Sostenitori del rieletto Presidente Hun Sen a Phnom Penh, in Cambodia, il 27 luglio 2018.

La primavera asiatica è rimasta incompiuta

Sostenitori del rieletto Presidente Hun Sen a Phnom Penh, in Cambodia, il 27 luglio 2018.
03 agosto 2018 09:59

Un quarto di secolo prima della primavera araba del 2011 c’era stata la primavera democratica del sudest asiatico: Filippine nel 1986, Birmania nel 1988, Thailandia nel 1992 e Indonesia nel 1998. Mentre nel mondo arabo le aspirazioni democratiche sono state immediatamente soffocate nel sangue (Siria, Egitto, Libia), nel sudest asiatico era sembrato che la democrazia avesse messo radici profonde. Almeno all’inizio.

Oggi la situazione è sconfortante. L’esercito ha riconquistato il potere in Thailandia e non lo ha mai davvero ceduto in Birmania. Le Filippine hanno ancora la forma di una democrazia, ma il presidente Rodrigo Duterte è un pagliaccio assassino. La settimana scorsa abbiamo assistito al crollo della facciata democratica in Cambogia. Cosa è andato storto?

Democrazia di facciata
Nel caso della Cambogia la democrazia non è mai stata più di una parvenza. Hun Sen, appena “rieletto” presidente con l’80 per cento dei voti, è al potere da 33 anni, prima come leader di un governo fantoccio comunista insediato durante l’occupazione vietnamita tra il 1978 e il 1990 e poi come capo di un paese indipendente in cui gli oppositori tendono a scomparire nel nulla e il suo partito vince tutte le elezioni.

Eppure la Cambogia aveva una stampa relativamente libera e un partito d’opposizione, dunque è stata considerata sostanzialmente una democrazia. Poi però, nel 2013, il Partito di salvezza nazionale cambogiano (Cnrp), all’opposizione, ha ottenuto un risultato sorprendente alle elezioni. Da quel momento i mezzi di comunicazione indipendenti sono stati chiusi uno dopo l’altro. Alla fine del 2016 il Cnrp è stato sciolto dalla corte suprema. Naturalmente Hun Sen ha vinto di nuovo le elezioni.

Qualcuno potrebbe sostenere che trattandosi soltanto di una parvenza democratica, la Cambogia non ha perso molto. Ma la verità è che questa facciata, per quando pericolante, rappresentava comunque una forma di difesa dei diritti civili e umani. Ora questa protezione non esiste più. “Hun Sen può fare tutto quello che vuole. La gente ha paura”, ha dichiarato Mu Sochua, importante esponente del Cnrp fuggita in Germania il mese scorso (il leader del partito, Kim Sokha, è in galera con l’accusa di tradimento).

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La Thailandia ha fatto molta più strada verso la costruzione di una vera democrazia. Un partito populista che ha coinvolto i contadini e i poveri delle aree urbane ha conquistato il potere e ha cominciato a utilizzare le risorse del paese per aiutare i più bisognosi. Ma la reazione è stata feroce: i conservatori sostenuti dall’esercito, tra cui gran parte della classe media urbana, hanno combattuto il partito populista nei tribunali e nelle strade.

I populisti sono stati costretti a cambiare nome e leader più di una volta, ma sono rimasti operativi fino al colpo di stato militare del 2014, che ha interrotto qualsiasi attività politica. Ogni anno i generali promettono libere elezioni per l’anno successivo, ma finora non è mai accaduto.

In Birmania l’esercito non ha mai realmente perso il potere. Il tentativo di rivoluzione nonviolenta del 1988 è stato spazzato via da un massacro di studenti peggiore di quello ordinato dal Partito comunista cinese in piazza Tienanmen l’anno successivo.

Negli ultimi anni i militari sono stati costretti a cedere parte del potere ai civili attraverso elezioni libere, ma i generali hanno reagito con un pogrom contro la minoranza musulmana nello stato Rakhine, i rohingya, accusati falsamente di essere clandestini: 700mila Rohingya sono stati trasportati oltre il confine con il Bangladesh. I nazionalisti buddisti birmani hanno applaudito l’esercito, mentre Aung San Suu Kyi, eroina del movimento democratico, non ha osato condannare il crimine dei militari. Sostanzialmente l’esercito è di nuovo saldamente al comando.

L’uomo forte al potere
Poi ci sono le Filippine, dove le elezioni sono davvero libere. Il problema è che nel 2016 i filippini hanno eletto Rodrigo Duterte, assassino reo confesso, con una valanga di voti. Oggi, dopo almeno tremila omicidi di presunti spacciatori compiuti dagli squadroni della morte, l’indice di gradimento di Duterte resta il più alto tra tutti i presidenti filippini dopo la rivoluzione del “potere al popolo” del 1986.

Vietnam e Laos sono ancora autocrazie governate dai comunisti. Indonesia e Malesia sono le uniche due vere democrazie della regione. Qui le speranze alla fine del ventesimo secolo erano ben diverse, ma è comunque meglio di niente.

Nonostante gli scandali locali – come l’incarcerazione di un sindaco non musulmano di Jakarta accusato ingiustamente di blasfemia – la democrazia indonesiana funziona ed è meno corrotta rispetto agli standard della regione. I malesiani si sono appena liberati con le urne del più corrotto primo ministro della storia del paese, che ora è in galera. Da notare che Malesia e Indonesia ospitano quasi metà della popolazione regionale.

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Per quanto riguarda gli altri, siamo al solito gioco del bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno. In questo momento i passi indietro si stanno accumulando, dando l’impressione che l’esperimento democratico nel sudest asiatico sia fallito. Ma ogni regime retrogrado deve comunque affrontare una resistenza democratica molto più solida rispetto a una generazione fa.

Nel secolo successivo alla rivoluzione, in Francia ci sono stati due imperatori, un “direttorio”, due monarchie e tre repubbliche. Quasi tutte le transizioni sono state violente. La linea generale, in sudest asiatico e altrove, è ancora quella di un avvicinamento alla democrazia. Ma il viaggio sarà più lungo del previsto.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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