Restiamo umani, al resto ci pensa l’intelligenza artificiale

03 luglio 2018 12:25

Se usate Gmail, ormai probabilmente vi sarete accorti di un importante cambiamento – per ora facoltativo ma che presto sarà obbligatorio – che prova a risolvere il problema dell’eccesso di email con l’aiuto dell’intelligenza artificiale. Uno degli aspetti più fastidiosi della convivenza con altri esseri umani è che ci chiedono costantemente attenzione, ci costringono a decidere di sacrificare le nostre priorità per poterli aiutare o mostrare comprensione e partecipazione quando sono tristi, ammalati e così via.

Gli antidoti tradizionali al sovraccarico di email funzionano filtrando i messaggi delle persone che non ci interessano. La nuova Gmail si concentra invece su quelli delle persone che ci interessano, e promette di prendersene cura al nostro posto. La nuova funzione nudge (spinta gentile) deciderà automaticamente se l’invito a pranzo della nostra amica Belinda è abbastanza importante da farci sbrigare a rispondere. La funzione “notifiche ad alta priorità” deciderà se interrompere la riunione alla quale stiamo partecipando per avvertirci che i nostri figli vogliono contattarci. E la funzione “risposte intelligenti” offrirà tutta una gamma di formule preconfezionate che ci permetteranno di rispondere alla notizia che lo zio Norbert ha un’infezione intestinale con un unico clic: “Oh, no! Guarisci presto!”.

Quello che conta davvero
Se proprio devo criticare qualcosa, è la mancanza di ambizione di Google. Perché fermarsi alle spintarelle e alle frasette banali? Perché Gmail non può scrivere vere e proprie lettere e, consultando il mio archivio, raccontare ai miei amici lontani quello che sto facendo? Perché non può mandare messaggini “affettuosi” alla mia compagna dicendole che la penso? Oppure potremmo collegare Gmail a un database di nascite, matrimoni e decessi così i nostri contatti potrebbero ricevere automaticamente lettere di congratulazioni o condoglianze.

A questo proposito mi torna in mente Flaneur, l’applicazione ipotetica immaginata dallo scrittore Curtis Brown per le persone che disdegnano “qualsiasi tipo di contatto corporeo”. Flaneur individuerebbe un potenziale partner – la donna al bar o il tizio seduto di fronte a noi in treno – e comincerebbe a parlare con il suo telefono, dispensando informazioni sempre più intime sulla nostra vita, e ricevendo informazioni simili in cambio, per costruire gradualmente un legame sempre più profondo lasciandoci liberi di concentrarci su quello che conta veramente. Cioè il lavoro. O magari Twitter.

Con le risposte automatiche, non c’è limite al numero di rapporti sociali che possiamo avere, e non siamo neanche veramente noi ad averli

Naturalmente, la comunicazione “intelligente” ha i suoi lati negativi. Uno di questi è quello che gli economisti chiamano il paradosso di Jevons: a mano a mano che diventa più facile usare una risorsa, la sua domanda aumenta. Come l’allargamento delle autostrade incrementa il numero delle automobili che le percorrono, velocizzare le risposte farà sicuramente aumentare il numero delle email che ci arrivano. E il problema del sovraccarico non sarà affatto risolto.

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Ma ci importerà veramente? Quando saranno diventate abbastanza funzionali, le email intelligenti avranno realizzato lo scopo della loro esistenza, che è permetterci di evitare di decidere se dobbiamo introdurre qualche cambiamento radicale nella nostra vita, come interrompere un’amicizia, eliminare certi impegni o lasciare un lavoro irragionevolmente faticoso. Con le risposte automatiche, non c’è limite al numero di rapporti sociali che possiamo avere, e non siamo neanche veramente noi ad averli. Lasciamolo fare alle macchine. Così potremo occuparci solo di raggiungere i nostri obiettivi senza essere disturbati dalle richieste degli altri, tranquilli e concentrati nella nostra immacolata bolla di solitudine.

Consigli di lettura
The most human human, di Brian Christian si chiede cosa può insegnarci l’intelligenza artificiale sul significato di essere umani, e dimostra che essa rischia di trasformarci in persone “banalizzate”, mediocri e troppo simili le une alle altre.

(Traduzione di Bruna Tortorella)

Questo articolo è uscito sul quotidiano britannico The Guardian.

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