La borsa di Riyadh, in Arabia Saudita, il 15 giugno 2015.

L’Arabia Saudita sta perdendo la guerra del petrolio

La borsa di Riyadh, in Arabia Saudita, il 15 giugno 2015.
20 agosto 2015 15:22

Nessuno a parte Dio può stabilire il prezzo del petrolio, ha dichiarato a maggio il ministro saudita del petrolio, Ali al Naimi. Ma persone meno religiose ritengono che l’Arabia Saudita abbia cercato con tutti i mezzi di farlo, spingendo il prezzo verso il basso. E sembra esserci riuscita, poiché la scorsa settimana il prezzo del petrolio era sceso intorno ai quaranta dollari al barile, dopo essere arrivato sopra ai cento dollari lo scorso maggio. Ma Riyadh non sta ottenendo i risultati sperati.

L’Arabia Saudita, come tutti i produttori di petrolio, è felice quando il prezzo del suo greggio è alto, ma essendo un paese molto ricco e con grandi riserve pensa a lungo termine. Osservando che la produzione statunitense è quasi raddoppiata negli ultimi sette anni, soprattutto grazie alla rapida crescita della fratturazione idraulica (fracking), i sauditi hanno capito che rischiavano di perdere il loro ruolo di “produttore chiave” in grado di alzare o abbassare il prezzo del petrolio semplicemente tagliando o aumentando la propria produzione.

L’unico modo in cui l’Arabia Saudita può mantenere tale ruolo è mettere fuori mercato i “fratturatori” statunitensi. I costi di produzione sono segreti nel mondo del petrolio, ma i sauditi ritengono che l’iniezione ad alta pressione di acqua, sabbia e agenti chimici all’interno della roccia di scisto renda la fratturazione idraulica molto cara.

La strategia saudita è mantenere ad alti livelli la propria produzione in modo da abbassare i prezzi del petrolio

La strategia saudita è quindi mantenere ad alti livelli la propria produzione in modo da abbassare i prezzi del petrolio. Se il prezzo rimane basso abbastanza a lungo, i produttori ad alto costo, come quelli che utilizzano il fracking, dovranno cessare l’attività. In seguito, una volta che la concorrenza sarà stata eliminata, l’Arabia Saudita potrà nuovamente alzare i prezzi tagliando la propria produzione e le vacche grasse torneranno.

Naturalmente però nel frattempo il reddito dell’Arabia Saudita cala, poiché le entrate petrolifere rappresentano il 90 per cento del suo bilancio nazionale. Può sopravvivere grazie ai risparmi per un po’, ma ha bisogno che la sua strategia si riveli vincente abbastanza presto.

Sarebbe poco saggio, dal punto di vista politico, tagliare le generose spese pubbliche che fanno felice la popolazione saudita, visto che il paese è anche impegnato in una costosa guerra in Yemen. I mancati introiti sono stati perlopiù compensati da prelievi effettuati dalle enormi riserve estere del paese le quali, che un anno fa valevano settecento miliardi di dollari e da allora sono calate di 65 miliardi.

I sauditi non vogliono attingere troppo a tali riserve, senza le quali non potrebbero permettersi il loro ruolo di “produttore chiave” e perderebbero buona parte della loro influenza diplomatica. Per questo motivo la scorsa settimana, per la prima volta in otto anni, l’Arabia Saudita ha cominciato a vendere buoni del tesoro, con l’obiettivo di raccogliere 27 miliardi di dollari entro la fine dell’anno. La tensione comincia a essere evidente.

I segni di questa guerra di logoramento cominciano a farsi vedere anche negli Stati Uniti, dove vari produttori di petrolio di scisto hanno cancellato o rimandato nuovi progetti di perforazione. Ma i produttori statunitensi si sono rafforzati formando società più grandi e aumentando l’efficienza dei loro processi produttivi, tanto che la produzione petrolifera degli Stati Uniti sta in realtà continuando a crescere: attualmente è intorno al 90 per cento di quella saudita.

I sauditi resteranno ricchi, ma dovranno tagliare le spese e la loro influenza diminuirà in modo permanente

La verità è che i sauditi stanno perdendo la battaglia. Quando gli Stati Uniti erano il principale paese petrolifero, più o meno fino al 1970, erano loro il “produttore chiave”. Entro pochi anni, la loro produzione petrolifera supererà quella saudita e lo saranno di nuovo. E non c’è niente che Riyadh possa fare al riguardo.

I sauditi hanno fatto due errori. Il primo è stato sovrastimare il costo della produzione di petrolio di scisto negli Stati Uniti, ritenendo che qualsiasi prezzo al di sotto degli ottanta dollari al barile l’avrebbe resa non redditizia. Ci sono alcuni giacimenti di petrolio di scisto dove questo è vero, ma i costi variano moltissimo a seconda della conformazione geologica locale, e possono scendere fino ai venti dollari al barile. La maggior parte del petrolio di scisto è redditizio a sessanta dollari al barile, e tale proporzione è destinata a salire man mano che l’efficienza aumenta.

Ma l’errore più grave è stato credere di poter davvero vincere. Dopo aver interrotto la produzione da un pozzo di petrolio classico, quando poi questa viene fatta ripartire c’è una grossa perdita permanente di flusso. I pori della pietra dove è contenuto il petrolio si ostruiscono e questo riduce in maniera permanente la pressione che spinge il petrolio verso la superficie.

Interrompere la produzione in un giacimento di petrolio di scisto, invece, non comporta simili perdite, poiché sono gli stessi produttori a creare la pressione. Basta scoperchiarlo e il flusso riparte come prima.

Per questo motivo, se anche i sauditi riuscissero a far chiudere la maggior parte degli impianti di estrazione di petrolio di scisto, i produttori semplicemente riavvierebbero la produzione nel momento stesso in cui l’Arabia Saudita dichiarasse vittoria e tagliasse la produzione per far risalire i prezzi del petrolio.

Occorrerà ancora un po’ di tempo prima che i sauditi riconoscano il loro errore, e tagliare la produzione potrebbe non bastare a far risalire il prezzo ai livelli di cui hanno bisogno. La produzione degli Stati Uniti continuerà a salire e probabilmente, entro il prossimo anno, anche il petrolio iraniano farà il suo ritorno in grande stile sul mercato.

I sauditi resteranno ricchi, ma dovranno tagliare le spese e la loro influenza diminuirà in modo permanente. La loro unica consolazione sarà che neanche l’Iran, che essi considerano il loro più grande nemico, potrà usare la vendita del proprio petrolio per aumentare la propria influenza.

(Traduzione di Federico Ferrone)

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