03 marzo 2017 17:50

“La storia”, diceva il rivoluzionario Andrej Željabov, “evolve molto lentamente e a volte occorre darle una spintarella sul didietro”. Gli eroi politici virili (di destra come di sinistra) femminilizzano volentieri la storia per poterla stuzzicare un po’. Eppure, né Théo né la storia hanno bisogno di qualcuno che dia loro una spinta. Perché si sbagliano: il didietro della storia salta come il culo di una lepre o come una particella.

Einstein aveva del fenomeno una comprensione migliore di quella dell’amico di Lenin: la fisica attira a sé la relatività del movimento, che dipende sempre dallo spazio-tempo dell’osservatore. La storia cambia, mentre noi ci ostiniamo a credere, con lo sguardo fisso sui piccoli schermi dei nostri telefoni cellulari, che tutto rimanga stabile: c’è ancora la guerra fredda, siamo ancora negli anni trenta, ai tempi dell’impero coloniale, all’epoca dell’apartheid, dell’inquisizione, delle crociate e così via. La nostra percezione è così conservatrice che ci è più facile sentire il vento del paleolitico che respirare le nubi biochimiche di oggi.

Eppure oggi la Francia è Théo. La storia non si ferma. È la nostra percezione che non smette di premere sul pedale del freno. Ossessionati dalle idee contraddittorie ma reciprocamente complementari di natura e progresso lineare, non siamo in grado di calcolare il movimento hip-hopeggiante della storia, il che c’impedisce di salire sul treno giusto al momento desiderato. Alcuni credono che il treno che sta passando sia quello di Trump, della Brexit o di Marine Le Pen. Ma questi non sono che i riflessi dei vecchi treni chiamati patria, stato-nazione, grammatica nazionale, sanità nazionale, paradiso nazionale, mascolinità nazionale, purezza della razza nazionale, stupro nazionale o campo di concentramento nazionale. Nel frattempo il didietro della storia fugge lontano mentre noi restiamo fermi.

Attraversiamo un momento di crisi epistemologica. Viviamo un mutamento di paradigma delle tecnologie dell’iscrizione, una mutazione delle forme collettive di produzione e d’immagazzinamento delle conoscenze e della verità.

Ogni contesto, ogni svolta ci obbliga a ripensare il come e il perché dell’organizzazione e dell’azione rivoluzionaria

Qualsiasi macchina che manipoliamo quotidianamente possiede una capacità diecimila volte superiore all’intelligenza di un singolo essere umano: essa compila, gestisce e analizza i dati. Abbiamo sequenziato il nostro stesso dna. Possiamo intervenire nella struttura genetica degli esseri viventi. Modifichiamo intenzionalmente i nostri cicli ormonali e siamo capaci d’intervenire nei processi riproduttivi. Usiamo tecnologie nucleari i cui residui radioattivi resteranno nel terreno ben oltre il momento dell’estinzione della nostra specie e la cui manipolazione accidentale potrebbe portare all’apocalisse. Abbiamo lasciato campo libero alle macchine e nel frattempo vogliamo che le tecnologie di produzione, di soggettività e di governo collettivi rimangano immutabili.

Per la sua gravità (il potenziale e il rischio) il momento storico che viviamo potrebbe essere paragonato, sul piano evolutivo, al periodo durante il quale, quando non eravamo altro che degli animali, inventammo il linguaggio come tecnologia sociale. Questa trasformazione fu accompagnata da un’ipertrofia della funzione simbolica e segnata dalla consacrazione di un tempo “inutile” (in termini produttivi) consacrato al rito e alla narrazione. Un’attenzione letteralmente delirante verso l’inesistente e l’invisibile.

Terrence McKenna, etnobotanista e teorico della cultura rave prematuramente scomparso, sosteneva che fossimo delle scimmie la cui corteccia neuronale era esplosa dopo l’assunzione accidentale del fungo allucinogeno Psilocybe cubensis. Se fosse vero, è sicuramente giunto il momento di assumere una nuova dose.

Ogni contesto, ogni svolta ci obbliga a ripensare il come e il perché dell’organizzazione e dell’azione rivoluzionaria. Oggi le tecnologie della soggettività e del governo che la modernità ha inventato per legittimare la supremazia sessual-coloniale dell’occidente sul resto del pianeta sono in crisi: la mascolinità bianca in quanto incarnazione dotata di sovranità politica totale e del monopolio delle tecniche di violenza (incarnate dal manganello), il soggetto inteso come consumatore libero, la democrazia rappresentativa e il sistema partitico.

La Francia è Theo
Dopo le rivolte del 1999 a Seattle, le insurrezioni delle periferie francesi del 2005, le manifestazioni pacifiche di piazza Tahrir al Cairo, della Puerta del sol a Madrid, di piazza Syntagma ad Atene, i movimenti crescono in grandezza e in intensità. La Francia è Theo. I treni della storia che si profilano all’orizzonte sono le lotte dei diversi soggetti politici subalterni che scardinano l’egemonia maschile bianca e che attaccano la figura del libero consumatore.

La trasformazione potenziale di queste lotte che cooperano tra loro non può essere sfruttata dalla logica dei partiti, né ridotta a qualche seggio. Non ci rappresentano. Trans-femminismo, politiche di decolonizzazione, antiproduttivismo: la trasformazione politica non può nascere che dal doppio processo d’insurrezione e d’immaginazione. Di disobbedienza civile e di scuotimento della percezione. Di destituzione e di creazione fondatrice. Di rivoluzione e di tecnosciamanesimo.

Nel 1849, quando le suffragette lottavano per estendere il diritto di voto alle donne, l’operaia socialista e femminista Jeanne Deroin sovvertiva la grammatica della democrazia machista candidandosi alle elezioni legislative. Deroin insegna che esiste una strada possibile per l’azione rivoluzionaria. Non ci rappresentano. Théo presidente. Che sia giunto per noi il momento di mangiare un nuovo fungo allucinogeno, per poter finalmente vedere la storia?

(Traduzione di Federico Ferrone)