Gli schiavi delle campagne italiane

09 aprile 2015 17:55

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Non siamo nel Sahel né in una zona di guerra del Corno d’Africa. Siamo in Italia: Calabria, la piana di Gioia Tauro. È una zona di agricoltura intensiva, agrumeti, dove si producono tra 150 e 180mila tonnellate di frutta ogni anno. Qui siamo a San Ferdinando e in questa baraccopoli alloggiavano i braccianti addetti alla raccolta: lo scatto è del febbraio del 2013, e correda un rapporto presentato oggi da Medici per i diritti umani (Medu), un’organizzazione umanitaria internazionale. La baraccopoli è stata poi smantellata, ma si riforma a ogni stagione, e non è l’unica: ce ne sono di simili in Capitanata in Puglia, nella piana del Sele in Campania, nella zona del Vulture in Basilicata.

Accampamenti, vecchi casolari o capannoni abbandonati trasformati in alloggi di fortuna per le migliaia di braccianti, pressoché tutti stranieri, che ogni stagione vanno a fare la raccolta: agrumi d’inverno, pomodori in estate. I Medici per i diritti umani ci lavorano da un anno: fanno il loro mestiere, cioè gestiscono ambulatori mobili per assistere questa popolazione precaria. Con loro hanno lavorato dei mediatori culturali, africani come i loro assistiti.


Oggi hanno presentato il bilancio del loro lavoro. Nel rapporto Terra ingiusta (fatto in collaborazione con l’Associazione di studi giuridici sull’immigrazione) hanno raccolto dati e testimonianze, documentando condizioni di sfruttamento che sembrano d’altri tempi: lavoro nero, sottosalario, lo strapotere dei “caporali”, gli orari di lavoro eccessivi e la mancanza di alloggi decenti che porta a condizioni igienico-sanitarie disastrose. Giulia Anita Bari, che ha coordinato la ricerca, parla di un’organizzazione del lavoro “ottocentesca”. Sembra che nulla sia cambiato da quando un rifugiato sudafricano, Jerry Essan Masslo, fu ucciso in un casolare abbandonato in Campania (era il 1989), o da quando i braccianti africani che reclamavano i propri diritti hanno manifestato a Rosarno, in Calabria, scatenando una rivolta (cinque anni fa).


In realtà, qualcosa è cambiato. Quasi tutti questi braccianti hanno regolare permesso di soggiorno, magari anche la residenza (ma in un’altra regione: così non possono accedere al servizio sanitario nazionale durante la stagione della raccolta). In Calabria e Basilicata, per esempio, molti hanno il soggiorno per protezione internazionale, cioè sono rifugiati: accolti ma lasciati a sopravvivere nelle baracche. Resta però un grande sfruttamento: spesso il lavoro è in nero, e anche quando c’è un contratto la paga reale è metà di quella di legge. E l’alloggio resta quello dei ghetti – sono chiamati così, il ghetto di Rignano presso Foggia, quello di Boreano, di Venosa.

Certo, dei tentativi di eliminare i ghetti e i caporali ci sono. Le regioni Basilicata e Puglia ci hanno provato, anche se con risultati ancora deboli. I Medici per i diritti umani fanno qualche proposta su come meglio organizzare l’accesso al servizio sanitario nazionale: ma senza un’organizzazione del lavoro legale, che affranchi i braccianti da caporali e lavoro nero, ci sarà poco da fare. Aspettando la prossima emergenza di stagione.

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