07 settembre 2021 16:12

“Dobbiamo occuparci di chiunque stia ancora sparando”, ha detto all’inizio di agosto Getachew Reda, il portavoce delle forze tigrine. “Se dovremo marciare fino ad Addis per far tacere le armi, lo faremo”. Del resto, i combattenti del Fronte popolare di liberazione del Tigrai (Tplf), dopo aver riconquistato a giugno il capoluogo della loro regione Mekelle, sono avanzati per un terzo del tragitto che li divide da Addis Abeba, la capitale dell’Etiopia.

I combattimenti sono stati violenti perché l’esercito etiope è più numeroso, mentre quello tigrino è più professionale e determinato. Non solo ha preso il controllo di quasi tutto il Tigrai, a parte l’estremità occidentale, ma anche di un terzo della confinante regione dell’Amhara, storicamente il cuore dell’impero etiope.

Può sembrare strano che le forze di una regione di sette milioni di abitanti abbiano sconfitto l’esercito di uno stato federale con 110 milioni di cittadini. Ma bisogna ricordare che l’Etiopia è un mosaico di gruppi etnici, lingue e religioni, che nel passato è stato tenuto insieme da una monarchia accentratrice o da una dittatura sostenuta da una spietata forza militare. Fino a pochi anni fa era il Tigrai a fornire quella forza.

I tigrini si erano conquistati quel ruolo emergendo come il gruppo armato più potente nel corso della lunga lotta per rovesciare la dittatura comunista del Derg. In virtù di ciò, avevano dominato il regime autoritario guidato da una coalizione di forze su base etnica che era rimasto al potere dal 1991 fino a pochi anni fa. Nel 2018, però, gli altri gruppi etnici si sono alleati per insediare un nuovo primo ministro, Abiy Ahmed, che ha cominciato a smantellare una dittatura considerata corrotta.

A quel punto l’élite militare tigrina si è ritirata nella sua regione con il muso lungo. Ed era armata fino ai denti, visto che la metà dell’esercito etiope si trovava nel Tigrai ed era formato in gran parte da tigrini. Quand’è stato evidente che Abiy voleva smantellare la vecchia gerarchia e non era disposto a scendere a patti, si sono ribellati.

Una mossa affrettata
Come da copione, il primo ministro ha deciso di invadere il Tigrai e risolvere il problema una volta per tutte. Ma la sua mossa era destinata al fallimento, perché stava attaccando direttamente quella che di fatto è una Sparta africana.

Per un po’ l’esercito tigrino si è ritirato dalle città e nel novembre scorso Abiy ha potuto dichiarare la fine della guerra. Ma i leader tigrini si stavano organizzando e a giugno hanno contrattaccato. L’esercito federale è crollato ed è fuggito, mentre il Tplf ha ripreso gran parte del Tigrai senza combattere.

Se le cose si fossero fermate a questo punto, avrebbe potuto sopravvivere una qualche forma di federazione etiope, magari con un Tigrai semiautonomo. Ma Abiy ha commesso un grave errore: imporre il blocco delle comunicazioni con il Tigrai, per costringere i suoi abitanti ad arrendersi per la fame. Al momento gran parte della popolazione tigrina, che vive in una regione senza sbocchi sul mare, è a rischio di carestia. Probabilmente per questo i leader della guerriglia si sono spinti nella regione dell’Amhara, per avvicinarsi alle strade dove passa il grosso delle merci che viaggia tra la capitale e il porto di Gibuti. Il loro successo ha spinto l’Esercito di liberazione oromo – un gruppo armato che rivendica l’autonomia degli oromo, l’etnia più numerosa dell’Etiopia – ad allearsi con il Tplf.

Obiettivo improbabile
Oggi l’Etiopia ricorda molto l’ex Jugoslavia poco prima delle guerre civili degli anni novanta, che la divisero in sei paesi. Abiy però ha rilanciato chiamando alle armi tutti i cittadini nella speranza di radunare un esercito più grande, in grado di riconquistare il Tigrai e la provincia occupata dell’Amhara. È un obiettivo che appare piuttosto improbabile.

Abiy ha qualche vantaggio, per esempio lo stesso tipo di droni armati provenienti dalla Turchia che l’Azerbaigian ha usato l’anno scorso per sbaragliare l’esercito armeno nell’ultima guerra del Caucaso. L’aeronautica militare etiope però è in pessime condizioni, poiché la maggioranza dei suoi comandanti e piloti più esperti era tigrino.

E riguardo l’idea di ampliare rapidamente l’esercito etiope, va ricordato che truppe ben addestrate ed esperte come quelle tigrine di solito sconfiggono volontari inesperti e addestrati in fretta e furia, non importa quanto numerosi. Perciò se Abiy non vince, cosa accadrà?

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Se Abiy stringe in tempi brevi un accordo con i tigrini per mettere fine al blocco e riconoscere la loro indipendenza e i loro confini, alla fine potrebbe avere ancora abbastanza truppe e credibilità per affrontare gli oromo e altri gruppi etnici ribelli, che si faranno presto sentire. In caso contrario, l’Etiopia probabilmente si spaccherà e assisteremo a quello che è accaduto in Jugoslavia.

E i tigrini cosa faranno? Alcuni hanno abbastanza fiducia nelle proprie capacità da ambire a invadere l’Eritrea per rovesciare il presidente Isaias Afewerki, che ha mandato i suoi soldati in aiuto di Abiy. Isaias governa da trent’anni un paese di 5,3 milioni di abitanti con il pugno di ferro ed è talmente detestato che un eritreo su dieci è scappato all’estero.

Alcuni etiopi dell’élite tigrina potrebbero addirittura pensare di unire i due paesi. Dopotutto, metà della popolazione eritrea parla la stessa lingua e unire i due territori offrirebbe al Tigrai un utile sbocco sul mare.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)