Accoglienza, crisi, rifugiati, immigrazione, barconi, frontiera, muri, scafisti, salvataggi, respingimenti.

Sono le parole che più usiamo quando parliamo del movimento dei corpi nello spazio.

Ma perché ci dimentichiamo sempre della parola viaggio? Non sono forse viaggiatori anche gli afgani, i siriani, i somali?

Per il vocabolario Treccani viaggiare significa: “Trasferirsi da luogo a luogo, per lo più distanti l’uno dall’altro, con un mezzo di trasporto: in treno, in nave, in aeroplano, in pullman (e nel passato a cavallo, con la carrozza, con la diligenza); per terra, per mare, per aria”.

Trasferirsi da luogo a luogo.

Quindi sì, afgani, siriani, somali, eritrei sono viaggiatori. Come lo sono del resto gli italiani, i francesi, gli statunitensi, gli inglesi, i tedeschi.

Viaggiatori sì, ma non uguali nelle possibilità.

È da un po’ che penso che dobbiamo alzare l’asticella del discorso sulle migrazioni e concentrare la nostra attenzione sulla diseguaglianza di viaggio. Ci ripensavo proprio l’altro giorno. Ero stata invitata dal quotidiano tedesco Tageszeitung (Taz) a un evento che il giornale organizza ogni anno a Berlino. Dovevo partecipare a un incontro, uno dei tanti della giornata, intitolato Alle Wege führen nach Rom (tutte le strade portano a Roma), insieme al redattore della Taz Ambros Waibel e a Luciana Castellina.

Per esigenze personali non potevo fermarmi a Berlino la notte. Quindi ho preso l’aereo la mattina e sono tornata indietro il pomeriggio. Lo so, una cosa insensata. Anche perché la giornata era splendida e i Tiergarten risplendevano di luce pura. Ma malgrado il poco tempo qualcosa sono comunque riuscita a farla. Ho visto i due aeroporti della città, Tegel e Schönefeld, ho chiacchierato all’andata con un tassista turco e al ritorno con un signore palestinese. Naturalmente ho fatto il mio incontro, un bell’incontro dove ho imparato tante cose. La mia compagna di conferenza, come ho già detto, era Luciana Castellina. Pendevo dalle sue labbra e sarei rimasta tutto il giorno a sentire le sue storie che da Trieste, passavano per Roma, la famiglia, l’ombra della shoah, e poi il comunismo, il giornalismo, la militanza. Ho abusato del mio corpo naturalmente, ero distrutta dalla stanchezza e il ciclo (che come sappiamo noi donne si presenta sempre inopportuno) mi aveva infiacchito ancora di più. La sera ero uno zombie. Esausta, ma felice.

Fare tutto questo è stato possibile grazie a Schengen e al fatto che sono cittadina italiana. Il mio corpo ha la patente di libera circolazione.

Ci sono tante persone che per raggiungere la Germania devono fare un patto con il diavolo

Per tutto il viaggio ho pensato alle persone che in questi mesi hanno guadato il fiume a Idomeni, in Grecia, per raggiungere la frontiera successiva. A Idomeni dov’è in corso un gioco dell’oca tragico, in cui se sbagli casella sei rispedito al punto di partenza. Ora, con gli accordi tra l’Unione europea e la Turchia, tutti saranno rispediti alla casella di partenza senza che i loro casi vengano davvero esaminati. Ci sono tante persone che per raggiungere la Germania devono fare un patto con il diavolo. Devono pagare scafisti, mettersi nelle mani delle mafie, vivere in baraccopoli maleodoranti, in tende o per strada, devono farsi picchiare, subire violenze, convivere con i topi e gli scarafaggi, mangiare male, curarsi peggio, partorire nel freddo, soffrire. Eppure sono esseri umani come noi. Hanno un naso, due orecchie, due occhi, due gambe – sempre se una mina non gliene ha fatto saltare una. Sì, siamo tutti uguali in teoria, ma in realtà tra noi c’è sempre una barriera invisibile (a Idomeni o in Ungheria nemmeno tanto invisibile) che porta qualcuno in serie A e getta gli altri nell’abisso della serie B e della serie C.

L’ho pensato soprattutto in aereo mentre leggevo Americanah, il libro di Chimamanda Ngozi Adichie, nell’ottima traduzione di Andrea Sirotti. Un romanzo meraviglioso Americanah, ricco, da rileggere e da regalare. Ma ecco che a pagina 243 (perdonatemi lo spoiler, ma mi serve farlo) Obinze, uno dei protagonisti, studente nigeriano di buona famiglia, con voti alti, a cui non manca niente, va a chiedere il visto all’ambasciata statunitense di Lagos. È quasi sicuro di averlo. Si sente destinato a quel paese. “Il suo desiderio assunse tratti lievemente mistici. Si vedeva percorrere le strade di Harlem, discutendo del valore di Mark Twain con i suoi amici americani, contemplando il monte Rushmore”.

Lì davanti alla fila “sapeva già che il miglior intervistatore era quello con la barba bionda e, mentre procedeva in fila, sperò che non gli toccasse la strega, una bella donna bianca famosa per i suoi strilli al microfono e gli insulti rivolti perfino alle nonne”. Quando però il tipo dalla barba bionda gli dice che “non ha i requisiti” il mondo sembra crollargli addosso. Ma come, un “no” proprio a lui che ha i voti più alti, denaro in banca, che vuole studiare e conoscere quel paese che ama da una vita? Un no proprio a lui che quel paese lo ha conosciuto grazie alle riviste, ai romanzi, alla serie tv?

Obinze sa già i nomi delle strade ancor prima di percorrerle. Conosce anche la forma delle case, la consistenza dell’asfalto americano, il gusto del bacon e l’odore che emana il tacchino della festa del ringraziamento. Com’è possibile che il tipo dalla barba bionda gli dica che non ha i requisiti? Obinze è a terra. La madre per dare un po’ di logica al tutto gli spiega: “È la paura del terrorismo. Gli americani ora sono maldisposti verso i giovani maschi stranieri”.

Ma anche le donne vengono considerate ad alto rischio, perché sospettate di essere delle migranti economiche.

Il passaporto italiano permette a un italiano di andare ovunque. Con quello somalo è tutta un’altra storia

Viaggiare non è facile se non sei nato nel paese giusto. Nel nostro tecnologico e incivile pianeta vige un vero apartheid di viaggio. Se non hai il passaporto giusto la tua vita si ferma alla frontiera. Sei solo un disagio, un pericolo, una rogna, qualcuno a cui si dovrà sbarrare la strada. Circolare da uno stato all’altro, anche solo per una vacanza, diventa una missione impossibile. Di recente un’azienda, la Arton Capital, ha elaborato il passaport index, dove ogni passaporto è analizzato e classificato a seconda della sua possibilità di viaggio. Il passaporto diventa più potente, quindi più desiderabile, calcolando il numero dei paesi in cui si può entrare senza visto o dove ottenerlo all’arrivo è molto semplice. Tra i primi in classifica, naturalmente, ci sono gli Stati Uniti d’America. Avere un passaporto degli Stati Uniti apre le porte del mondo. Uno statunitense può viaggiare praticamente ovunque: sono 154 i paesi in cui può viaggiare senza visto. E anche ottenere il visto dagli altri spesso non è molto faticoso. Un po’ di trafila burocratica, ma poca cosa.

Una donna proveniente dall’Africa subsahariana nel porto di Pozzallo, il 5 luglio 2015. (Alessio Mamo, Redux/Contrasto)

Paradossalmente molti statunitensi non sono mai usciti dal loro paese. Soprattutto per ragioni economiche.

Sono curiosa. Il passaport index diventa quasi una droga. Guardo tutto. La curiosità mi porta fatalmente a vedere i miei due paesi, l’Italia e la Somalia, per capire come cambia da un passaporto all’altro il mio rank di viaggio. Il passaporto italiano è tra i più potenti al mondo, sta in seconda fascia insieme a un gruppetto di altri paesi europei, e permette a un cittadino italiano di poter viaggiare con un certo agio. Invece con il passaporto somalo è tutta un’altra storia. In realtà il passaporto somalo non l’ho mai avuto, a causa della lunga guerra civile. Ma se avessi avuto solo quello la mia vita sarebbe stata, come lo è per tanti somali giovani e meno giovani, fortemente condizionata.

Un somalo non può andare quasi da nessuna parte. Il passaporto ha un tasso di desiderabilità molto basso, occupa l’ottantanovesimo posto del passport index. Ovvero è tra gli ultimi. Solo 32 paesi permettono a un somalo o a una somala di entrare senza un visto o con un visto rilasciato all’ingresso del paese. Incuriosita, mi metto a fare delle ricerche per capire dove potrei andare se avessi solo il passaporto del paese dei miei genitori. La più generosa è Haiti che permette ai somali di entrare senza visto e rimanere nel paese per tre mesi. Anche le Maldive, la Micronesia e il Mozambico danno un visto di un mese. I somali poi possono entrare senza visto in Malesia, a Singapore e nell’arcipelago caraibico di Saint Vincent e Grenadine. Il resto del mondo, soprattutto quello occidentale, è blindato. Persino l’Italia, che ha colonizzato per anni la Somalia e l’ha sfruttata anche dopo sotterrando rifiuti tossici nel suo territorio (Ilaria Alpi è morta per aver scoperto un traffico di rifiuti e di armi), non dà il visto. Praticamente per un somalo, come per tanti altri, la possibilità di viaggiare legalmente e in sicurezza è esclusa.

Pasolini e gli studenti africani

Negli anni settanta e ottanta del secolo scorso questo era possibile. Roma era piena di studenti africani che spesso studiavano e si formavano per un periodo nelle università italiane, prima di tornare nei paesi di origine. Lo testimonia una scena del documentario del 1970 Appunti per un’orestiade africana di Pier Paolo Pasolini, in cui lo scrittore intervista alcuni studenti africani. Sono tutti eleganti. Tutti con uno sguardo fiero e una bella giacca addosso. Vengono da Etiopia, Burkina Faso, Congo e intrattengono con lo scrittore un dialogo serrato, intenso, dove gli sguardi si incrociano e si confrontano. Ogni tanto mi capita di rivedere la scena di quel dialogo su YouTube e da un po’ di tempo mi sfiora lo stesso pensiero.

Quei ragazzi così ben vestiti, quei figli dell’Africa, non hanno dovuto mettersi nelle mani dei trafficanti, ma semplicemente hanno preso un aereo. Il mondo nel passato non era perfetto, ma la possibilità di viaggiare, di ottenere un visto, anche se faticosamente, esisteva. Oggi non più. Se vuoi viaggiare c’è la mafia, le mafie. Sono loro le vere agenzie di viaggio globali. Come è successo che abbiamo creato un mondo di serie A e uno di serie B? Un mondo dove una persona può muoversi a piacimento, in cento e più paesi senza visto, e altri sono considerati indesiderabili appena mettono la testa fuori dall’uscio?

Per un africano è difficile viaggiare anche all’interno della stessa Africa. Anche lì ci sono restrizioni inimmaginabili per i cittadini africani che spesso non vengono applicate ai viaggiatori europei, statunitensi, cinesi o australiani. Lo scrittore Karim Metref nel suo articolo Viaggiare non è facile per un africano… anche in Africa, uscito nel blog del giornalista Daniele Barbieri, scrive:

Il risultato della ricerca è assai illustrativo del livello di chiusura della maggior parte dei paesi africani verso i cittadini africani. In genere un africano ha bisogno di un visto per andare nel 55 per cento dei paesi africani. Nel 22 per cento dei paesi ha bisogno di chiedere il visto nel paese d’origine prima di intraprendere il viaggio, mentre nel 33 per cento può richiederlo alla frontiera o nel porto/aeroporto di arrivo. Su 55 paesi africani, solo 13 hanno una politica di accoglienza molto aperta verso gli africani, cioè non prevedono visto oppure, se previsto, lo concedono facilmente all’arrivo.

Il paese che ha l’indice di apertura più alto sia relativamente che in assoluto (10/10) è la repubblica delle Seychelles che non chiede il visto a nessun cittadino di qualsiasi stato africano, né prima della partenza né all’arrivo.

Invece nella top 4 dei paesi più chiusi troviamo l’Egitto, la Guinea Equatoriale, São Tomé e Príncipe e il Sahara Occidentale. Tutti con 0/10 quindi con l’obbligo di visto prima della partenza per i cittadini di ogni paesi africano.

In teoria, con il trattato di Abuja del 1991, l’Africa si sarebbe dovuta dotare di una sorta di Schengen. Ma questo non è mai successo. Ciku Kimeria, una cittadina del Kenya, lo spiega bene nel suo articolo The trials, restrictions and costs of traveling in Africa if you’re an African, uscito su Quartz Africa. Ciku racconta di un viaggio che ha fatto in Africa occidentale.In Costa D’Avorio, punto di partenza del suo giro, nessuno le credeva quando diceva che non aveva né lavoro né parenti da visitare nei paesi toccati dal suo viaggio, ma che voleva fare solo del turismo. Lei, donna nera, non poteva essere una turista. Turisti erano i francesi, al massimo gli inglesi e i tedeschi, bianchi naturalmente. Lei era stata messa nella casella alto rischio, perché le donne sole, si sa, vogliono solo emigrare. Le peripezie di Ciku mi hanno ricordato quelle scene di Ricomincio da tre in cui chiunque, sentendo l’accento napoletano di Massimo Troisi, gli chiede: “Napoletano? Emigrante?”, e lui imbarazzato ribatte: “No, turista”.

Un eritreo nel porto di Augusta, il 29 agosto 2015. (Alessio Mamo, Redux/Contrasto)

Ciku, che è una viaggiatrice provetta, ha già visitato 42 paesi, 16 dei quali in Africa, e vorrebbe dal suo continente una presa di posizione del tipo: “Noi ci fidiamo l’uno dell’altro, anche se il resto del mondo non si fida di noi”. Purtroppo però, nota con rammarico, l’accesso al suo continente è più facile per un nordamericano che per un africano come lei.

Con un passaporto debole non puoi studiare all’estero, partecipare a programmi come l’Erasmus, non puoi specializzarti, non puoi andare a vedere il concerto del tuo gruppo preferito, non puoi regalarti un viaggio di nozze con bacio sulla Torre Eiffel, non puoi prendere un volo last minute, non puoi accettare a cuor leggero un posto all’estero, esclusa poi dal tuo vocabolario la parola turismo. E sì, meglio non innamorarti di qualcuno che vive in un paese di cui non puoi avere il visto.

In Americanah Chimamanda Ngozi Adichie lo racconta in una scena tra Ifemelu, la giovane nigeriana protagonista del romanzo, e Curt, il fidanzato americano bianco. Lui le dice: “Andiamo a Parigi domani. Lo so che non è per nulla originale, ma non ci sei mai stata, e mi piacerebbe fartela vedere!”. Lui è pieno di amore per lei, l’adora, la venera. Ma a volte non la comprende. Lei gli risponde semplicemente: non è che posso prendere e andare a Parigi. Ho un passaporto nigeriano. Dovrei far domanda per un visto, portando gli estratti conto della banca, l’assicurazione sanitaria e tutte le prove documentarie che non intendo stare là e diventare un peso per l’Europa.

A tutto questo lui risponde: già, me l’ero dimenticato.

Se Curt lo ha dimenticato, molti non sanno nemmeno di quali privilegi godono.

Trisha consiglia di viaggiare molto là dove si può prima di chiedere un visto per l’Europa o per gli Stati Uniti

Ma chi ha un documento debole e vuole comunque viaggiare, come fa a superare il muro dell’apartheid?

Mi sono imbattuta in un blog, P.S. I’m on my way. Travel, life and dreams di Trisha Velarmino. Trisha, una ragazza filippina, si definisce una viaggiatrice incallita, che ha lasciato una vita comoda per seguire la sua passione per il viaggio. A lei si rivolgono migliaia di utenti da tutto il mondo. Le vengono rivolte domande di tutti i tipi. Una ragazza di nome Patty, filippina come lei, per esempio si sfoga e Trisha intitola il post non troppo scherzosamente Third world passport 101: the secret to successful visa applications. Patty scrive: “Sono veramente stufa delle nostre limitazioni”. Dove per “nostre” si intendono quelle che riguardano i filippini, ma anche tutti gli altri che hanno un passaporto del “terzo mondo”. Patty sogna l’Australia, sogna gli Stati Uniti e anche l’Europa.

D’altronde con internet e i social network i paesi si guardano dritto negli occhi. Il mondo occidentale, con la sua moda e i suoi cantanti, fa tendenza. È naturale che i giovani di tutto il mondo vogliono acchiappare quel mondo scintillante fatto di Beyoncé, Leonardo DiCaprio, Cristiano Ronaldo. Anche semplicemente per una vacanza. Ecco perché Patty parla di frustrazione. La difficoltà di avere un visto, la getta in uno stato di depressione, quasi di inutilità se non addirittura di irrilevanza. Se non può viaggiare, non può valere. Ma Trisha, l’autrice del blog a cui arriva questo sfogo, invece di unirsi al lamento dà a Patty e agli altri utenti delle “dritte” per ottenere i visti desiderati.

Trisha sa bene che è difficile e frustrante avere un passaporto del “terzo mondo”, ma sostiene che a volte si deve cambiare il punto di vista e vedere anche i pregi dei passaporti in questione. Uno dei consigli che dà è di avere un passaporto in ordine e di viaggiare molto prima di chiedere un visto per l’Europa o per gli Stati Uniti. Trisha è consapevole del passaport index e sa che per le Filippine (al numero 64 dell’indice con 61 paesi visitabili) alcuni paesi sono accessibili: “ Viaggia per i paesi dove puoi avere un visto e conserva gli altri per i viaggi successivi”, scrive. E racconta a Patty e agli altri utenti che non aveva idea di come fosse il Marocco, ma siccome voleva e doveva viaggiare per farsi un bel curriculum e un passaporto con tanti timbri, ha scelto questa meta perché lì poteva entrare facilmente in quanto filippina. Quei tre mesi passati in Marocco, continua, sono tra i suoi ricordi migliori. Una meraviglia di paese. Senza contare che questo le ha fatto fare bella figura dopo. Al consolato italiano qualcuno le ha detto: “Hai viaggiato molto per la tua età”. E questo, dice Trisha, depone a tuo favore. Per rincuorare Patty le segnala un link dove può scoprire quanti paesi una filippina può visitare senza visto. Bolivia: 60 giorni, Brasile: 90 giorni, Colombia: 90 giorni, Brunei: 14 giorni, Ecuador: 90 giorni, e via continuando con Israele, Vanuatu, Zambia eccetera.

Di siti come quelli di Trisha ce ne sono molti. Sono solari, ottimisti, divertenti. Cercano di far buon viso a cattivo gioco.

Migrare come unica scelta

Ma dobbiamo cominciare a chiederci se sia giusto che una persona, solo per il fatto di essere nata in un certo paese, ha tutto il mondo srotolato ai suoi piedi, mentre un’altra ha tutte le porte sbarrate. Ha senso tutto questo in un mondo dove attraverso internet tutti possiamo guardarci reciprocamente?

Non è detto che chi parte lo faccia solo per migrare definitivamente. Molti vogliono studiare, specializzarsi, guardarsi intorno, vivere. Agli occidentali questo è permesso. Si apre un sito, si prenota un volo, e si parte per un fine settimana romantico ad Amsterdam o in cerca di avventura sul Machu Picchu. C’è chi cerca lavoro a Berlino per imparare il tedesco, c’è ci si specializza a Harvard. Il viaggio è una possibilità concreta per chi è nato in occidente. Per gli altri è un travaglio, un calvario, a volte è talmente impossibile che lo si può solo sognare o cercare di realizzarlo a costo di grandi rischi.

Per questo è importante creare modalità per un viaggio legale. Non solo riusciremo a restaurare una sorta di viaggio circolare, dove chi viaggia non sia costretto a migrare come unica scelta, ma abbia anche la possibilità di tornare indietro. Perché insieme alle reali emergenze umanitarie, il mondo occidentale ha creato un tappo che porta anche la semplice mobilità a diventare un’emergenza. Inoltre sarebbe tempo di creare un viaggio più sicuro per tutti, per chi si sposta e per chi accoglie. È questa la nostra massima contraddizione a ben pensarci. Si parla tanto di sicurezza, di antiterrorismo e allarmi vari, e nel frattempo abbiamo affidato qualcosa di prezioso come il viaggio alle mafie.

Viviamo in un tempo di paradossi e di paure. Ma, se vogliamo sopravvivere a noi stessi e ai nostri errori, occorre trovare in fretta una soluzione strutturale al viaggio e a questo sistema di apartheid che non ci fa onore.

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it