08 dicembre 2015 15:19

L’altro giorno, dopo aver cambiato la password per il sito della mia banca, ho ricevuto un messaggio tutto in maiuscole che diceva: “CONGRATULAZIONI!”. Mi sono divertito a immaginare lo scoppio di applausi che si era levato da tutte le scrivanie quando la notizia della mia impresa era arrivata alla sede centrale della banca. Nel frattempo, Facebook ha cominciato ogni tanto a ringraziarmi per “essere lì”, come se fossi l’amico più fidato di Mark Zuckerberg.

Questa, secondo l’esperta di tecnologia Leigh Alexander, che ne ha scritto recentemente su Medium, è “la nuova economia dell’intimità”. Nonostante le molte seccature che comporta Facebook, dice la giornalista, “non mi è mai venuto in mente di cancellare il mio account fino a quando non ha cominciato a cercare di comportarsi come un essere umano”. Nel Regno Unito abbiamo già una certa familiarità con il wackaging (composto da wacky, assurdo, e packaging, confezione), il fastidioso tono amichevole adottato dalle etichette dei prodotti. Ma la “nuova intimità”, prevede Alexander, si diffonderà sempre più, come gli altri trucchetti per attirare l’attenzione della gente su internet. Sembra che gli appelli pseudoumani alle nostre emozioni siano l’ultima speranza della Silicon valley.

Non c’è nessun essere umano negli uffici di Facebook che mi è grato, anche solo per un attimo, quando entro nel sito

L’ovvio timore è che questo possa svalutare la moneta dei sentimenti. Che differenza c’è tra quando si congratulano con me per aver cambiato una password e quando io mi congratulo con voi perché avete appena avuto un bambino o perché vi hanno assegnato il premio Nobel per la chimica? E il problema non è solo questo: le affermazioni in questione, di solito, sono pure e semplici bugie. Non c’è nessun essere umano negli uffici di Facebook che mi è grato, anche solo per un attimo, quando entro nel sito.

L’economista Charles Eisenstein osserva qualcosa di simile a proposito della pubblicità di una birra. “Ogni giorno passo in macchina davanti a un cartellone della Coors Light che dice ‘Coors fa tremare Harrisburg’”, scrive in un brillante saggio intitolato The ubiquitous matrix of lies. “Qualcuno crede veramente che la Coors faccia tremare Harrisburg? No. L’azienda che la produce ne è convinta? No. Qualcuno pensa che la Coors ne sia convinta? No. È solo una bugia, tutti lo sanno, ma non interessa a nessuno”.

Saremmo tentati di liquidare questa sensazione di fastidio considerandola una reazione eccessiva a una pubblicità innocua (o comunque di pensare che non sia niente di nuovo, dato che Orwell diceva già qualcosa di simile molto tempo fa). Ma Eisenstein dimostra in modo convincente che non è così. Quando la vita quotidiana ci impone di chiudere un occhio sulla falsità delle innumerevoli cose che ci vengono dette, la capacità del linguaggio di distinguere la verità dalla finzione s’indebolisce.

“Le parole perdono sempre più di significato”, scrive. “Poiché ci mentono continuamente, ormai non ce ne rendiamo più neanche conto, e perfino le bugie più evidenti smettono di scioccarci”. Senza accorgercene, tolleriamo sempre più le menzogne e le mezze verità, rendendo più facile (tra le altre cose) ai nostri politici realizzare i loro discutibili progetti senza che nessuno li metta seriamente in discussione.

(Traduzione di Bruna Tortorella)

Questo articolo è stato pubblicato sul quotidiano britannico The Guardian.