05 ottobre 2021 11:52

Milano, Bologna, Napoli: è stato un pugilistico uno-due (e tre) il colpo assestato dal centrosinistra alla destra nelle elezioni comunali. Il Partito democratico e i suoi alleati non solo hanno vinto: hanno stravinto con percentuali intorno al 60 per cento nelle tre grandi città mentre per la destra non c’è stata proprio partita.

E come se non bastasse anche a Torino e Roma i candidati del centrosinistra hanno buone possibilità di vincere al secondo turno. Contro le previsioni dei sondaggisti, a Torino Stefano Lo Russo si è piazzato primo con quasi il 44 per cento, distaccando di cinque punti percentuali il suo avversario della destra. E a Roma Roberto Gualtieri è dietro di tre punti a Enrico Michetti, ma ha ben maggiori possibilità di prendere voti dagli elettori di Carlo Calenda e Virginia Raggi al secondo turno.

Si delinea quindi quel “5 a 0” temuto da Matteo Salvini e Giorgia Meloni, e c’è poco da consolarsi con il vantaggio netto della destra a Trieste e la vittoria raggiunta senza fatica alle regionali in Calabria. Non pone grandi difficoltà l’interpretazione di questa tornata elettorale che vede un vincitore netto, il Pd e i suoi alleati, e due sconfitti, la destra e il Movimento 5 stelle.

Mancanze e rivalità
Esce rafforzato il Partito democratico, esce rafforzato soprattutto il suo leader che, contro le resistenze di molti post-renziani (si vedano le primarie di Bologna), ha puntato le sue carte su un centrosinistra allargato, dove possibile anche ai cinquestelle, a suo avviso l’unico modo per tornare competitivi con la destra. Esce rafforzato Enrico Letta non ultimo anche grazie alla sua personale affermazione netta alle elezioni suppletive per la camera nel collegio di Siena.

Si presenta invece malconcia la destra, vittima della rivalità sempre più accesa tra Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Secondo Salvini i candidati sono stati scelti “troppo tardi”, ma più che altro, grazie anche a molteplici veti incrociati, erano candidati deboli se non da barzelletta come Enrico Michetti a Roma, campione nella fuga da tutti o quasi i confronti con i suoi avversari, o come il pistolero Luca Bernardo a Milano. Ma quelle scelte denotano un problema più strutturale della destra: la mancanza di una classe politica seria e preparata in tante realtà territoriali, mancanza per la quale per esempio Roma aveva già pagato un caro prezzo ai tempi del sindaco Gianni Alemanno.

Al livello nazionale le formazioni della destra populista mantengono da due anni una forza inalterata

È la stessa mancanza accusata dai cinquestelle. Subiscono due disfatte a Roma e a Torino, le città conquistate trionfalmente nel 2016 con Virginia Raggi e Chiara Appendino. Raggi – che cinque anni fa ebbe il 35 per cento al primo turno e il 67 per cento al ballottaggio – ora arriva solo quarta con un 19 per cento striminzito. Invece Appendino non si è ripresentata; la candidata subentrata a lei si deve accontentare di un umiliante 9 per cento.

L’M5s non paga solo le deficienze mostrate al governo, ma anche il fatto che il suo radicamento invece di crescere si è ridotto al lumicino: a Roma nella campagna elettorale, a differenza di cinque anni fa, era molto difficile incrociare gazebo e attivisti del movimento.

Ritorno al bipolarismo
Questo voto pone la pietra tombale su tutte le velleità dell’M5s di presentarsi come “terzo polo”, né di destra né di sinistra: come tale sparirebbe. Giuseppe Conte ne ha tratto le conclusioni: vuole portare avanti sia il radicamento territoriale sia il posizionamento dei cinquestelle nel campo che lui stesso chiama progressista. E anche Luigi Di Maio, ancora due anni fa assai scettico sulla formazione del governo Conte II con una coalizione giallo-rossa, ormai vede quell’alleanza come “strutturale”.

L’Italia quindi si accinge a tornare al bipolarismo tra il centro-sinistra allargato all’M5s e la destra. All’interno della destra il grande sconfitto è senz’altro Salvini, al sud spesso declassato dalle truppe di Giorgia Meloni, ma anche al nord uscito con risultati deludenti. Quel fatto non può che inasprire le rivalità tra la Lega e Fratelli d’Italia (FdI) così come i conflitti interni all’interno della Lega tra l’ala “governista” e quella radicalmente populista.

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Ugualmente sarebbe errato trarre affrettate conclusioni per gli scenari nazionali. La sconfitta della destra infatti non è dovuta a spostamenti rilevanti dei suoi elettori, ma al semplice fatto che molti di loro sono semplicemente rimasti a casa: l’affluenza alle urne è scesa nettamente. Nulla invece ci dice che nelle prossime elezioni politiche debba andare allo stesso modo. Al livello nazionale le formazioni della destra populista mantengono ormai da due anni una forza inalterata; sommando la Lega e FdI si arriva sempre al 40 per cento, l’intero centrodestra totalizza il 50 per cento.

Quindi il centrosinistra può rallegrarsi di aver vinto nettamente questa tappa, ma da qui a celebrare questo successo come “storico” – come ha fatto Letta – ci corre. Il campo progressista sbaglierebbe di grosso se sottovalutasse la vera sfida futura, non quella con Michetti e Bernardo ma con Meloni e Salvini.