17 settembre 2009 00:00

George Washington definiva gli Stati Uniti un “impero bambino”. La conquista del territorio nazionale fu una grande avventura imperiale e, fin dall’inizio, tra i suoi obiettivi principali c’era il controllo dell’emisfero. L’America Latina è sempre stata al primo posto nei progetti statunitensi.

Se non possono controllarla, non possono sperare “di ottenere l’ordine nel resto del mondo”, disse il presidente Richard Nixon nel 1971, quando la Casa Bianca cominciò a progettare il golpe nel Cile di Allende.

Negli ultimi tempi il problema dell’emisfero si è aggravato. L’America Latina si sta integrando, ha rafforzato i suoi legami internazionali e sta risolvendo i suoi conflitti interni, soprattutto quelli dovuti al tradizionale dominio di una ricca minoranza europeizzata su un mare di miseria e di sofferenza.

La situazione è precipitata circa un anno fa in Bolivia, il paese più povero del Sudamerica, dove nel 2005 la maggioranza indigena ha eletto un presidente indio: Evo Morales. Nell’agosto del 2008 le élite dell’opposizione, appoggiate dagli Stati Uniti, hanno scelto la strada della violenza e hanno provocato il massacro di trenta sostenitori del governo.

Per reazione, l’Unione delle repubbliche sudamericane (Unasud) ha convocato un vertice in cui tutti i paesi del Sudamerica hanno dichiarato “il loro pieno sostegno al governo legittimo di Evo Morales”. Un altro segnale del cambiamento è stata la richiesta fatta dal presidente dell’Ecuador Rafael Correa agli Stati Uniti di chiudere la base militare di Manta.

A luglio Washington ha stretto un accordo segreto con Bogotá che permetterà al Pentagono di usare sette basi militari in Colombia. Lo scopo ufficiale era contrastare il traffico di droga e il terrorismo, ma “alcuni alti funzionari e militari colombiani che ben conoscono i termini del negoziato” hanno dichiarato all’Associated Press (Ap) che “l’idea sarebbe quella di fare della Colombia uno snodo regionale per le operazioni del Pentagono”.

Dai tempi delle guerre in America Centrale degli anni ottanta, la Colombia detiene il record di violazioni di diritti umani dell’emisfero. L’Ap cita anche un documento del comando per la mobilità aerea degli Stati Uniti dell’aprile 2009, nel quale si dice che a partire dalla base colombiana di Palanquero “è possibile coprire metà del continente con un C-17 senza bisogno di rifornirsi di carburante”.

Questo potrebbe rientrare in una “strategia globale provvisoria”, che “contribuirebbe alla realizzazione di quella regionale e faciliterebbe la mobilità in direzione dell’Africa”.

Il 28 agosto i membri dell’Unasud si sono incontrati a Bariloche, in Argentina, per discutere delle basi statunitensi in Colombia. La loro dichiarazione finale ha sottolineato che il Sudamerica deve rimanere “una terra di pace”, e che le forze militari straniere non devono minacciare la sovranità e l’integrità dei paesi della regione. È stato anche criticato lo scopo ufficiale delle basi. “Adesso siamo diventati narcoterroristi”, ha detto Evo Morales. ”

Quando non hanno più potuto chiamarci comunisti, ci hanno chiamato sovversivi, poi trafficanti e, dopo gli attacchi dell’11 settembre, terroristi”. Morales ha anche ricordato che “la storia dell’America Latina si ripete sempre”. Che la giustificazione addotta dagli Stati Uniti per i suoi programmi di lotta alla droga all’estero sia presa sul serio è un’altra prova di quanto è radicata la mentalità imperiale.

Lo scorso febbraio la commissione latinoamericana sulle droghe e la democrazia ha pubblicato la sua analisi della “guerra alla droga” condotta da Washington negli ultimi decenni. La commissione, guidata dagli ex presidenti latinoamericani Fernando H. Cardoso (Brasile), Ernesto Zedillo (Messico) e César Gaviria (Colombia), è giunta alla conclusione che questa guerra è stata un fallimento e che bisogna abbandonare le misure coercitive per concentrarsi sulla prevenzione e la cura. Il rapporto della commissione, come vari studi precedenti, non ha avuto alcun impatto.

Negli ultimi dieci anni, in America Latina Washington ha aumentato gli aiuti militari e intensificato l’addestramento degli ufficiali alle tattiche di fanteria leggera per combattere il “populismo radicale”, un’idea che, da queste parti, fa venire i brividi. L’addestramento militare sta passando dalla competenza del dipartimento di stato a quella del Pentagono.

Questo significa che il rispetto delle regole democratiche e dei diritti umani non è più sotto il controllo del congresso, che almeno era un debole deterrente contro gli abusi peggiori. La militarizzazione dell’America Latina rientra chiaramente in un disegno più ampio. Non si sa praticamente più nulla sul destino delle basi militari americane in Iraq, ma è noto che il costo dell’ambasciata a Baghdad, una vera città nella città, aumenterà di 1,8 miliardi all’anno.

L’amministrazione Obama sta costruendo megambasciate anche in Pakistan e in Afghanistan. Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna vorrebbero poi che la base militare di Diego Garcia (nell’oceano Indiano) sia esclusa dalla zona denuclearizzata africana, come altre basi simili nel Pacifico. A quanto sembra il progetto di un “mondo di pace” non rientra in quel “change you can believe in” (il cambiamento in cui potete credere) di cui Obama ha tanto parlato in campagna elettorale.

*Traduzione di Bruna Tortorella.

Internazionale, numero 813, 18 settembre 2009*