30 gennaio 2020 09:21

“Di Maio si è dimesso, Salvini ha perso, il 4 marzo è archiviato, il Pd torna a essere il pilastro del campo alternativo alla destra”. La sintesi della situazione è di Nicola Zingaretti, in un commento a caldo nella notte dei risultati delle regionali. E se può suonare troppo definitiva – in fondo si è votato solo in due regioni e due regioni, oltretutto sideralmente distanti fra loro, non fanno l’Italia –, nonché troppo ottimista sul Pd – primo partito in Emilia-Romagna e inaspettatamente anche in Calabria, ma non per questo al riparo dai suoi problemi e dalle sue contorsioni interne – coglie indubitabilmente il punto cruciale: il voto di domenica 26 gennaio chiude politicamente, dal basso, la stagione che si era aperta il 4 marzo 2018 con lo sfondamento della Lega e dei cinquestelle e con il governo gialloverde, e che l’estate scorsa era stata interrotta – ma dall’alto, e perciò con un deficit di legittimazione – con la formazione del governo giallorosa.

Che questa archiviazione coincida con l’apertura di una stagione nuova e promettente, tuttavia, sarebbe arrischiato dirlo. Si può ipotizzare che dia un po’ di respiro al governo, ammesso che il rinsaldamento del Pd compensi la deflagrazione del M5s. Ma non è altrettanto ipotizzabile un effetto di stabilizzazione sull’insieme del sistema politico, che resta esposto a fattori assai aleatori, dall’accordo sulla nuova ed ennesima legge elettorale alle scosse interne ai partiti e alle coalizioni.

Dalla legge elettorale – che dovrà tenere conto della riduzione dei parlamentari voluta dai cinquestelle, sempre che il referendum la confermi – dipende l’assetto che il sistema politico prenderà, su base proporzionale o bipolare. Dicono i retroscena che l’accordo proporzionalista raggiunto dalla maggioranza di governo dovrebbe reggere, per convinzione di Zingaretti e soprattutto perché il M5s non accetterebbe mai di vedere sancita la fine della sua specificità “né di destra né di sinistra” da una legge che lo obbligasse a coalizzarsi. E del resto, il maggioritario e un assetto bipolare non converrebbero neanche al centrodestra, dove significherebbero riconsegnare a Salvini quello scettro di padrone assoluto della coalizione che la sconfitta emiliana e il mancato sfondamento in Calabria gli hanno tolto con grande sollievo di Berlusconi e di Giorgia Meloni.

Le maschere cadute
Tuttavia non è sfuggita a nessuno la voracità con cui alcuni politici e soprattutto alcuni commentatori si sono avventati sui dati delle regionali per decretare il ritorno del bipolarismo, con il vizio mai dismesso dai primi anni novanta in poi di ingabbiare nella “soluzione” maggioritaria tutte le crisi e gli annodamenti di un sistema politico in perenne transizione. La cui ultima tappa, come il voto di domenica ha dimostrato sia in Emilia-Romagna sia in Calabria, è l’evaporazione del M5s insieme alla liquefazione del (presunto) “carisma” imbattibile di Matteo Salvini. Fine della stagione sovran-populista? E inizio di che cosa?

È la prima domanda che le regionali lasciano sul campo, sia pure a partire da due esiti opposti, la vittoria netta del centrosinistra in Emilia-Romagna con relativa batosta per lo “sfidante” Salvini e l’ancor più netta vittoria – prevedibile e prevista, data l’offerta frammentata del campo opposto – del centrodestra in Calabria, ma di un centrodestra che resuscita Forza Italia e in cui Salvini si ferma al 12 per cento. Mentre il M5s che in Emilia-Romagna era esploso in Emilia-Romagna implode; e in Calabria, dove alle politiche del 2018 (e già a quelle del 2013) aveva beneficiato del rigetto popolare di un’intera classe dirigente fallimentare, di destra e di sinistra, scende in picchiata dal 44 al 7 per cento, con la magra consolazione che alle regionali di cinque anni fa era andato ancora peggio.

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Questa caduta ovviamente non toglie, come fanno osservare in queste ore realisti e iperrealisti, che il potere della Lega resti intatto nelle regioni del nord che non da oggi governa. Ma è evidente che la strategia salviniana di “nazionalizzazione” del partito padano, che vedeva nella conquista dell’Emilia-Romagna una tappa cruciale di legittimazione ideologica e in quella della Calabria una tappa cruciale di legittimazione territoriale, allo stato attuale è fallita. Due elettorati diversissimi fra loro non hanno ceduto alla seduzione né dell’uomo forte, né del suo linguaggio sgangherato e violento, né delle sue promesse di sovranità sui confini, sulla proprietà, sullo straniero e sull’io. La maschera è caduta, e c’è da dubitare che senza quella maschera l’uomo abbia molte carte da giocare, come accade di questi tempi a tutti i leader mediaticamente costruiti.

Cade la maschera anche dalle promesse palingenetiche che avevano creato il fenomeno M5s, vuoi perché quelle promesse sono tanto seducenti dall’opposizione quanto insostenibili dal governo, vuoi per la crisi inevitabile di una formazione priva di regole democratiche al suo interno, vuoi per il gorgo in cui è entrata la leadership di Di Maio dalla rottura del tandem con Salvini alle dimissioni di pochi giorni fa. Ma evidentemente la disintegrazione del movimento ha a che fare anche e soprattutto con la sua stessa identità “né di destra né di sinistra”, e ripropone la questione dell’esistenza o meno di uno spazio politico non effimero per questa collocazione “terza” nelle democrazie post-novecentesche. Dopo aver gonfiato per primo in Europa le vele del populismo, il laboratorio politico italiano potrebbe altresì fornire la prima prova che esse si possono sgonfiare.

Una lezione
A patto di intendere, del populismo, anche la lezione. Un compito che spetterebbe in primo luogo al Pd, e che non consiste solo in un maggiore ascolto delle istanze e delle frustrazioni che vengono dal popolo, o nella sostituzione della farsa demagogica con la concretezza programmatica. In Italia, consiste anche nella rimessa a fuoco del problema storico del dualismo fra nord e sud. Qualcuno ricorderà che la cartina elettorale uscita dalle urne del 4 marzo 2018 ricalcava esattamente la cartina geografica dell’Italia preunitaria, con il sud consegnato al M5s e il nord consegnato alla Lega: l’alleanza gialloverde, da molti considerata innaturale e inspiegabile, era in realtà spiegabilissima come alleanza fra due frustrazioni, quella della parte più ricca del paese, timorosa di perdere i propri vantaggi, e quella della parte più precaria, timorosa di perdere tutto. Che quella alleanza mostri la sua fallacia è un’ottima notizia. Ma dal 2018 a oggi poco o niente è stato fatto per riunificare quella cartina, e le regionali lo hanno dimostrato, con la politica e i media nazionali concentrati sulla prima e assenti nella seconda.

Il gap del resto continua nei commenti del giorno dopo. Si prenda la questione della partecipazione al voto, cresciuta dal 37 al 67 per cento rispetto alle precedenti regionali in Emilia-Romagna e rimasta inchiodata al 44,5 per cento in Calabria: mentre per l’Emilia si va alla ricerca delle ragioni politiche – le Sardine – che l’hanno rialzata, per la Calabria si rimarcano le supposte ragioni antropologiche (apatia dei più e pratica del voto prevalentemente come voto di scambio) che avrebbero riconsegnato la regione alle clientele più consolidate. Mentre in Calabria il non-voto va letto per quello che è, la risposta prevedibile a un’offerta politica intollerabilmente modesta, in una regione che soffre al contempo di un deficit di rappresentanza e di rappresentazione, e dove la qualità della politica ufficiale può abbassarsi di anno in anno nell’indifferenza e nell’oscuramento dei media mainstream.

L’urgenza di ridurre questo gap è la seconda questione che le regionali lasciano sul campo. E investe anche il movimento delle Sardine, che meritoriamente e simbolicamente si sono date a Scampia il loro prossimo appuntamento, ma fin qui non hanno preso posizione contro l’autonomia differenziata, uno dei cui massimi sostenitori è quello stesso Stefano Bonaccini che le Sardine hanno aiutato a salvare l’Emilia-Romagna da Salvini.