14 agosto 2017 09:50

Non è mai stata mia intenzione dire ai pachistani che l’indipendenza del loro paese è stata un errore. Una volta, quando avevo diciannove anni, sono andato in Pakistan per l’estate insieme ad altri quaranta giovani universitari canadesi in un viaggio che aveva lo scopo di promuovere la solidarietà internazionale. Un esercizio del tutto privo di scopo, questo lo avevo già capito, ma il viaggio era gratis e non ero mai stato fuori del Nordamerica prima di allora.

Un’altra cosa che avevo capito già allora è che distribuire in giro volantini per annunciare un dibattito pubblico in cui dei cittadini stranieri avrebbero sostenuto la tesi secondo cui la creazione del Pakistan era stata una cattiva idea era davvero una cattiva idea.

Sono scoppiati dei disordini a Lahore e il dittatore militare dell’epoca ci ha fatti arrestare tutti quanti e ci ha mandati in una scuola maschile di Abbotabad che era vuota per la pausa estiva, finché non sono riusciti a trovare su un volo della Pakistan international airlines un numero sufficiente di posti per espellerci tutti quanti (molti anni dopo quella stessa città sarebbe stata l’ultimo rifugio di Osama bin Laden, ma meglio non divagare).

Nel 1947 si trasferì in Pakistan la parte più istruita e ricca della popolazione musulmana indiana

A metà agosto si celebra il settantesimo anniversario della partizione tra l’India e il Pakistan, perciò è ora di riprendere quel dibattito. Anche perché il diciottesimo primo ministro del Pakistan, Nawaz Sharif, è stato appena costretto a lasciare l’incarico su ordine della corte suprema pachistana. In questi settant’anni nessun primo ministro del Pakistan è mai riuscito a portare a termine un mandato.

Se l’India non si fosse divisa
Il Pakistan non è uno “stato fallito”. Offre una vita piena di agi a circa cinque milioni di persone privilegiate, compresa la ricchissima famiglia Sharif (il fratello di Nawaz Sharif, Shahbaz, subentrerà alla carica di primo ministro non appena potrà lasciare il posto di governatore dello stato del Punjab ed essere eletto dal parlamento). Altri 30 o 40 milioni di persone conducono una vita modesta, ma tutto sommato tollerabile e altre 150 milioni di persone vivono nella povertà.

Nemmeno l’India è ricca. Il suo reddito pro capite supera quello del Pakistan solo del 20 per cento, e il reddito pro capite dei 190 milioni di musulmani indiani, la più povera tra le principali comunità religiose del paese, è probabilmente di poco inferiore al reddito medio in Pakistan. Vale però comunque la pena chiedersi se le cose non sarebbero andate meglio se l’India non fosse stata divisa nel 1947.

Innanzitutto va ricordato che quell’anno si trasferì in Pakistan la parte più istruita e ricca della popolazione musulmana indiana. Se i loro venti milioni di discendenti vivessero ancora nelle case abbandonate dopo la partenza, nell’India di oggi il reddito medio dei musulmani sarebbe molto più alto.

In un’India del genere, e democratica, un nazionalista indù fazioso come Modi non sarebbe mai diventato primo ministro

La proporzione di musulmani nella popolazione di un’India non divisa sarebbe stata talmente alta da non poter essere ignorata dal punto di vista politico. Se il Pakistan e il Bangladesh, che si è separato dal Pakistan nel 1971, facessero ancora parte dell’India, i musulmani non rappresenterebbero il 13 per cento di quell’India non divisa. Sarebbero più del 30 per cento.

Alcune ipotesi
In un’India del genere, supponendo che fosse riuscita a restare democratica, un nazionalista indù fazioso come Narendra Modi non sarebbe mai diventato primo ministro. Un terzo dell’elettorato avrebbe votato d’istinto contro di lui. Per le stesse ragioni, i musulmani candidati sulla base di un programma di stampo religioso non avrebbero avuto alcun successo, ma molti musulmani sarebbero stati eletti per ricoprire incarichi importanti solo sulla base dei loro meriti.

È una visione troppo ingenua? I malvagi indù non avrebbero massacrato i musulmani? Dopo tutto era questo il ragionamento implicito dietro la richiesta di uno stato separato per gli indiani musulmani. Se la maggioranza indù non ha massacrato i 190 milioni di musulmani dell’India di oggi, come avrebbe potuto massacrare i 530 milioni di musulmani di un’India non divisa?

Si stima che gli scontri tra indù e musulmani in India abbiano provocato diecimila vittime dal 1950 a oggi. Per ogni indù ucciso le vittime musulmane sono state tre, ma queste cifre non possono in alcun modo reggere il confronto con i costi della partizione in termini di vite umane, sia nell’immediato sia nel lungo periodo.

pubblicità

Almeno un milione di persone fu massacrato nelle carneficine reciproche tra musulmani e indù nel 1947, quando dieci milioni di persone si sono trasferite dall’India al Pakistan o viceversa. Un milione di civili sono stati uccisi nella guerra che nel 1971 ha spezzato in due il Pakistan e si è conclusa con l’indipendenza del Bangladesh. E sebbene nelle quattro guerre tra India e Pakistan siano morti solo 30mila soldati, entrambi i paesi posseggono oggi armi nucleari.

Un’altra cosa. Senza la partizione con ogni probabilità il subcontinente non avrebbe subìto colpi di stato militari. L’India è da settant’anni la più grande democrazia del mondo, mentre il Pakistan e il Bangladesh sono stati governati da generali per quasi la metà delle loro storie indipendenti.

Le cose potevano andare diversamente? Sia Gandhi, che nonostante il suo status di santo era comunque un leader indù profondamente fazioso, sia Muhammad Ali Jinnah, leader della AllIndia muslim league e fondatore del Pakistan, sono morti a un anno dalla partizione. Se il governo britannico in preda al panico non fosse stato colto da una tale fretta di fuggire dall’India, forse si sarebbe potuto creare uno spazio per consentire ai leader indù e musulmani di negoziare un esito diverso. Oppure no, tutto può essere. Questo è un gioco puramente ipotetico, perché una volta sancita, la divisione è stata irreversibile. Il dibattito però sarebbe stato di sicuro molto interessante.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)