31 luglio 2020 12:28

“Uno sguardo alla storia della produzione di armi nucleari mostra che tutti e undici i paesi che hanno desiderato costruire delle bombe lo hanno fatto, impiegandoci tra i tre e i dieci anni”, ha scritto Yossi Melman, corrispondente per gli affari strategici e d’intelligence del quotidiano israeliano Haaretz domenica scorsa. E quindi perché, si è chiesto, l’Iran non c’è riuscito pur essendo trent’anni che ci prova?

Forse, suggerisce Melman, è perché l’Iran non vuole davvero fabbricare delle armi nucleari. Forse vuole solo essere una quasi- potenza nucleare, sempre in grado di portare velocemente a termine la cosa qualora ne avesse davvero bisogno.

Il fatto che i nemici dell’Iran, sia i vicini (i paesi musulmani sunniti e Israele) sia i lontani (gli Stati Uniti), sappiano che Teheran può rapidamente dotarsi di armi nucleari in caso di crisi, è un deterrente quasi altrettanto efficace che averle effettivamente a disposizione. Ma non provoca i boicottaggi, le sanzioni, e il rischio di attacchi nucleari “preventivi” che effettivamente derivano dall’averle.

Non è esattamente un pensiero originale, ma è la prima volta che lo vedo espresso sulla stampa israeliana. È anche la prima volta che ho visto l’ovvia domanda posta in maniera così chiara: com’è possibile che un qualsiasi paese ci metta così tanto a portare a termine un simile compito?

L’Iran è un paese da ottanta milioni di abitanti con discrete capacità scientifiche e tecnologiche. In un qualsiasi momento degli ultimi cinquant’anni avrebbe sicuramente potuto produrre delle armi nucleari in meno di dieci anni, se si fosse davvero dedicato alla cosa. Invece non lo ha fatto. Ma perché?

Il primo programma di armamenti nucleari iraniano è stato avviato dallo scià negli anni settanta, con la benedizione degli Stati Uniti, che speravano di fare del paese il gendarme filoamericano del Medio Oriente.

Il nuovo corso
I rivoluzionari dell’ayatollah Khomeini hanno messo fine al programma quando hanno preso il potere nel 1979, ritenendo di non averne bisogno. L’unico paese del Medio Oriente che effettivamente possiede armi nucleari è Israele, e la valutazione dell’Iran è sempre stata che non le avrebbe usate in maniera sconsiderata.

Non solo le armi nucleari d’Israele sono relativamente poco minacciose, ma il paese gode anche di un’implicita garanzia nucleare statunitense: che senso ha dotarsi di un pugno di armi nucleari iraniane perché fungano da deterrente per le centinaiadi armi analoghed’Israele e le migliaia statunitensi. La realtà è che, quando si parla delle possibili armi nucleari iraniane, il cuore della questione non è mai Israele.

Quel che davvero motiva gli iraniani sono le minacce nucleari di altri paesi. La prima volta è stato dopo che il dittatore iracheno Saddam Hussein ha invaso l’Iran (con il sostegno degli Stati Uniti), nel 1980. L’Iraq aveva effettivamente un programma di armi nucleari e i missili balistici iracheni venivano già lanciati sulle città iraniane. A un certo punto, nel corso di quella guerra durata otto anni, l’Iran ha riavviato il programma di armamenti nucleari dello scià.

A Teheran c’è lo stesso costante braccio di ferro tra attori razionali e falchi ultra-militaristi che ha luogo a Washington, Mosca e Pechino

Ma l’invasione dell’Iran da parte di Saddam è fallita, e la sua successiva invasione del Kuwait e la sconfitta nella guerra del golfo del 1990-1991 si sono chiuse con lo smantellamento delle strutture nucleari irachene, sotto la supervisione dell’Onu. E così il programma di armi atomiche di Teheran è stato nuovamente congelato. Come possiamo esserne sicuri? La risposta viene dalla “legge dei dieci anni” di Melman: se l’Iran avesse continuato a lavorare in tal senso, di sicuro oggi possederebbe armi nucleari.

Il successivo momento di panico è stato nel 1998, quando India e Pakistan hanno testato una decina di armi atomiche ciascuno. L’India non è una minaccia per l’Iran, ma il Pakistan potenzialmente sì. Si tratta di un potente stato musulmano sunnita (220 milioni di abitanti), poco distante dall’Iran, l’unico importante stato sciita al mondo.

Gli estremisti sunniti non hanno mai acquisito potere in Pakistan, ma esiste un’importante influenza dei jihadisti che si estende anche nell’esercito. L’Iran è entrato allora nuovamente nel panico, e nel 1999 ha segretamente riavviato il suo programma d’armamenti nucleari.

Ma la cosa è andata avanti solo fino al 2002, quando un gruppo rivoluzionario iraniano anti-regime, Mujahedin-e-Khalk, ha rivelato pubblicamente la cosa. Sull’Iran sono state imposte delle sanzioni, e gli sforzi per dotarsi di armi nucleari si sono nuovamente interrotti.

Il “mistero” è dunque risolto. Il programma di armi nucleari iraniano non è ancora rimasto in attività per dieci anni totali, figurarsi dieci anni consecutivi. Nel 2015 l’Iran aveva inoltre firmato un accordo decennale, posto sotto la garanzia internazionale, in cui accettava di mettere fine a ogni attività volta allo sviluppo di armi atomiche, essendo ormai sufficientemente vicina all’essere una “quasi- potenza” nucleare.

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A Teheran si verifica lo stesso costante braccio di ferro tra attori razionali e falchi ultra-militaristi che ha luogo a Washington, Mosca e Pechino, ma il più delle volte a prendere le decisioni sono persone responsabili. Se la loro posizione dovesse cedere a quella degli estremisti durante le elezioni iraniane del prossimo anno, questo accadrà perché Donald Trump si è tirato fuori da quell’accordo e ha reimposto le sanzioni sull’Iran.

Perché lo ha fatto, nonostante i suoi stessi servizi d’intelligence dicessero che gli iraniani stavano rispettando ciò che avevano promesso ai sensi di quell’accordo? Perché l’accordo rientrava nell’eredità di Barack Obama, che Trump è determinato a distruggere in toto. Né più né meno.

Chi invece ha un motivo razionale per voler affondare l’accordo è il primo ministro israeliano Binyamin Netanyahu. Anche i suoi servizi d’intelligence gli hanno detto che l’Iran stava rispettando gli obblighi che le spettavano ai sensi dell’accordo, ma ha bisogno della “minaccia” nucleare iraniana per vincere le elezioni israeliane.

Anche a voi viene in mente l’espressione “stati canaglia”?

(Traduzione di Federico Ferrone)

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