Aung San Suu Kyi al giuramento del nuovo presidente Htin Kyaw, a Naypyitaw, in Birmania, il 30 marzo 2016. (Soe Zeya Tun, Reuters/Contrasto)

La lunga strada di Aung San Suu Kyi verso la democrazia in Birmania

Aung San Suu Kyi al giuramento del nuovo presidente Htin Kyaw, a Naypyitaw, in Birmania, il 30 marzo 2016. (Soe Zeya Tun, Reuters/Contrasto)
31 marzo 2016 15:50

Dopo aver fondato la Lega nazionale per la democrazia (Lnd) nel 1988, dopo aver stravinto le elezioni del 1990, dopo che l’esercito ha ignorato i risultati delle urne e l’ha messa agli arresti domiciliari per 15 dei successivi 21 anni, dopo una difficile transizione quinquennale avviata nel 2011, nel quale il ritorno della democrazia in Birmania è spesso stato in dubbio, e dopo 54 anni di governo militare, Aung San Suu Kyi è finalmente al potere. Più o meno.

La Lnd ha ottenuto l’ottanta per cento dei seggi parlamentari assegnati dalle elezioni del 2015, le prime davvero libere dal 1990, ma non è Aung San Suu Kyi che ha prestato giuramento come presidente il 30 marzo. L’onore è andato al suo amico d’infanzia Htin Kyaw, importante esponente dell’Lnd che è stato al suo fianco da quando la donna è stata liberata dagli arresti domiciliari nel 2010.

I generali temevano Aung San Suu Kyi al punto di includere nella costituzione una clausola che le impedisce di diventare presidente. In realtà la clausola riguarda chiunque abbia dei parenti stretti di nazionalità straniera. Ma Aung San Suu Kyi è l’unica importante figura della politica birmana che corrisponda a tale descrizione (i suoi figli hanno il passaporto britannico).

Anche se hanno rinunciato al potere assoluto, i militari si sono rifiutati di modificare questa clausola, e hanno ancora diritto di veto sulle modifiche costituzionali. Quindi sarà Htin Kyaw a prendere ufficialmente il potere il 1 aprile. Ma Aung San Suu Kyi ha chiarito che sarà “al di sopra del presidente”, e Htin Kyaw è d’accordo. “Questa è la vittoria di mia sorella Aung San Suu Kyi”, ha dichiarato due settimana fa, quando il parlamento lo ha scelto come presidente.

La costituzione garantisce all’esercito un quarto dei seggi, abbastanza per bloccare qualsiasi modifica

Aung San Suu Kyi ha chiarito la sua posizione a metà marzo, quando ha annunciato personalmente i nuovi ministri del governo. Lei stessa assumerà quattro dei 18 incarichi, compresi il ministero degli esteri e quello dell’ufficio del presidente. Nessuno nell’Lnd considera un problema il fatto che Aung San Suu Kyi userà il sessantanovenne Htin Kyaw come un burattino.

“Non importa quanti ministeri occuperà, visto che sarà comunque lei a guidare il governo”, ha dichiarato Win Htein, un importante politico dell’Lnd. Anche l’esercito ha accettato questo strano accordo.

A dicembre, dopo che Htin Kyaw si è incontrato con Than Shwe, l’ex generale che ha guidato la Birmania con pugno di ferro per 19 anni prima di ritirarsi nel 2011, il nipote del generale ha scritto su Facebook: “Dopo le elezioni la realtà che tutti dobbiamo accettare è che Aung San Suu Kyi guiderà il paese”. Non è esattamente una resa ufficiale, ma è così che funzionano le cose in Birmania.

Tuttavia la domanda rimane aperta: i generali stanno davvero mollando la presa? In cinquant’anni al potere i militari sono diventati molto ricchi. Il monopolio delle aziende legate all’esercito birmano farebbe impallidire persino quello dell’esercito egiziano. Sicuramente non permetteranno che un nuovo governo democratico indaghi sul modo in cui sono diventati così ricchi, né faranno qualsiasi cosa che rischi d’interrompere il flusso di denaro.

Inoltre osserveranno molto da vicino il modo in cui il governo di Aung San Suu Kyi gestirà la spinosa questione dei negoziati per mettere fine ai conflitti armati con le tante minoranze del paese.

Nella vicina Thailandia i militari sono di nuovo al potere

L’ultimo presidente militare, Thein Sein, ha cercato in tutti i modi di ottenere un “accordo nazionale di cessate il fuoco”, senza riuscirvi. Adesso tocca ad Aung San Suu Kyi provarci, ma l’esercito non le permetterà di firmare un accordo che “danneggi l’unità nazionale”. Non è chiaro cosa significa, ma il colpo di stato militare del 1962 era stato scatenato proprio dal tentativo di un presidente democraticamente eletto di dare alla Birmania ciò di cui aveva bisogno: un sistema di governo federale. E l’esercito continuerà a non permetterlo.

La costituzione scritta dai generali garantisce all’esercito un quarto dei seggi in parlamento, abbastanza per bloccare qualsiasi modifica costituzionale. I militari hanno anche creato un Consiglio nazionale della difesa e della sicurezza, che può dichiarare lo stato d’emergenza e sospendere il governo eletto: sei dei suoi undici membri sono ufficiali militari.

Se l’esercito vorrà riprendere il potere, quindi, potrà farlo in maniera piuttosto legale, anche se si troverebbe di fronte un’enorme resistenza popolare. Bisogna aggiungere che sono stati i generali ad avviare la transizione democratica, perché avevano capito che cinquant’anni di governo militare avevano trasformato la Birmania dal paese più ricco del sudest asiatico a quello più povero. Se tornassero al potere il paese ricadrebbe nella povertà e nell’isolamento.

Il percorso della Birmania verso la democrazia è ancora lungo e incerto. Nella vicina Thailandia, che è molto più ricca ed era tornata alla democrazia nel 1992, i militari sono di nuovo al potere. Ma per il momento la stampa birmana è libera, le elezioni regolari e gli investimenti arrivano in massa.

Facendo attenzione e con un po’ di fortuna, questa transizione potrebbe funzionare davvero.

(Traduzione di Federico Ferrone)

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