La camera dei deputati, a Roma, il 28 aprile 2015. (Fabio Cimaglia, Lapresse)

Perché la prescrizione in Germania funziona bene e in Italia no

La camera dei deputati, a Roma, il 28 aprile 2015. (Fabio Cimaglia, Lapresse)
30 maggio 2016 12:15

Dice di volere “processi in tempi certi” e di volere “la certezza della pena, non la lunghezza del processo come pena”. E chi non sarebbe d’accordo con Enrico Costa, ministro per gli affari regionali e le autonomie, in quota al Nuovo centrodestra (Ncd) alfaniano? Però queste sono anche le ragioni per cui Costa si dichiara fieramente contrario all’emendamento dei senatori del Partito democratico, Felice Casson e Giuseppe Cucca, che vuole fermare i tempi della prescrizione dopo la sentenza di primo grado.

In Italia, un reato è perseguibile finché non è passato il tempo corrispondente al massimo della pena stabilita dalla legge per quel reato. E questo tempo si comincia a calcolarlo dal giorno in cui si considera che sia stato commesso il reato.

La proposta di Casson e Cucca non piace neanche al leader Ncd e ministro dell’interno Angelino Alfano: “Ancora una volta il Pd sarà chiamato a scegliere tra la vecchia sinistra giustizialista, legata a un’idea che non prevede garanzie per il cittadino, e chi come noi ha un profilo più riformatore”.

Fermare la prescrizione sarebbe dunque da vecchi giustizialisti, da Torquemada o Robespierre, certo non da “riformatori” che hanno a cuore “il cittadino”. Peccato che fuori dell’Italia nessuno o quasi condivida questa maniera di difendere i diritti umani.

Senza tirarla per le lunghe

In Germania per esempio sono molto più “cattivi” di Casson. Lì le regole sulla prescrizione sono poche ed elementari. Un reato è prescritto dopo trent’anni quando è prevista una pena fino all’ergastolo (con l’eccezione di omicidio volontario e strage, mai prescritti), poi la prescrizione si accorcia a vent’anni per i reati puniti con pene sopra i dieci anni, è di dieci anni per quelli che prevedono il carcere fino a dieci anni, di cinque anni quando l’autore rischia fino a cinque anni di carcere.

Ma, attenzione, la prescrizione s’interrompe appena la procura interroga l’indagato o gli comunica che sono in corso indagini contro lui. Sarebbe, anzi, più corretto dire che in quel momento i tempi di prescrizione si azzerano. Facciamo un esempio concreto. Quattro anni e 350 giorni dopo il fatto la procura scopre che un imprenditore ha corrotto un assessore comunale per assicurarsi una gara. Ancora 15 giorni e gli indagati l’avrebbero fatta franca: in Germania la corruzione è prescritta dopo cinque anni per reati che prevedono questa pena. Ma appena la procura manda l’avviso di garanzia quei tempi sono azzerati: è come se il reato fosse stato commesso il giorno prima.

Il Pd non ha difeso i suoi due senatori, ha derubricato il loro emendamento a ‘iniziativa personale’

Va sottolineato che in Germania, per interrompere il decorso della prescrizione, non si aspetta la sentenza di primo grado; basta che l’indagine sia cominciata. Suonerà strano per Costa o Alfano, ma nessuna forza politica tedesca, né di destra né di sinistra, nessuna camera penale, nessuna associazione di avvocati ha mai attaccato quella norma come vessatoria e liberticida. E nessuno ha mai costruito quel nesso tra processi troppo lunghi e tempi di prescrizione “troppo lunghi” tanto caro agli esponenti dell’Ncd.

Ecco perché in Germania – e in tantissimi altri paesi – non ha nessun senso darsi a quello sport tanto caro a imputati e avvocati in Italia: tirarla per le lunghe, trovare cavilli di ogni sorta non per difendersi efficacemente e nel merito dalle accuse, ma per salvarsi in zona prescrizione, per difendersi non nel processo, ma dal processo.

Quindi nel merito l’emendamento di Casson e Cucca andava proprio nella giusta direzione. E i numeri per farlo passare al senato così come alla camera c’erano tutti, infatti i cinquestelle hanno subito segnalato di essere disposti a votare l’emendamento. Ma per gli alfaniani, aderenti a un partito che conta un bel numero di indagati ed è quindi particolarmente attento ai “diritti dei cittadini”, è stato uno smacco inconcepibile. E il Pd? Non ha difeso i suoi due senatori, ha derubricato il loro emendamento a “iniziativa personale”.

Invece avrebbe fatto bene ad accogliere quell’iniziativa. Uno dei maggiori problemi della giustizia italiana è proprio il curioso regime delle prescrizioni. Modificarlo sarebbe un passo decisivo per accelerare i processi, un passo decisivo anche per garantire che, per esempio, i corrotti siano effettivamente puniti. Una giustizia meno ingolfata, un paese meno corrotto: sono queste le riforme di cui l’Italia ha bisogno per rimettersi in moto.

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