La giustizia deve superare le differenze di genere

08 ottobre 2017 09:57

Nell’attuale economia dei mezzi d’informazione non c’è niente che faccia più gola di un crimine violento commesso da una giovane donna attraente, tranne forse quando la giovane donna attraente sembra che la stia facendo franca.

Immaginate l’espressione dei direttori dei quotidiani nazionali quando si è diffusa la notizia che Lavinia Woodward, una bravissima studente di medicina dell’università di Oxford, non sarebbe finita in carcere per aver accoltellato il fidanzato durante una lite violenta, lo scorso settembre. Immaginate i direttori mentre sono davanti a cento avvilenti foto della faccia arancione di Donald Trump, e all’improvviso vengono a sapere non solo che una biondina giovane e bella con un nome degno di un personaggio di Agatha Christie si è trasformata in una dal coltello facile in un college di Oxford, ma anche che ha un profilo Instagram e una passione per i pantaloncini.

A questa storia non manca niente. Presenta persino un dilemma etico per le femministe: se è sbagliato risparmiare il carcere a un ragazzo violento con la scusa che ha davanti a sé un futuro brillante – come capita spesso ai ragazzi se sono anche bianchi e ricchi – non è forse altrettanto sbagliato mostrare la medesima indulgenza nei confronti una ragazza che ha commesso un atto violento?

Chi è promettente e chi no
Woodward sta comunque pagando il suo scotto, anche se questo dai giornali non emerge. È vero, le è stato risparmiato il carcere, ma la sua condanna per un reato violento la seguirà per tutta la vita. Eppure, il suo è diversissimo dai tanti casi di donne meno privilegiate che in tutto il mondo sono finite in carcere per essersi difese. Per esempio Marissa Alexander, afroamericana madre di tre bambini, incarcerata nel 2012 per aver sparato dei colpi di avvertimento contro il suo marito violento e rilasciata solo dopo una campagna nazionale e una battaglia legale andata avanti per tre anni.

Spesso si mostra indulgenza nei confronti di giovani “promettenti” che commettono stupide azioni violente, ma razza e classe ancora determinano chi può essere considerato promettente e chi no. Nel Regno Unito, se la persona condannata è bianca ha meno probabilità di finire in carcere rispetto a una non bianca. Le persone bianche hanno più probabilità di usufruire delle attenuanti, come la presunta relazione violenta che ha raccontato Woodward. Anche il sistema legale interpreta come insolita la violenza compiuta da una persona bianca. Mentre la violenza commessa da una persona nera o non bianca è considerata al tempo stesso inevitabile e non meritevole di compassione.

Questo non significa affatto che Woodward dovrebbe stare in carcere, ma che molte più donne dovrebbero starne fuori.

La storia di Woodward sembra insolita anche perché si suppone che sofisticate e giovanissime donne bianche non si lascino andare a questa sorta di comportamento violento. Ci si aspetta che le ragazze con storie problematiche, a prescindere dalla loro provenienza, indirizzino la rabbia sui propri corpi, tagliuzzandosi, drogandosi e affamandosi. È dai ragazzi che ci si aspetta un comportamento violento, e in quel caso l’evento non fa notizia, perfino quando i giudici li lasciano andare con un buffetto. Dopo tutto, i ragazzi sono fatti così.

Il dettaglio che fa la differenza
Sono tantissime le persone che su internet sfogano la loro rabbia contro Woodward, accusandola di aver beneficiato del cosiddetto pussy pass (o “permesso della figa”) – un mito predicato dalla cosiddetta destra alternativa secondo cui le donne violente evitano la prigione perché sono donne.

Altri si chiedono se vi fidereste a farvi operare da lei. Per quanto mi riguarda, la risposta è sì. Vedete, Woodward non ha solo accoltellato alla gamba quello che all’epoca era il suo ragazzo, gli ha anche lanciato addosso un computer portatile.

È questo il dettaglio a cui ripenso. Le persone ventenni, molto semplicemente, non lanciano un portatile, esattamente come quelle sulla trentina non lanciano un neonato, nemmeno come forma di autodifesa. Per farlo bisogna avere quel genere di patologica determinazione completamente concentrata su un obiettivo che ti rende adatto solo a pochissime professioni, una delle quali guarda caso è la chirurgia. Sarei assolutamente disposta a farmi operare al cuore dalla signorina Woodward. Ma non vorrei che sposasse mio fratello.

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La domanda che nessuno riesce a farsi, però, è se il fidanzato di Woodward se lo sia meritato o no. Era stato crudele, o l’aveva minacciata? L’aveva provocata? Aveva approfittato della sua fiducia, le aveva rubato dei soldi, aveva scopato con la sua migliore amica? O magari aveva un aspetto particolarmente accoltellabile quel giorno? Il motivo per cui nessuno fa queste domande è che sono di cattivo gusto, ridicole e del tutto fuori luogo. Alla fin fine la gente non si deve accoltellare, penso che su questo possiamo essere tutti d’accordo. È per questo che abbiamo leggi per questo genere di cose.

Questo però è esattamente il genere di domande che vengono poste regolarmente tutte le volte che gli uomini aggrediscono e molestano donne e ragazze. Se ci fosse davvero uguaglianza di genere in questo caso, al fidanzato avrebbero chiesto se quella notte avesse bevuto, se avesse provocato la sua partner mostrandole le sue cosce tornite e squarciabili, e perché, se non voleva essere accoltellato, fosse tornato nella stanza della ragazza senza indossare un paio di pantaloni a prova di accoltellamento. Le ragazze, dopo tutto, sono fatte così.

Viviamo in un mondo che tollera un certo livello di violenza maschile nei confronti delle donne

Forse lui andava in cerca di attenzione, o di vendetta, o tutt’e due le cose. Non ci si può fidare dei giovani maschi. Meglio lasciarla andare con un buffetto.

Siamo incoraggiati continuamente a essere empatici con chi commette uno stupro o un atto di violenza domestica e a non fidarci delle vittime. Solo quando la colpevole è una donna e la vittima è un uomo, la perversione di un simile approccio diventa evidente.

Quando i giovani uomini aggrediscono le giovani donne, vengono giustificati, difesi come individui “meravigliosi” con tutta la vita davanti e che non dovrebbero avere il futuro rovinato a causa di una scazzottata in un vicolo. Siamo abituati a vedere le loro vittime ignorate e trattate da sgualdrine o da bugiarde, perché la società dà più valore alla reputazione degli uomini che alla sicurezza e all’autonomia delle donne, perfino nei tribunali. Viviamo in un mondo che tollera apertamente un certo livello di violenza maschile nei confronti delle donne e che è pronto a giustificarne molta di più se gli uomini in questione sono atleti eccellenti, talentuosi accademici, comici famosi o anche solo bianchi e ricchi.

Questo pone un problema a quelle femministe che, come me, vogliono giustizia e desiderano sfidare gli schemi della violenza strutturale ma che non per questo vogliono affidarsi ai tribunali e al sistema industriale delle carceri. Non sono una fan della detenzione. Esistono davvero pochissime circostanze in cui rinchiudere qualcuno in una gabbia è eticamente appropriato o rappresenta un utilizzo virtuoso del denaro pubblico. Vorrei solo che il beneficio del dubbio fosse applicato in modo più giusto, superando le differenze di genere e classe.

Quasi tutti meritano una seconda possibilità, a prescindere dalle circostanze. La grazia, come la giustizia, non dovrebbe essere appannaggio di pochi privilegiati con un futuro “promettente”.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

Questo articolo è uscito sul settimanale britannico New Statesman.

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