alimenta il risentimento dei sunniti. Al momento gli houthi occupano quasi tre quarti delle aree più densamente popolate del paese, ma sarebbe esagerato sostenere che controllano davvero tutto quel territorio. In realtà, la presenza dei miliziani è abbastanza sporadica, e se cominciassero a perdere qualche battaglia potrebbero facilmente essere messi in rotta dai jihadisti.

Lo Yemen potrebbe dunque diventare uno stato governato da terroristi con una popolazione cinque volte superiore a quella che nel luglio scorso componeva l’autoproclamato Stato islamico a cavallo tra Siria e Iraq. Uno scenario di questo tipo è ancora poco probabile, ma dopo gli ultimi eventi nessuno si sente di escluderlo.

(Traduzione di Andrea Sparacino)