22 settembre 2020 16:18

Nella vicenda di Willy Monteiro Duarte, il ragazzo di 21 anni con origini capoverdiane ucciso a Colleferro il 6 settembre, in tanti hanno parlato subito di matrice razzista e fascista all’origine dell’aggressione. Il campo è stato delimitato, i suoi confini sono stati indicati e più o meno la sintesi è stata: ecco, questo è il razzismo in Italia. È evidente che quell’esplosione di violenza ne conservi i tratti, tuttavia è riduttivo pensare che il razzismo strutturale che c’è nel paese sia una questione che riguarda solo gli autori dell’ennesimo pestaggio o certi partiti politici che usano la xenofobia come metodo di propaganda.

Nel paese il razzismo è approvato e perpetuato anche dai “meno sospettabili”, un razzismo “inconsapevole” e “bonario” diffuso tra le persone comuni e accettato perfino da chi pensa di non avere stereotipi o pregiudizi.

Per quanto riguarda il razzismo alimentato dalla politica, è importante fare una ricognizione del passato e cercare di allontanarsi da una concezione eurocentrica della storia. Nel 1950 Aimé Césaire, uno dei più importanti intellettuali postcoloniali, accusava già di ipocrisia l’europeo borghese e bianco suo contemporaneo. Nel suo Discorso sul colonialismo denunciò il fatto che razzismo e colonialismo fossero ampiamente accettati nell’Europa illuminata, umanista e cristiana, e che ogni volta che si organizzavano campagne coloniali nel nome del progresso dell’occidente non si faceva altro che banalizzarli.

Quel che il borghese europeo non perdona a Hitler non è il crimine come tale, il crimine contro l’uomo; non è l’umiliazione dell’uomo in sé, ma il crimine contro l’uomo bianco, il fatto di aver applicato all’Europa metodi coloniali finora riservati agli arabi di Algeria, ai coolies dell’India e ai negri d’Africa.

Per parlare di colonialismo Césaire usa dunque come termine di paragone il nazismo in Europa. Senza sminuire la portata micidiale e l’efferatezza di quella dittatura, il poeta originario della Martinica faceva notare che fino a quel momento nessuno aveva parlato però dei metodi nazisti – accettati da tutti – nei confronti dei popoli soggiogati all’imperialismo occidentale.

Nel dopoguerra in occidente la banalità del male di cui avrebbe scritto Hannah Arendt nel 1963 e l’indifferenza nei confronti di chi era discriminato e ucciso per il solo fatto di avere origini o religioni diverse erano all’ordine del giorno, come provava a spiegare Césaire. Si pensi al razzismo nel mondo della scienza e alla categorizzazione razziale, insegnata nelle più prestigiose università europee. Si pensi al fatto che nel 1948, quando le Nazioni Unite adottarono la Dichiarazione universale dei diritti umani, milioni di persone vivevano sotto l’egemonia coloniale di paesi formalmente democratici.

Capire il presente
Questi passaggi storici sono fondamentali per capire il presente. Oggi, come si è detto, è facile ridurre il razzismo al fascismo strisciante in molte società, e parlare del “pericolo delle destre” e di come sia importante arginarle. Sebbene sia vero che i partiti, i movimenti e le persone che si muovono in quest’area giochino un ruolo cruciale nell’alimentare xenofobia e violenza, il razzismo strutturale non dipende unicamente dagli episodi di violenza a sfondo razziale e da qualche partito che urla affinché i porti restino chiusi.

Basti pensare al tacito consenso dei governi europei, tutti democratici, ai campi di Moria, in Grecia, dove si imprigionano migranti di ogni età e origine, e dove i diritti umani vengono negati. O alle politiche che prevedono la costruzione di sempre più barriere, “abissi di separazione tra coloro che godono dell’esercizio di diritti – proprietà, circolazione, sovranità – e coloro che non hanno diritto di avere diritti”, per usare le parole del filosofo camerunese Achille Mbembe. Oppure, ancora, allo sfruttamento di uomini e donne migranti che continuano a vivere nel limbo dell’irregolarità perché leggi come la Bossi-Fini portano all’emarginazione sociale delle persone di origine straniera. E infine si pensi agli accordi con la Libia, a cui è affidata una parte della gestione dei flussi migratori, nonostante nel paese si consumino quotidianamente gravi violazioni dei diritti umani nei confronti di chi vuole imbarcarsi per raggiungere l’Europa.

Il razzismo “inconsapevole” è di tipo culturale. Mancando una sua seria messa in discussione – e un’operazione che lo smonti e lo decostruisca – è spesso meno visibile, difficile da cogliere anche da chi pensa di essere “antirazzista”, perché ha comunque assorbito pregiudizi e percezioni distorte nei confronti di altre nazionalità o appartenenze etniche.

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Per esempio, dire a una persona non bianca, magari nata e cresciuta in Italia, “come parli bene l’italiano” – pensando che sia un evento insolito e inaspettato – non è paragonabile a un’aggressione a sfondo razziale, ma significa comunque infliggere una ferita.

Lo stesso vale per chi, durante un viaggio nel continente africano, si fa fotografare in posa da salvatrice o da salvatore della situazione, magari con bambini la cui privacy è puntualmente violata per qualche like su Instagram. L’Africa è ancora vittima di un bombardamento mediatico, di una narrazione a senso unico che la descrive come incapace di risollevarsi da sola e in perenne attesa di aiuto, in particolare occidentale. E benché la cooperazione internazionale e il volontariato siano importanti, se fatti nel modo corretto, non mancano le volte in cui emerge il white saviour complex, ovvero il complesso del salvatore bianco.

Infine c’è chi pensa di essere antirazzista, ma si mette sulla difensiva quando una persona che fa parte di una minoranza prova a spiegargli che un suo atteggiamento deriva da un retaggio razzista. È successo con le battute sull’abbronzatura di Luigi Di Maio: a far ridere, più che Di Maio, era il colore della sua pelle, visto come una caricatura. L’aspirante antirazzista è una persona che si arrabbia quando gli si fa notare che la definizione da dizionario di razzismo è riduttiva e che si possono avere, più o meno involontariamente, comportamenti problematici.

Come spiega l’attivista, scrittrice e performer Alesa Herero:

La bianchezza è questa struttura imperiosa fondata su capitalismo, razzismo, patriarcato, classismo e dinamiche coloniali e paternaliste profondamente interiorizzate. Da secoli rappresenta la norma a partire dalla quale tutto il resto è diverso.

Sono questi gli aspetti che fanno del razzismo qualcosa di strutturale, di sistemico. Le discriminazioni e le violenze a cui assistiamo ogni giorno non sono frutto della semplice ignoranza, a differenza di quello che si dice spesso. Sono un modo di concepire la società basato sulle disuguaglianze, sull’emarginazione e sulla discriminazione per proteggere il privilegio di pochi. Per fermarle c’è bisogno di decostruire il razzismo a livello politico, sociale e culturale.