03 febbraio 2015 13:24

Non delude il discorso con cui il neopresidente Sergio Mattarella ha inaugurato il suo settennato. Ha fatto bene Mattarella a ricordare subito che il primo compito che gli spetta è rappresentare l’unità della nazione e poi a ricordare che è chiamato a esercitare la funzione di arbitro. Ma ha fatto ugualmente bene a mettere alcuni paletti.

Il suo discorso è partito dalla grave crisi in cui ormai da anni versa il paese, dalle gravi conseguenze per il tessuto sociale. Certo, potremmo obiettare che non è stata “la crisi” da sola ad aumentare le diseguaglianze e a far crescere la povertà. C’erano di mezzo anche le politiche intraprese sotto il vigile occhio di Bruxelles e Berlino, e c’era di mezzo un’impostazione dell’austerità che ha fatto pagare i prezzi più alti a chi meno ha. Di questo Mattarella non parla, ma sembra che ci pensi: fa un accorato appello per una decisa inversione di rotta dell’Europa.

Parlare dei problemi sapendo che spetta a parlamento e governo definire le soluzioni: è questa la strada che ha scelto anche quando si è dedicato alla necessità di affrontare riforme incisive. No, Mattarella non ha fatto coming out come fan di Renzi e del suo percorso (come talvolta sembrava fare il suo predecessore negli ultimi mesi). Si è limitato, rispettando scrupolosamente il suo ruolo, a sottolineare la necessità di affrontare certi cantieri. E ha aggiunto a questa riflessione un’appassionata difesa della costituzione, ricordando i tanti capitoli – spesso non realizzati o realizzati solo in parte – che parlano di diritto al lavoro, all’istruzione, alla salute, dei diritti dei disabili. E ha addirittura chiesto – lui vecchio democristiano – “il pieno sviluppo dei diritti civili”, anche nella “sfera personale e affettiva”.

Non stupiscono gli applausi che il presidente ha ottenuto anche dai banchi dei parlamentari targati cinque stelle. Mattarella propone una lettura pacata e imparziale del loro successo, prendendo atto che i tanti giovani arrivati nel 2013 nelle aule parlamentari “rappresentano anche, con la capacità di critica, e persino di indignazione, la voglia di cambiare”. Non solo: parlando della crisi di rappresentanza ha fatto un gentile inchino verso le “nuove modalità di espressione che hanno già prodotto risultati avvertibili nella politica e nei suoi soggetti”.

Una voglia di cambiare non solo legittima ma anche benefica, sostiene Mattarella, che ricorda il peso insopportabile della corruzione pervasiva, delle mafie mai debellate, che ricorda le inadempienze presenti tanto nella politica quanto nelle pubbliche amministrazioni. E chiude, con un po’ di retorica, chiedendo che “negli uffici pubblici e nelle istituzioni possano riflettersi, con fiducia, i volti degli italiani”, dai volti spensierati dei bambini a quelli preoccupati degli anziani soli, dal volto di chi ha perso il lavoro al volto di chi non si arrende alla sopraffazione.