Londra, il 25 giugno 2016. (Justin Tallis, Afp)

La Brexit è la storia di una catastrofe annunciata

Londra, il 25 giugno 2016. (Justin Tallis, Afp)
01 luglio 2016 11:19

Una catastrofe o una “rivolta democratica contro l’establishment”? Un’ondata di razzismo o il grido disperato dei diseredati contro i potenti? Si possono dare molte interpretazioni della Brexit. Ma i fatti sono questi: il 23 giugno, nel Regno Unito, 17 milioni di persone hanno votato per uscire (leave) dall’Unione europea e 16 milioni hanno votato per restare (remain). Cos’è successo una settimana fa, e perché?

Per rispondere a queste domande, dobbiamo ripassare un po’ di storia. Il Regno Unito è entrato a far parte della Comunità economica europea (Cee) nel 1973 con l’Irlanda e la Danimarca. Nel 1975 (mentre erano al governo i laburisti) fu indetto un referendum dal quale emerse che il 67 per cento della popolazione era favorevole alla Cee. Nel 1983 il Partito laburista, che all’epoca era guidato da Michael Foot, scrisse nel suo programma che se avesse vinto le elezioni sarebbe uscito dalla Cee.

Perse malamente. E nella politica britannica la questione dell’Europa rimase controversa per i trent’anni successivi. Il Partito conservatore, che era stato il maggior sostenitore della Cee, cominciò ad assumere una posizione più euroscettica. Il Regno Unito si rifiutò di entrare nell’euro. Nel 1990, Margaret Thatcher fu deposta dal suo stesso partito a causa di un conflitto interno sull’Europa. Ma il dibattito continuava. Intanto i laburisti si stavano spostando su una posizione molto più filoeuropea. Ma pochissimi politici parlavano a favore dell’Europa e tendevano ad attribuire all’Ue la responsabilità di una serie di problemi.

Alla vigilia delle elezioni del 2015, Cameron ha promesso che, se avesse vinto, avrebbe indetto un referendum sulla permanenza nell’Ue

Negli anni duemila ha cominciato a farsi strada nel mondo politico l’United Kingdom independence party (Ukip). Prendeva voti soprattutto dai conservatori, ma anche dai laburisti, era (ed è) antimmigrazione, antiEuropa e antipolitica, ma all’inizio non è riuscito a conquistare molti seggi in parlamento. Alla vigilia delle elezioni del 2015, il Partito conservatore, guidato da David Cameron, ha promesso che, se avesse vinto, avrebbe indetto un referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’Ue. Era essenzialmente una strategia per evitare che i voti continuassero a defluire verso l’Ukip. E in un certo senso ha funzionato. I conservatori hanno vinto (inaspettatamente) a stretta maggioranza le elezioni e l’Ukip ha ottenuto quattro milioni di voti, ma un solo seggio in parlamento.

A quel punto, i tory dovevano mantenere la promessa. Cameron ha annunciato il referendum a febbraio del 2016. Il suo partito si è quasi subito diviso e molti membri del governo si sono dichiarati favorevoli all’uscita. Poco dopo, Boris Johnson – l’ex sindaco di Londra – ha detto che anche lui sarebbe stato favorevole all’uscita. I laburisti erano compatti a favore della permanenza nell’Unione, ma il loro leader Jeremy Corbyn era piuttosto tiepido nei confronti dell’Europa. La campagna è cominciata con una serie di avvertimenti da parte del fronte del remain: con la Brexit ci sarebbe stata una recessione, il costo dei mutui sarebbe salito, le tasse sarebbero aumentate, il tasso di disoccupazione sarebbe (di nuovo) cresciuto e così via. Molti esperti hanno parlato a favore della permanenza nell’Ue, ma quasi sempre in termini negativi.

La strategia del fronte del leave è stata diversa. Prima hanno detto una serie di bugie: che per l’Ue si spendevano 350 milioni di sterline alla settimana (cifra che non teneva conto dei soldi che tornavano indietro), denaro che poteva essere speso per il servizio sanitario nazionale e per altre necessità dei cittadini; che la Turchia stava per entrare nell’Unione (un’affermazione ridicola accompagnata da una foto che mirava a spaventare gli elettori); che il Regno Unito era arrivato al “punto di rottura” (anche questa accompagnata da una gigantesca foto di siriani in fuga). Le bugie hanno funzionato meglio delle sempre più disperate “suppliche” degli esperti.

Insomma, Donald Trump era arrivato nel Regno Unito. Non importava quello che si diceva, o se aveva una qualche base nella realtà: quello che contava era fare appello alle emozioni e al senso di identità. Era soprattutto un appello all’identità inglese, un invito a “riprendere il controllo (delle nostre frontiere)”. “Rivogliamo il nostro paese!”, dicevano. Ma chi doveva ridarcelo? Gli immigrati, naturalmente, i neri, i polacchi, i musulmani. Questi appelli alle emozioni sono stati molto più efficaci delle opinioni di avvocati, banchieri, economisti, di tutte le 96 università britanniche e di molti altri. Era un chiaro segno che stavamo entrando nel mondo del postfattuale. Il mondo di Trump. Il mondo di Boris.

Si è aperto un vaso di Pandora, e non sarà facile richiuderlo. È scoppiata una bomba nella politica britannica

Cameron ha sbagliato completamente tattica. Non ha avuto nulla da dire tranne che in negativo. Aveva sopravvalutato il potere del “progetto paura” (che si era già rivelato a dir poco insufficiente durante il referendum per l’indipendenza della Scozia del 2014). Inoltre, aveva indetto il referendum per giugno quando la maggior parte degli studenti (che probabilmente avrebbero votato per rimanere) era via. Senza contare che molti giovani erano stati eliminati dal registro degli elettori grazie alle riforme introdotte dai tory per vincere le prossime elezioni politiche. Mano a mano che il giorno del voto si avvicinava, i sondaggi hanno cominciato a cambiare. Quelli che volevano uscire erano in aumento.

E così è successo. Il 23 giugno c’è stata una partecipazione del 72 per cento. Diciassette milioni e mezzo di persone hanno votato per uscire, poco più di sedici milioni per restare. Che cosa è successo? A questo punto, è importante non essere dogmatici o semplicistici nel valutare il risultato. Non è stata una “rivolta” della classe operaia contro Westminster. A Londra, dove ci sono molti poveri e un’alta percentuale di immigrati, il 60 per cento delle persone ha votato per rimanere. Anche in Scozia, dove la classe operaia è numerosa, il 62 per cento ha scelto di restare nell’Ue. L’Irlanda del Nord non è molto ricca, eppure il 58 per cento dei votanti voleva rimanere. Molte grandi città hanno fatto la stessa scelta a larga maggioranza : il 61 per cento a Bristol, il 60 per cento a Manchester, il 58 per cento a Liverpool. In altre c’è stato un testa a testa, come a Birmingham (dove quelli che volevano uscire hanno vinto di stretta misura), o a Leeds (dove è successo l’opposto). Cardiff si è decisamente dichiarata favorevole a restare.

Disinformazione e propaganda

Quelli che volevano uscire hanno vinto grazie ai voti ottenuti fuori delle grandi città, in parte nelle (ex) zone operaie del Galles, del nord, del sudest, delle Midlands, ma anche nelle contee agricole. Non è vero che hanno vinto nelle zone a più alta immigrazione. A Londra la percentuale di immigrati è più alta che in qualsiasi altra zona del paese. Hanno vinto in regioni dove il tasso di immigrazione è relativamente basso. E non tutti quelli che hanno votato per uscire lo hanno fatto perché odiavano l’Ue. Sapevano molto poco di quello che fa l’Unione, grazie ad anni di disinformazione e di propaganda. A votare per uscire sono stati soprattutto gli anziani. E non è stato in nessun senso un voto contro l’establishment, questa è un’affermazione assurda. Il Daily Mail, il Sun, il Sunday Times, il Daily Telegraph (il giornale dell’establishment per eccellenza), il Daily Express e il Sunday Express erano tutti a favore dell’uscita.

E non tutti quelli che hanno votato per uscire sono razzisti, ma, come ha scritto di recente qualcuno, adesso i razzisti pensano che il 52 per cento della popolazione sia d’accordo con loro. Si è aperto un vaso di Pandora, e non sarà facile richiuderlo. È scoppiata una bomba nella politica britannica (e nel mondo, scusa mondo!), che è già costata il posto a David Cameron, e rischia di farlo perdere anche a Jeremy Corbyn.

Il Regno Unito è un posto più brutto, più diviso e più odioso di quanto non lo fosse prima del 23 giugno, e niente sarà mai più come prima. Ci saranno nuove frontiere: con l’Irlanda, probabilmente con la Scozia, e sicuramente con l’altro lato della Manica. Gli immigrati (o quelli che sembrano immigrati) si stanno già sentendo dire “tornatevene a casa, abbiamo votato per uscire”. E la situazione non può che peggiorare. Quando le promesse (le bugie) del fronte del leave non si avvereranno (stanno già dicendo di non averle mai fatte), si scatenerà l’inferno. Il Regno Unito diventerà un paese più conservatore, più isolato, più infelice in cui vivere e lavorare. È cominciata la disgregazione del Regno Unito.

(Traduzione di Bruna Tortorella)

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