Le primarie del Partito democratico nella sezione Enrico Berlinguer a Roma, il 6 marzo 2016.

Il declino della sinistra italiana viene da lontano

Le primarie del Partito democratico nella sezione Enrico Berlinguer a Roma, il 6 marzo 2016.
17 novembre 2017 11:00

Allora, alla fine, si parleranno. Il Partito democratico ora vuole un’alleanza elettorale proprio con chi, nove mesi fa, ha deciso per la rottura e Piero Fassino è il suo emissario. Perfino Matteo Renzi si è convinto che “il nostro popolo non sopporta più il balletto delle divisioni” e quindi ha ritrovato, almeno a parole, il “rispetto per Pier Luigi Bersani e Massimo D’Alema”.

Ma c’è da dubitare che quest’alleanza nasca davvero. Renzi è e rimane, per quelli a sinistra del Pd, un uomo che si è macchiato di troppi peccati, l’uomo che ha stretto il diabolico patto del Nazareno con Berlusconi resuscitando lo stracotto leader della destra a nuova vita politica, che ha portato avanti politiche non di sinistra ma di centro, se non addirittura “di destra”, che ha deliberatamente svuotato, anzi distrutto, il glorioso partito, che non parla più al “popolo” e quindi perde nelle periferie, vincendo ormai soltanto a Parioli o a Milano centro, che quindi coerentemente si accinge ad allearsi con Angelino Alfano e a formare il futuro governo con Silvio Berlusconi.

Questo modo di raccontare il conflitto tra Renzi e i suoi nemici nella sinistra sembra plausibile. Non abbiamo forse vissuto cinque anni di forte contrapposizione tra i due campi, culminata nella scissione di Articolo 1-Movimento democratico e progressista (Mdp) e nelle reciproche accuse: “Renzi ha distrutto il Pd” (così D’Alema, Bersani, Speranza) versus “hanno voluto distruggere il Pd” (così Renzi contro gli scissionisti)?

Ma a uno sguardo più ravvicinato, quella rappresentazione – che vuole farci credere di essere davanti a due idee radicalmente contrapposte sul partito e sulle sue politiche – non regge.

Dipingere il Pd prima di Renzi come un partito vivace teso a coinvolgere gli iscritti è una pura mistificazione

Certo, Renzi ha stretto il patto del Nazareno, ha voluto riscrivere con Berlusconi sia la costituzione sia la legge elettorale. Ma non era di certo il primo leader che da sinistra ha cercato una sponda in Berlusconi. Anzi, quell’approccio ha una lunga tradizione, cominciata nel lontano 1997 da D’Alema con il “patto della crostata” e la commissione bicamerale che puntava alla riforma costituzionale; e continuata da Walter Veltroni nel 2007 con il tentativo di stringere un patto con Berlusconi per rifare la legge elettorale. Per inciso: anche allora Berlusconi era in gravissime difficoltà politiche, anche allora il “soccorso rosso” gli diede una mano per risalire la china.

È difficile anche attribuire a Renzi una svolta netta rispetto a una presunta gloriosa tradizione di sinistra, prima dei Democratici di sinistra (Ds) e poi del Pd. Almeno negli ultimi anni, dal 2011 in poi, nessuno dei governi sostenuti dal Pd – da Monti a Letta a Renzi – si è distinto con delle riforme mirate a lottare contro le disuguaglianze.

Non regge neanche l’accusa che Renzi avrebbe distrutto il partito. Certo, se prendiamo le feste dell’Unità (che, ironia della sorte, portano il nome di un giornale ormai defunto) come indicatore, il Pd è davvero in uno stato preoccupante: sempre meno le feste, sempre meno i volontari (tra i quali dominano gli ultrasettantenni), sempre meno le persone che assistono ai dibattiti. Ma quel declino non comincia nel 2014, bensì molti anni prima, così come molti anni prima è cominciato il declino dei circoli del partito, sempre più rari, sempre meno attivi. Dipingere il Pd prima di Renzi come un partito vivace teso a coinvolgere gli iscritti è una pura mistificazione.

Anche la trasformazione sociologica dell’elettorato Pd non comincia con Renzi ma viene da lontano. E si manifesta in tutta la sua virulenza già nelle elezioni del 2013, con Bersani candidato premier: tra gli operai, i disoccupati, nelle periferie il voto premia i cinquestelle, mentre il Pd tiene tra gli impiegati (in primis quelli pubblici) e i pensionati.

Alleanze eterne
Rimangono le alleanze e le coalizioni. “Mai con Alfano”, tuonano i rappresentanti di Mdp, e di nuovo viene da sorridere. Nel 1998 D’Alema, dopo la caduta di Prodi, riuscì a formare il suo governo grazie al sostegno di Clemente Mastella e Francesco Cossiga. Mastella torna nel secondo governo Prodi da ministro della giustizia, dopo essersi candidato con il suo partitino, l’Udeur, nell’alleanza dell’Unione. E se Bersani nel 2013 non stringe un’alleanza elettorale con Mario Monti rimane un segreto di pulcinella che subito dopo le elezioni volesse formare il suo governo proprio con Monti e le sue truppe moderatissime.

Ma perfino sulle coalizioni con Berlusconi – “Mai e poi mai!” – gli avversari di Renzi non possono vantare nessuna verginità. Sia il governo Monti del 2011 sia il governo Letta del 2013 si configurano come coalizioni di fatto in cui sono presenti gli impresentabili Berlusconi e Denis Verdini.

Sta proprio qui il punto: Renzi ha potuto conquistare la leadership del Pd perché era un partito già in forte crisi, di consenso, di identità, di progetto. Ne era lo specchio la campagna elettorale del 2013, fiacca e contraddistinta non tanto da promesse “di sinistra” quanto dalla promessa che la sinistra avrebbe assolto al suo compito storico di governare l’Italia guidata dallo spirito di “responsabilità nazionale”.

E Renzi si afferma contro quelli della “ditta” di bersaniana memoria proprio perché si presenta come candidato di rottura, come quello che non vuole amministrare un partito in sostanziale declino come tanti altri partiti socialdemocratici e socialisti in Europa. In quei mesi Dario Nardella, sindaco di Firenze, riassume quella pretesa con la secca affermazione che i socialdemocratici “sono alla canna del gas”.

È Renzi con la sua promessa di rottamazione, di svecchiamento della classe politica, di radicale riforma dei processi decisionali, di incisive riforme tese a far ripartire il paese a galvanizzare i cittadini. Diventa paradigmatico il trionfale 40,8 per cento del Pd alle elezioni europee del 2014. Finalmente un leader sembra riuscito in quel traguardo tanto sognato, ma mai raggiunto dai suoi predecessori: sfondare al centro, tenendosi anche la sinistra.

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Con il senno di poi sappiamo che quelle elezioni non erano l’inizio di una nuova epoca, ma un semplice episodio. Con la doppia bocciatura della riforma costituzionale (nel referendum) e della legge elettorale (da parte della corte costituzionale) il renzismo si è trovato di colpo svuotato del suo contenuto centrale. E il Pd di oggi ricorda per tanti versi quello del 2013, anche se tanti protagonisti nel frattempo se ne sono andati. Si prepara a candidarsi alle elezioni con un leader ormai senza smalto, senza un messaggio se non la volontà di governare il paese, senza un progetto.

Dice Renzi che in caso di sconfitta del Pd “i barbari” sarebbero alle porte, che il paese cadrebbe preda dei “populisti”, di Berlusconi, Salvini e Di Maio. Forse non si accorge che anche lui, come Bersani nel 2013, non fa che appellarsi a uno spirito di “responsabilità nazionale”. E forse non si è accorto che il suo Pd, quello di oggi, con valori nei sondaggi del 25-27 per cento, è esattamente a quel livello che denotava la “non vittoria”, il disastro di Bersani.

Ma anche la sinistra fuori del Pd, alleata o meno con il partito, finora non è riuscita a presentarsi come forza capace di invertire la tendenza verso il declino. Con ogni probabilità ci sarà un cartello elettorale, formato da forze alquanto disomogenee, da chi ha scritto la storia dei Ds e del Pd da posizioni di governo, di “responsabilità”, di assai cauti orientamenti socialdemocratici, insieme a chi ha sempre contestato quell’approccio. Sembra un’operazione di sopravvivenza, non di ripartenza. Almeno questo accomuna il Pd e le forze alla sua sinistra: tutti e due, e anche le loro leadership, ormai lottano soprattutto per sopravvivere.

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