Barack Obama, il 17 novembre 2011. (Pete Souza, Casa Bianca/Flickr)

Il mondo secondo Obama

Barack Obama, il 17 novembre 2011. (Pete Souza, Casa Bianca/Flickr)
06 maggio 2016 09:10

“Non fare cazzate”. In redazione abbiamo discusso molto su come tradurre quello che in privato Barack Obama ha definito il primo compito di un presidente statunitense sulla scena internazionale dopo gli anni di George W. Bush: “Don’t do stupid shit”. E oggi, dopo otto anni di Obama alla Casa Bianca, la domanda che si pone è se il primo presidente afroamericano degli Stati Uniti abbia rispettato questo principio pratico che si è dato come guida e se il ruolo del suo paese nel mondo sia cambiato.

Ed è per rispondere a questa domanda e per contribuire a plasmare il giudizio sui suoi mandati che il presidente degli Stati Uniti ha parlato a lungo e in varie occasioni con il giornalista dell’Atlantic Jeffrey Goldberg, autore di “The Obama doctrine”, l’articolo che questa settimana è sulla copertina di Internazionale.

È un articolo decisamente irrituale: il presidente è in carica, e i suoi giudizi, talvolta taglienti, riguardano leader e capi di stato che in certi casi sono ancora al loro posto e con cui l’inquilino della Casa Bianca dovrà, nei prossimi mesi, avere a che fare.

A partire da questo articolo e da tutte le cose che rivela Goldberg, è interessante ragionare più in generale sulla politica estera degli anni di Obama, sui suoi risultati e su come è stata giudicata.

“Se fossimo tutti come gli scandinavi, sarebbe tutto più semplice”, dice regolarmente Barack Obama ai suoi collaboratori per spingerli a essere pragmatici, calmi e dialoganti. È una battuta, quella riferita da Goldberg, decisamente insolita per un presidente americano, che sottolinea un rapporto nuovo con l’Europa.

Quella di Obama è stata una politica estera nuova, più multilaterale, meno bellicista

“Forse avete bisogno di qualcuno che venga da fuori, che non sia europeo, per ricordarvi la grandezza di quello che siete riusciti a fare”, ha detto solennemente Obama ad Hannover il 25 aprile ai leader del vecchio continente, lodando l’unione di tanti paesi e tante culture come una “delle più importanti conquiste politiche ed economiche dei tempi moderni”, dicendo che un’Europa unita e forte è “una necessità per il mondo”, invitando gli europei a non dimenticare di essere “gli eredi di una battaglia per la libertà” e prendendo apertamente posizione contro Brexit, l’eventuale uscita della Gran Bretagna dall’Unione.

Non è accaduto spesso in questi decenni che presidenti e dirigenti statunitensi parlassero così dell’Europa. A parte la lontana e sprezzante battuta attribuita a Henry Kissinger – che si chiedeva che numero di telefono doveva fare per chiamare l’Europa – o quella più recente della segretaria di stato Madeleine Albright (“Per capire l’Europa bisogna essere geniali o francesi”), basta pensare agli anni di George W. Bush, la cui amministrazione ha sempre avuto l’obiettivo di dividere l’Europa e di sfruttare apertamente le sue rivalità interne per raggiungere i suoi obiettivi di politica estera.

È chiaro che i discorsi solenni dei leader politici sono spesso grandi operazioni di comunicazione ed esercizi di retorica, e che anche l’articolo di Goldberg è in parte una autonarrazione, per quanto mediata da un giornalista esperto e verificata attraverso il riscontro di molte fonti. Ma c’è un’idea precisa dietro quello che Obama ha voluto dire agli europei nel discorso di Hannover, che è in continuità con la sua idea della politica estera multilaterale di questi anni e con la legacy, l’eredità che vuole lasciare al mondo dopo otto anni di presidenza.

Due grandi successi

Molte voci si sono levate da osservatori sia di destra sia di sinistra per rimproverare all’inquilino della Casa Bianca alternativamente l’eccessiva continuità con il suo predecessore nella lotta al terrorismo (da sinistra) o la debolezza verso paesi pericolosi e minacciosi (da destra). Talvolta le stesse persone trovano coerente rimproverare Washington di non intervenire in Siria e, allo stesso tempo, di essere troppo interventista su altri terreni, magari attraverso il controverso strumento dei droni. E in ultima analisi lo accusano, come scrive Ida Dominijanni, di essere l’artefice del “declino della potenza americana e della sua forza ordinatrice sulla scena internazionale”.

“Strano rimprovero, in verità. Non era precisamente questo – la gestione della fine dell’unilateralismo americano – uno dei pilastri dichiarati del suo programma originario?” osserva Dominijanni. “Non si trattava di accompagnare un ridimensionamento non solo dell’impegno militare, ma anche della retorica e della hybris della più grande potenza del mondo? Eppure è proprio questo che non gli viene perdonato, quasi fosse un lutto insostenibile per gran parte dell’opinione pubblica americana e mondiale”.

Analizzando gli anni di presidenza obamiana si può effettivamente vedere una politica estera nuova, più multilaterale, più dialogante, meno bellicista, in grado di ottenere più risultati in campo diplomatico che in campo militare. I due grandi successi della presidenza Obama in politica estera nascono dalla capacità di vedere con occhi nuovi e con realismo alcuni conflitti epocali con paesi storicamente nemici degli Stati Uniti. Le nuove relazioni diplomatiche con Cuba e l’accordo sul nucleare con l’Iran hanno dimostrato la fiducia nel negoziato e le capacità diplomatiche di una amministrazione che, nonostante le fortissime pressioni degli alleati e dell’establishment politico e militare di Washington, ha saputo perseguire i suoi obiettivi in maniera efficace.

Barack e Michelle Obama al termine del loro viaggio a Riyadh, in Arabia Saudita, il 27 gennaio 2015. (Pete Souza, Casa Bianca/Flickr)

In particolare l’accordo con l’Iran, osteggiato in ogni modo dagli alleati storici degli Stati Uniti in Medio Oriente (soprattutto Israele e Arabia Saudita), dai repubblicani e da moltissimi osservatori e analisti di Washington, e visto con scetticismo anche da alcuni alleati europei, è il caso più eclatante del successo del pragmatismo di Obama.

“La competizione tra sauditi e iraniani, che ha contribuito ad alimentare guerre e caos in Siria, Iraq e Yemen, ci impone di chiedere ai nostri alleati così come agli iraniani di trovare un modo efficace per istituire una sorta di pace fredda”, dice Obama a Goldberg. Per disinnescare una minaccia non solo regionale ma globale – l’Iran con la bomba nucleare, e il conseguente rischio di una proliferazione nucleare nella regione – il presidente ha deciso di dialogare con un paese nemico giurato degli Stati Uniti dal 1979, attraverso una lunga e difficile attività diplomatica.

Si è assunto un grande rischio, ha scontentato gli alleati e ha scommesso sulla volontà dei riformisti di Teheran (in perenne guerra con i conservatori) di riportare il proprio paese nel consesso delle nazioni. Per ora la scommessa sembra vinta, e potrebbe avere conseguenze positive per tutta la regione.

Il manuale delle regole di Washington

Non è stata l’unica volta che il presidente statunitense ha deciso di rompere con le tradizioni della politica estera del suo paese. Nel caso della Siria Obama ha intenzionalmente violato quello che lui chiama, ironicamente, “il manuale delle regole di Washington”.

“A Washington c’è un manuale di regole che il presidente è tenuto a seguire, scritto dalle persone più influenti in politica estera”, spiega. “E il manuale prevede le risposte a diversi eventi, e queste risposte tendono a essere militari (…). Nel pieno di una sfida internazionale come quella della Siria, chi non segue il manuale delle regole viene giudicato severamente, anche se ci sono buoni motivi per non applicarlo”. E aggiunge: “Trovo poco intelligente l’idea che appena c’è un problema mandiamo i nostri militari a imporre l’ordine. Semplicemente, non lo possiamo fare”.

Agli europei questa visione può sembrare banale. Ma per un presidente degli Stati Uniti non lo è, ed è decisamente nuova questa consapevolezza che il mondo è cambiato, che forse è più difficile da capire e per certi versi più pericoloso, ma che non saranno gli scarponi dello Zio Sam (per fortuna) a illudersi di risolvere tutto (scatenando spesso conflitti sanguinosi, con conseguenze apocalittiche, come avvenuto nella guerra irachena voluta dai neoconservatori di George W. Bush). “Conosciamo la nostra storia in Iran, in Indonesia e in America Latina”, dice Obama a Goldberg. “Perciò quando cominciamo a parlare di un intervento dobbiamo tenere presente la nostra storia, e capire l’origine dei sospetti degli altri popoli”.

La politica estera degli Stati Uniti si sta facendo sempre più prudente, sempre più europea

Da questo nasce l’idea che gli Stati Uniti possono essere la guida del mondo “senza esserne il gendarme”, che devono invitare gli alleati in tutto il mondo ad agire con loro, soprattutto sul terreno negoziale, e ad assumersi le proprie responsabilità, senza aspettare che siano gli americani a risolvere i problemi di tutti (e in particolare degli europei).

“La famosa massima di Obama ‘non fare cazzate’ in realtà è il principio fondante della politica estera dei paesi europei già da molti anni. Obama sta solo esplicitando qualcosa di cui siamo consapevoli da tempo: la politica estera degli Stati Uniti si sta facendo sempre più prudente, sempre più europea”, ha scritto Ivan Krastev (pubblicato sul numero 1151 di Internazionale).

E si spiegano all’interno di questa ottica anche i grandi problemi irrisolti della presidenza Obama: la Libia, il fallimento della primavera araba, il nuovo interventismo della Russia, l’ascesa del gruppo Stato islamico e il conflitto siriano – oltre all’Iraq e all’Afghanistan, ereditati dal suo predecessore.

Gli Stati Uniti affrontano insieme con gli alleati e talvolta anche con gli avversari le crisi vecchie e nuove, anche quando questo processo è complicato e farraginoso. Se non sono in gioco interessi vitali del paese, gli interventi militari sono da evitare, e in generale è illusorio pensare di poter risolvere tutti i problemi del mondo. I paesi aggressivi o potenzialmente aggressivi – come la Russia, ma anche la Cina – vanno certamente contenuti, ma anche in qualche modo ascoltati quando si sentono minacciati o indeboliti: le potenze regionali o le grandi potenze se si sentono in pericolo tendono a ripiegarsi nel nazionalismo e ad assumere atteggiamenti minacciosi. E questo è negativo per l’intera comunità internazionale.

Barack Obama e il presidente giapponese Shinzo Abe a Washington, il 27 aprile 2015. (Pete Souza, Casa Bianca/Flickr)

L’accordo sul clima di Parigi è considerato il terzo grande successo di Obama in politica estera, anche se dal punto di vista ambientale molti osservatori lo giudicano insufficiente. “Il cambiamento climatico è una minaccia esistenziale per tutto il mondo”, ha detto Obama a Goldberg. “Se penso ai prossimi vent’anni, mi preoccupa profondamente per i suoi effetti su tutte le altre questioni che dobbiamo affrontare. Siccità più gravi, carestie più estese, più sfollati dal subcontinente indiano e dalle regioni costiere dell’Africa e dell’Asia, le difficoltà legate alla carenza di beni, i profughi, le malattie. Tutto questo aggrava gli altri problemi che abbiamo di fronte”.

L’accordo di Parigi – che si può considerare un traguardo significativo vista la ferma opposizione del congresso statunitense a maggioranza repubblicana e lo scetticismo di molti americani sul tema – era stato preceduto e in qualche modo reso possibile dall’intesa bilaterale del 12 novembre 2014 tra Stati Uniti e Cina, i due paesi che inquinano di più al mondo.

Il rapporto con Pechino per Obama è una priorità strategica, e l’accordo bilaterale è stato uno dei pilastri su cui questa relazione si è costruita. La Cina ha annunciato che ratificherà il trattato sul clima entro il prossimo G20, che si terrà a settembre. Gli Stati Uniti si sono impegnati a farlo entro la fine del 2016. Ma non è chiaro se Obama si impegnerà in prima persona a portare a casa il risultato o se lascerà il problema a chi arriverà dopo di lui.

La questione palestinese

Naturalmente questo atteggiamento nuovo, multilaterale e per certi versi innovativo coesiste con i vecchi riflessi e le antiche tradizioni, le storiche alleanze e i forti interessi che sono dietro la politica estera di una grande potenza, con tutte le sue ambiguità. E tutto questo può generare delusioni negli osservatori e nell’opinione pubblica.

Ogni volta che un barile bomba lanciato dall’aviazione di Assad, sostenuta dagli alleati russi e iraniani, fa strage di civili nelle città siriane continuiamo comprensibilmente a chiederci se non sarebbe meglio fare qualcosa di più e di meglio per salvare queste persone. Ed è la stessa domanda che ci poniamo di fronte a tante ingiustizie e a tanti abusi commessi dai paesi storicamente legati agli Stati Uniti. Nell’articolo di Golderg si parla molto dell’Arabia Saudita, ma non bisogna dimenticare Israele e la questione palestinese.

Obama ha avuto un pessimo rapporto personale e politico con Benjamin Netanyahu, e dall’inizio del suo mandato si è dichiarato sostenitore della soluzione a due stati. Il suo vicepresidente Joe Biden ha fatto altrettanto. Ma nonostante le critiche sulla continua espansione delle colonie in Cisgiordania (che giudica deleteria), le aspre polemiche e gli scontri con Netanyahu, l’amministrazione Obama ha deciso di non forzare la mano agli alleati israeliani e di continuare e perfino di aumentare la cooperazione con Israele sul terreno della sicurezza.

Gli ultimi mesi del secondo mandato di Obama potrebbero portare qualche sorpresa in questo senso? Neanche un inguaribile ottimista scandinavo potrebbe sperarlo.

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