Il presidente del parlamento catalano Carles Puigdemont a Sant Julià de Ramis, nella provincia di Girona, 1 ottobre 2017.

In Catalogna la strategia di Puigdemont ha funzionato

Il presidente del parlamento catalano Carles Puigdemont a Sant Julià de Ramis, nella provincia di Girona, 1 ottobre 2017.
03 ottobre 2017 10:17

Il leader nazionalista catalano Carles Puigdemont ha ottenuto il massimo dal caotico pseudoreferendum del 1 ottobre: 761 persone ferite dalla polizia spagnola che cercava di annullarlo.

Anche i mezzi d’informazione stranieri hanno riportato i fatti e i resoconti dell’intervento della polizia, e ora Puigdemont avrà una scusa per lanciare una dichiarazione unilaterale d’indipendenza.

Puigdemont, presidente del governo regionale catalano, si è già dimostrato in passato un istrione della politica. Nel passato ha paragonato le campagne non violente dei separatisti catalani per l’indipendenza alla guerra civile spagnola del 1936-1939 e perfino alla guerra in Vietnam. “Ogni giorno è un Vietnam”, ha dichiarato in un’intervista televisiva nel 2016, apparsa un tantino esagerata. Ma è il genere di cose che permette di radunare le truppe, e c’è una minoranza di persone in Catalogna che vuole davvero l’indipendenza. C’è sempre stata, perché la Catalogna ha ricevuto un duro trattamento da diversi governi spagnoli in passato.

La dittatura franchista
Ha combattuto con i repubblicani e i comunisti durante la guerra civile spagnola e decine di migliaia di catalani sono morti quando i fascisti del generale Francisco Franco hanno vinto la guerra. Franco ha punito la Catalogna vietando l’uso della lingua catalana (abbastanza vicina allo spagnolo castigliano, ma abbastanza diversa perché le persone tengano alla differenza).

Ma oggi è la regione più ricca della Spagna. La lingua catalana gode di pari status con lo spagnolo ed è usata nelle scuole. La ricchezza della regione ha attirato tantissime persone emigrate dal resto della Spagna nel corso degli anni, al punto che il 46 per cento della popolazione oggi parla soprattutto spagnolo (il 37 per cento usa perlopiù il catalano, mentre il 12 per cento sostiene di usarle entrambe).

E quindi quali sono i motivi che spingono così tanti catalani a volersi separare dalla Spagna? Rimostranze storiche che risalgono alla guerra civile e anche a prima di allora, risentimento per il fatto che molti ispanofoni siano immigrati in Catalogna, fastidio per il dover condividere parte della loro ricchezza con le parti più povere della Spagna (ma questa è l’Europa, dove una cosa simile è assolutamente normale), e più di tutto quello che Sigmund Freud chiamava “il narcisismo delle piccole differenze”.

Differenze altrettanto piccole hanno portato la Norvegia a staccarsi pacificamente dalla Svezia nel 1904 e alla secessione non violenta della Slovacchia dalla ex Cecoslovacchia nel 1993. Perciò l’irrilevanza delle differenze in sé non è un ostacolo. I separatisti catalani, però, avevano di fronte due ostacoli di peso: per la costituzione spagnola i referendum per l’indipendenza sono illegali e, se avessero effettivamente organizzato una consultazione, avrebbero quasi certamente perso.

Il problema, dunque, sono tutte le persone che parlano spagnolo e non condividono il romantico sogno nazionalista di molti (ma non tutti) i catalani. Un sondaggio a marzo mostrava che il 48,5 per cento di loro era contrario all’indipendenza e il 44,3 per cento era favorevole. A luglio i contrari all’indipendenza erano il 49,4 per cento, e i favorevoli il 41,1. È difficile privare dei loro diritti questi “spagnoli” (la maggioranza dei quali è effettivamente nata in Catalogna), e quindi un semplice referendum non sarebbe stato sufficiente.

Puigdemont ha probabilmente concepito la sua grande idea dopo che, nel 2014, i risultati di un referendum simbolico hanno prodotto una maggioranza dell’80 per cento favorevole all’indipendenza. Questo perché si trattava di un referendum non legale e solo un terzo della popolazione (quasi tutti catalani) aveva partecipato. Perché non organizzarne un altro, ma facendo sì che il parlamento catalano, in cui la sua coalizione conta su una maggioranza risicata, lo dichiarasse “legale e vincolante”?

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Una volta ancora, la maggior parte degli ispanofoni non avrebbero votato, ma in questo caso, ha dichiarato, non sarebbe servita un’affluenza minima, e il parlamento regionale avrebbe potuto dichiarare l’indipendenza “entro 48 ore” in caso di voto a favore. Oppure, se il governo spagnolo fosse intervenuto per bloccare la votazione, come è suo diritto fare ai sensi della costituzione, avrebbe potuto usare la cosa come pretesto per una dichiarazione unilaterale d’indipendenza.

In entrambi i casi, Puigdemont avrebbe vinto e il governo spagnolo perso. Senza l’intervento di Madrid, la Catalogna avrebbe dichiarato l’indipendenza facendosi forte di un referendum al quale avrebbe partecipato solo una minoranza della popolazione, quasi tutta di lingua catalana. In caso di intervento, il governo sarebbe stato colpevole di “repressione della democrazia”, e le immagini dei manifestanti catalani trascinati via dai seggi elettorali avrebbe mostrato al mondo tutta la ferocia dell’esecutivo spagnolo.

Madrid ha scelto quest’ultima opzione e oggi per tutto il mondo è un oppressore. Puigdemont, in un discorso televisivo trasmesso la sera del 1 ottobre, ha dichiarato: “In questo giorno di speranza e sofferenza, i cittadini della Catalogna hanno ottenuto il diritto di avere uno stato indipendente sotto forma di repubblica”. Ha anche fatto capire che presto sarebbe stata diffusa una dichiarazione d’indipendenza.

Bella strategia. Peccato per il casino.

(Traduzione di Federico Ferrone)

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