Forze militari della Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale (Cédéao) a Banjul, in Gambia, il 23 gennaio 2017. (Andrew Renneisen, Getty Images)

Il Gambia dimostra che la democrazia africana sa difendersi da sola

Forze militari della Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale (Cédéao) a Banjul, in Gambia, il 23 gennaio 2017. (Andrew Renneisen, Getty Images)
25 gennaio 2017 11:06

Per essere stato un intervento militare, è stato quasi impeccabile. Il 1 dicembre 2016 il presidente Yahya Jammeh, dittatore del Gambia da più di vent’anni, è stato sconfitto in un’elezione che si è rivelata un po’ più libera di quanto previsto. Prima ha ammesso la sconfitta, telefonando addirittura al vincitore, l’imprenditore del settore immobiliare Adama Barrow, per fargli le congratulazioni. Poi però ha cambiato idea e ha deciso di restare al potere.

Pochi giorni dopo la Comunità economica degli stati d’Africa occidentale (Cédéao) ha ordinato a Jammeh di cedere il potere a Barrow. Dopo poche settimane l’organizzazione stava pianificando un’azione militare per costringerlo a farlo, mentre i presidenti e primi ministri di altri paesi della Cédéao facevano la spola da Jammeh per provare a riportarlo alla ragione.

Il 19 gennaio, poiché Jammeh rifiutava ancora di cedere il potere, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione in sostegno della Cédéao chiedendo però di “usare prima gli strumenti politici”. Come sempre succede, tuttavia, non appoggiava alcuna azione militare. Si è trattato del classico compromesso del Consiglio di sicurezza, che consiste nel dire la cosa giusta ma senza imporre un’azione concreta per paura di scatenare dei veti.

Il saccheggio prima della fuga
L’organizzazione regionale africana è andata avanti comunque. Il 20 gennaio una forza multinazionale di settemila soldati, provenienti da cinque paesi dell’Africa occidentale, ha varcato il confine tra Senegal e Gambia. Barrow, che era fuggito in Senegal per evitare l’arresto o conseguenze peggiori, ha giurato come presidente e ha immediatamente ordinato all’esercito gambiano di non opporre resistenza. A parte qualche eccezione, così è stato.

Il 21 gennaio Jammeh ha continuato a sfidare gli ultimatum. Alla fine però si è imbarcato su un aereo per la Guinea, da dove ha raggiunto la Guinea Equatoriale, un paese ancora più isolato e oscuro del Gambia. La probabile ragione del tira e molla è stata rivelata il giorno dopo, quando Mai Ahmad Fatty, uno dei consiglieri del presidente Barrow, ha rivelato che dalle casse del governo del Gambia erano stati sottratti più di dieci milioni di euro.

Yahya Jammeh non ha passato i suoi 22 anni al potere rubando il denaro del paese e nascondendolo all’estero come qualsiasi normale dittatore. Dato che era un vero megalomane, pensava semplicemente che non avrebbe mai dovuto cedere il potere. Ma quando alla fine ha dovuto fare i conti con la realtà, ha subito capito che per mantenere il suo stile di vita in esilio avrebbe avuto bisogno di molto denaro, e quindi ha arraffato tutto quel che ha potuto prima di andarsene.

La Cédéao ha confermato di essere l’organizzazione regionale più efficace del pianeta

Alla fine ci siamo liberati di lui, senza che nell’operazione andasse persa una sola vita umana. Il Gambia ha assistito alla prima transizione pacifica dalla sua indipendenza nel 1965, e la Cédéao ha confermato di essere l’organizzazione di sicurezza regionale più efficace del pianeta. Non è verosimile immaginare l’Associazione delle nazioni del sudest asiatico (Asean) o la Lega araba intervenire militarmente per difendere la democrazia. L’Organizzazione degli stati americani non ha mai fatto niente di simile ed è difficile credere che l’Unione europea possa ricorrere alla forza per evitare che un dittatore prenda il potere in uno dei suoi stati membri nei Balcani.

L’Unione africana fa un pochino meglio (si vedano gli interventi in Somalia e Sud Sudan), ma il fatto che conti ben 54 paesi rende i suoi processi decisionali lunghi e tortuosi. Invece i 15 paesi della Cédéao sono più volte intervenuti con successo per difendere o ripristinare governi democratici nei suoi stati membri, più recentemente in Costa d’Avorio (2010), in Guinea Bissau (2012) e in Mali (2012).

Un modello da imitare
La Cédéao è stata fondata nel 1975, e i suoi membri si sono impegnati per la prima volta a rispettare i diritti umani e a promuovere sistemi di governo democratici nel 1991 (quando alcuni di loro erano ancora retti da delle dittature). Ma l’anno chiave è stato il 1999, quando hanno tutti aderito al protocollo sul meccanismo di conflitto, prevenzione, gestione, risoluzione, operazioni di pace e sicurezza.

Potrebbe essere paragonata al Consiglio di sicurezza dell’Onu, perché ha il diritto di ordinare azioni militari in stati sovrani per fermare delle guerre. Ma ci sono almeno due importanti differenze che la rendono più efficace: può intervenire anche per vanificare gli attacchi alla democrazia e non prevede un diritto di veto. Anche la gigantesca Nigeria, che possiede da sola la metà della popolazione totale dell’organizzazione, deve accettare il voto della maggioranza.

Per decidere d’intervenire serve una maggioranza di due terzi del Consiglio di mediazione e sicurezza (Cms), un’istituzione formata da nove membri scelti a rotazione. La Nigeria ha naturalmente un’enorme influenza, ma talvolta non siede neppure nel Cms quando questo prende le sue decisioni.

La Comunità di sviluppo dell’Africa meridionale e l’Unione africana (responsabile per tutto il continente) hanno quindi seguito l’esempio della Cédéao e hanno adottato simili regole d’intervento, ma una così decisa protezione internazionale dei diritti umani e della democrazia non esiste al di fuori dell’Africa.

Si potrebbe dire, naturalmente, che l’Africa è il continente che ne ha più bisogno, e non sarebbe falso. Ma il punto è che per prima cosa l’Africa la possiede, e che molte altre regioni del mondo avrebbero bisogno di istituzioni simili.

(Traduzione di Federico Ferrone)

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