12 settembre 2021 10:03

La decisione degli Stati Uniti di ritirare le truppe dall’Afghanistan – annunciata da Barack Obama nel 2014, formalizzata da Donald Trump nel 2019 e realizzata quest’anno da Joe Biden – ha messo in allerta politici, mezzi d’informazione e servizi di sicurezza sull’altra sponda dell’Atlantico. Lo storico Max Boot ha riassunto sul Washington Post l’opinione prevalente delle élite diplomatiche, denunciando “il disastroso e tragico errore” di Biden. Tony Blair ha addirittura definito “stupida” la decisione statunitense, sostenendo che le truppe inviate in Afghanistan alla fine del 2001, quando lui era il primo ministro del Regno Unito, avrebbero dovuto restare lì. E pazienza se, nonostante l’arrivo di denaro e soldati dall’occidente, negli ultimi anni la povertà e la violenza hanno devastato l’Afghanistan, creando una situazione che ha permesso al gruppo Stato islamico di rafforzarsi e ai taliban di conquistare rapidamente l’intero paese.

In realtà le critiche nei confronti dell’inevitabile ritiro degli Stati Uniti suggeriscono che la vera minaccia per la sicurezza e la credibilità dell’occidente non nasce da quello che succede nelle campagne dove abitano i pashtun o da un ipotetico ritorno di Al Qaeda, ma dalle riflessioni che si fanno a Washington.

Le generazioni più giovani probabilmente non si ricordano i grandiosi piani annunciati nel 2001 dai leader angloamericani. All’epoca Tony Blair parlò di portare la salvezza non solo agli afgani ma anche “alle persone affamate, disperate, impoverite e ignoranti che vivono nello squallore, dai deserti del Nordafrica alle baraccopoli di Gaza”. Nell’ottobre del 2001 Max Boot dichiarò che “oggi l’Afghanistan e altre terre martoriate hanno bisogno del tipo di amministrazione straniera illuminata che un tempo era fornita da inglesi sicuri di sé, in pantaloni alla cavallerizza e caschi coloniali”. Leggendo questi deliri neoimperialisti nel 2001 mi tornavano alla mente le parole di Hannah Arendt in Le origini del totalitarismo. Il “fardello dell’uomo bianco”, scrisse negli anni quaranta, era “l’ipocrisia o il razzismo”, e quelli che lo accettavano erano “tragici e donchisciotteschi giullari dell’imperialismo”.

La storia non insegna
Nel 2001 sembrava che le élite occidentali non avessero imparato nulla dal loro passato, dai disastri provocati dagli inglesi sicuri di sé. Non avevano capito neanche la lezione della decolonizzazione, cioè che i popoli non bianchi non avrebbero più sopportato le occupazioni dei bianchi, a prescindere dalla situazione nel loro paese. Questa tendenza è stata esplicitata dalla figura meno “taliban” possibile: Gandhi, che durante la seconda guerra mondiale lanciò una campagna contro il Regno Unito, invitandolo a lasciare l’India a dio o “all’anarchia”.

Nel 2021 scopriamo che alcune élite occidentali sono ancora inconsapevoli del proprio passato fatto di incapacità di governare e vergognose ritirate. E come se non bastasse, ubriache di potere, non hanno imparato nulla nemmeno dal presente, nello specifico dalla serie di fallimentari interventi in Iraq, Yemen, Somalia e Libia che hanno partorito il gruppo Stato Islamico, al cui confronto i taliban sono dei moderati. Queste élite non capiscono che il ritiro statunitense dall’Afghanistan ha un significato che nessun disimpegno imperiale del passato ha mai avuto. Prima di tutto è sostenuto dalla volontà popolare: la maggioranza dell’opinione pubblica occidentale ha voltato le spalle da tempo alle guerre infinite e infruttuose volute dai suoi leader.

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La stessa natura della guerra è cambiata. Nel suo nuovo libro Humane. How the United States abandoned peace and reinvented war lo studioso di diritto Samuel Moyn dimostra come a partire dagli ultimi anni dell’amministrazione Bush, e sempre di più nel corso delle amministrazioni Obama e Trump, le missioni militari convenzionali hanno lasciato spazio alle operazioni con i droni e i missili. Le guerre interminabili tanto amate dalle élite occidentali non sono al capolinea, sono semplicemente diverse e meno vistose. Gli stivali sul campo, i pantaloni alla cavallerizza e i caschi coloniali oggi sono stati sostituiti dai robot.

Riguardo al mito della “costruzione di una nazione”, dopo vent’anni di fallimenti nessuno crede più che un flusso di soldi provenienti dall’estero (che spariscono quasi sempre nelle tasche dei contractor militari e dei signori della guerra) possa aiutare a costruire un’economia moderna, figuriamoci una democrazia. “Date una possibilità alla guerra”, scrisse Thomas Friedman nel 2001 mentre gli Stati Uniti bombardavano l’Afghanistan. Ma le guerre neoimperialiste e le crociate umanitarie di inizio millennio erano fuori tempo massimo. Mettere in gioco la sicurezza e la credibilità degli Stati Uniti è stata una pazzia.

La ricomparsa dei taliban riproporrà la fantasia machista della battaglia occidentale per “salvare” i nativi arretrati. La verità è che anche l’occidente, come l’Afghanistan, ha bisogno di essere salvato dai giullari donchisciotteschi dell’imperialismo.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

Questo articolo è uscito sul numero 1425 di Internazionale. Compra questo numero | Abbonati