10 dicembre 2014 15:15

Forse sarebbe meglio aspettare, forse c’è ancora qualcosa da scoperchiare, forse altre immagini e altre parole ci aiuteranno a capire meglio, ma per chi c’è nato e ci vive da sempre, per chi ha visto questa città cambiare, perdere le antiche identità e smarrire poi le nuove, la domanda fatale si impone già in queste ore: cosa è diventata Roma?

Quando e come è diventata una città avvelenata al centro e disperata in periferia? Perché sembra una città irreparabilmente divisa, segnata da privilegi e diseguaglianze mai così vistose ma, allo stesso tempo, un luogo in cui tutti i limiti, le separazioni e i confini sono abbattuti?

Una città in cui il linguaggio della criminalità non rispetta più la politica, magari per servirla o per servirsene, come è sempre accaduto, ma mantenendo la distanza necessaria, almeno. In cui la pervasività della corruzione non trova ostacoli né in alto né in basso, penetra nelle alte sfere istituzionali ma insieme scende nelle strade e si impadronisce, con gli stessi nomi, metodi e linguaggio, dei luoghi della vita quotidiana, come dimostra la lista di ristoranti, bar, benzinai e società legati ai clan.

Naturalmente andrebbe evitata ogni generalizzazione e ogni semplificazione, che siano frutto di un volgare calcolo politico o di un più comprensibile riflesso emotivo: Roma non è una città mafiosa, ammesso che a un’intera comunità possa mai applicarsi una definizione così risolutiva.

Ma anche da questo punto di vista Roma è sempre stata un mondo di mezzo, non lo è certo diventata quando è finita in mano a un gruppo di malfattori pseudotolkieniani: la delinquenza, assai ramificata in basso, ha sempre trovato sponde, riferimenti, protezioni in alto; senza che questo assumesse necessariamente le forme strutturate e pesanti della criminalità organizzata.

Prima ancora dell’epica della banda della Magliana bisognerebbe pensare a quanto siano stati inquinati gli anni che nella memoria cittadina vengono rappresentati come i più felici della nostra storia: gli anni sessanta delle Olimpiadi e della modernità apparentemente solare erano gli anni delle nostre “mani sulla città”, nei quali la criminalità edilizia si è sfogata senza limiti, creando le ricchezze che ancora schiacciano la città e le invivibili periferie che la stringono.

Mondo di mezzo anche perché non è mai stata una capitale nel senso più generale e inequivocabile del termine ma qualcosa a metà: metà metropoli e metà provincia, città sterminata e internazionale ma mai davvero cosmopolita e sempre lontana dai grandi flussi globali, produttivi e creativi.

Per continuare a tentare qualche risposta bisogna però già rettificare le poche righe appena scritte: Roma non ha mai avuto una identità. Altre città possono, con orgoglio spesso immotivato, vantarne una, ma Roma no. Roma di identità ne ha assorbite e ne ha consumate parecchie, ma non se ne è mai lasciata definire. E non parliamo dei secoli a cui si riferisce sempre la lagnosa retorica cittadina.

Anche in questi pochi decenni, perfino negli anni apparentemente omogenei delle giunte di sinistra, le identità politiche, sociali, produttive, culturali sono state molte e nessuna. Così come assai labili sono stati i confini interni: è vero, esistevano le periferie, enormi crateri aperti a ogni nuovo arrivo, a ogni migrazione interna, esterna, internazionale, ma salvo alcuni mitici centri di riservatezza tutto è sempre apparso attraversabile e penetrabile. Magari era una impressione o un’illusione ma questa è stata Roma: con il suo magnifico centro invaso ogni sera dalle periferie e la sua politica segnata fino al grottesco dalla considerazione per la complessità sociale.

Non è detto che questa natura molle (ossia gelatinosa, poco impegnata e poco impegnativa, impertinente, informale e poco strutturata) sia mai stata un pregio. Ma con questa natura la caduta di tutti i limiti, le frontiere, le demarcazioni lascia senza difesa ogni valore minimamente morale.

Si tratta di un fenomeno ben più che cittadino ma a Roma ha assunto tratti ormai trasparenti fino all’esibizione, che forse possono mostrare qualcosa a tutti, anche a chi da Roma è lontano o se ne allontanerà. Per esempio sulla subalternità della politica all’economia e alla tecnica: l’impero che voleva dominare la città si è costruito su una progressiva accumulazione di denaro che gli ha consentito di comprare ogni cosa in ogni dove ma anche su alcune (supposte) competenze in zone della società in cui la politica non osa più mettere mano, per incompetenza, per noncuranza o per viltà e che anche l’informazione, per convenienza o per indifferenza, ha frequentato pochissimo: dai campi nomadi al ciclo dei rifiuti, con la malvagia analogia che si lascia intravedere.

Per esempio sulle qualità personali che non solo la politica ma ogni sfera sociale privilegiata (gli affari, lo spettacolo, lo sport) lascia oggi emergere: in quella sorta di involontaria ma illuminante autobiografia che sono le intercettazioni finora pubblicate, poche figure prepotenti dominano un coro di miserabili potenti, diciamo così, persone con nomi e mezzi rilevanti, con qualche potere materiale e simbolico, con qualche ruolo istituzionale o spettacolare. Non degli anonimi senza prestigio, insomma; eppure privi di ogni dignità e responsabilità (e anche nella più degradata postmodernità, questo è il ceto che oggi dovrebbe fare la società: e in questi anni ha fatto Roma, appunto).

Una politica impoverita e non riconosciuta, progressivamente privata di potere reale e credibilità sostanziale, ha prima delegato e si è poi assoggettata (in parte, ma in una parte troppo rilevante). Una società civile tradizionalmente impudente e spensierata ha glissato. Ed evidentemente molta magistratura deve avere in questi anni, come dire, sorvolato.

Cosa resta? È la domanda più difficile.

Qualcuno in questi giorni ha citato i romanzi-verità di Walter Siti, dal Contagio a Resistere non serve a niente, perché fin dai titoli sembrano mirabilmente esemplificare le dimensioni della corruzione e l’impossibilità della reazione. È vero, il contagio c’è stato e poche zone della città ne sono state immuni. Ma qualcuno ha resistito e la catastrofe non è totale. Ora però la questione è un’altra e non si capisce nemmeno più a cosa resistere, resistere, resistere.

C’è una città da azzerare, semmai, non solo con i suoi peggiori figuri ma con i suoi diffusi e tollerati costumi. Qui si vedrà se quel senso di irreparabile che si respira in queste ore, quella sfumatura di vergogna che finalmente affiora in una città sfacciata lasceranno il segno o evaporeranno presto, con la disinvoltura dei suoi trenta secoli di storia. La città dell’eterno perdono dovrebbe cominciare a perdonare meno, soprattutto a se stessa.