Il presidente del Kenya Uhuru Kenyatta tra i suoi sostenitori nella periferia di Nairobi, 5 settembre 2017.

La lingua scelta dai politici keniani rivela le loro vere intenzioni

Il presidente del Kenya Uhuru Kenyatta tra i suoi sostenitori nella periferia di Nairobi, 5 settembre 2017.
12 ottobre 2017 13:42

La decisione della corte suprema keniana dello scorso 1 settembre è stata una delle più stupefacenti della storia recente. Con quattro voti favorevoli e due contrari, la corte ha stabilito che le elezioni che si erano tenute in Kenya l’8 agosto non si erano svolte secondo gli standard stabiliti dalla legge e che la Commissione indipendente sulle elezioni e i confini (Iebc), incaricata di controllare lo scrutinio, avrebbe dovuto organizzare nuove elezioni.

Comprensibilmente il presidente in carica Uhuru Kenyatta, che era stato proclamato vincitore, si è arrabbiato e si è sentito defraudato. Ha risposto con due discorsi.

Per il primo, pronunciato dalla sua residenza, il presidente si è presentato in giacca e cravatta e ha parlato quasi sempre in inglese. Anche se la rabbia di Kenyatta era evidente dalla sua espressione tirata, il discorso in sé è stato relativamente magnanimo. Ha promesso di rispettare la decisione della corte pur non condividendola personalmente.

Meno di un’ora dopo Kenyatta ha pronunciato il suo secondo discorso. Stavolta si trovava nel mercato centrale di Nairobi, indossava una polo bianca ed era a bordo di un Suv decappottabile. Ha parlato in swahili, pronunciando parole piuttosto bellicose contro la corte che hanno provocato una generalizzata reazione violenta. Ha definito i giudici wakora (“furfanti”) e ha promesso di occuparsene una volta archiviata la questione di poco conto delle elezioni.

Doppia personalità
Per chi vive fuori dal Kenya questo voltafaccia repentino può apparire incredibile. Per chi invece osserva da vicino la politica keniana è solo un esempio di quanto i politici usino la lingua per cambiare personalità, mascherare le proprie intenzioni e dire cose che alcuni potrebbero ritenere offensive.

Naturalmente i politici non sono i soli a farlo. Una ricerca dimostra che gli individui poliglotti hanno atteggiamenti diversi a seconda della lingua in cui si esprimono. Binyavanga Wainaina ha descritto con chiarezza come questo succeda spesso in Kenya.

Nella politica keniana, tuttavia, questo passaggio ha conseguenze significative, poiché di fatto divide lo spazio politico in due sfere distinte.

I politici passano alle lingue locali per creare uno spazio più privato. ‘Sono uno di voi’, si sente quasi sussurrare

La prima, dominata dall’inglese, è quella in cui vengono articolati i discorsi politici formali, di solito nella forma di un insensato flusso di termini alla moda che nascondono all’opinione pubblica le questioni più concrete legate al potere e lasciano alle considerazioni degli analisti solo aria fritta. Al di fuori dei social network, l’inglese è l’unica lingua in cui si svolgono le conversazioni sulla politica; in altre lingue i politici possono al massimo balbettare qualche discorso.

L’altra sfera invece, quella dello swahili, delle lingue materne e dello sheng, è spesso più turbolenta e combattiva. Tenuto conto che parlare in inglese con amici e parenti è come presentarsi a una cena di famiglia indossando lo smoking, i politici passano alle lingue locali per creare uno spazio più privato. In questa sfera sia chi parla sia chi ascolta ha la sensazione di avere una versione più autentica l’uno dell’altro. “Sono uno di voi”, si sente quasi sussurrare. Non più sanzionati, insulti e pettegolezzi –kusengenyana, ossia il parlar male di qualcuno alle sue spalle – scorrono veloci e alimentano la campagna politica.

Questa dissonanza linguistica non è indifferente, riduce la politica a una forma di intrattenimento e plasma il comportamento elettorale. Può privare della vittoria candidati più solidi facendoli apparire distanti per il solo fatto di esprimersi in inglese ed esonerare politici al potere dall’obbligo di rispondere dei loro fallimenti distraendo il pubblico.

Questo ha un impatto particolare sugli elettori che vivono in zone rurali, molti dei quali non parlano inglese e neppure swahili. Questi cittadini sono tagliati fuori dai discorsi formali sulla politica, di cui hanno una versione piuttosto riduttiva.

Il potere della lingua
La diffusa incapacità da parte degli elettori di collegare gli scioperi endemici nella sanità alle decisioni politiche, per esempio, non è poi così assurda: la separazione dello spazio politico keniano in sfere distinte rende molto più difficile mettere in connessione le azioni dei politici con i veri problemi quotidiani. Le lingue costruiscono e rafforzano mondi, ed è molto difficile per una persona dare significato a un concetto che non riesce a fissare da un punto di vista linguistico.

È significativo notare come in questo momento così caldo dal punto di vista politico gli elettori keniani vengano esposti a un linguaggio sempre più scurrile in swahili e nelle loro lingue materne mentre nella sfera dell’inglese viene mantenuta una parvenza di discorso civile.

Per esempio, sembra che recentemente il parlamentare Embakasi Babu Owino abbia fatto delle osservazioni offensive sulla first lady durante un comizio. Il governatore di Nairobi Mike Mbuvi Sonko si è quindi vendicato nel corso di un altro evento elettorale definendo Owino con il termine che in swahili vuol dire “finocchio” e dicendogli che si meritava di essere stuprato.

Queste parole feroci sono passate inosservate fuori dal Kenya, ma hanno fatto alzare la temperatura politica nel paese. Owino è stato oggetto di atteggiamenti insolitamente punitivi da parte della polizia e alcuni studenti dell’università di Nairobi che protestavano contro il suo arresto sono stati picchiati con violenza dai poliziotti.

Con questo non si vuole sostenere che la politica dovrebbe esprimersi solo in inglese. Tutt’altro. I politici, la società civile, i commentatori e altre figure dovrebbero fare di più per condurre conversazioni politiche importanti in swahili e in altre lingue.

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Se la sfera dell’attività legislativa, che si esprime in lingua inglese, resta separata da quella della “vera politica”, gli elettori avranno maggiori difficoltà ad articolare le loro richieste. Un vernacolo familiare e concreto che renda possibili conversazioni di questo genere non esiste. È per esempio significativo che quando i politici parlano di atti di proprietà e di terra – forse la questione politica più violenta e controversa del paese – passino immediatamente all’inglese, anche se il discorso che stanno tenendo è evidentemente in swahili.

Le stazioni radio che trasmettono nelle lingue locali dovrebbero contribuire a colmare questo divario, ma in realtà hanno peggiorato le cose. Nel corso di una ricerca informale sui dati di ascolto di Kamene Fm, una radio in kikuyu, l’account Twitter Radio Kikuyu ha scoperto che la radio espone in modo errato importanti informazioni politiche e ripete pericolosamente le posizioni più polemiche dei politici. Questo genere di trasmissioni non fa che rafforzare i contenitori a base identitaria dall’interno dei quali molti keniani compiono le loro scelte politiche.

Potrebbe essere troppo tardi per salvare la tornata elettorale del 2017. Nel lungo periodo, però, se il discorso politico in Kenya non diventerà intimo e familiare, al pari del kusengenyana della campagna elettorale, le elezioni continueranno a essere un rito astratto dalle sue conseguenze ed esposto a manipolazioni pericolose. Uno spostamento linguistico è il primo passo per connettere i provvedimenti politici ai discorsi sulla politica. Il primo passo per collegare alla realtà ciò che i politici dicono quando sentono di poter essere sinceri.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

Questo articolo è apparso sul sito African Arguments.

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