10 settembre 2009 00:00

Loose Salute, The end

“And in the end/ the love you take/ is equal to the love/ you make”: fine corsa, fine carriera, fine del finalone a effetto di Abbey Road. Sarebbe rimasto l’ultimo pezzo dell’ultimo lp dei Beatles se non fosse stato per un disguido tecnico e la piccola coda country di Her Majesty, che già prelude all’eterno ritorno dei Beatles. E ora Abbey Road compie quarant’anni e rispunta anche sui tazzoni del caffelatte nelle edicole spagnole con El País (prima uscita di una serie). Prevedibile l’operazione del mensile britannico Mojo: prendere una manciata di nomi interessanti alt.rock (Cornershop, Low Anthem, Robyn Hitchcock) e assegnare a ognuno un pezzo dell’ultimo album beatlesiano. Per quanto si sforzino con larghi gesti di pop epico, questi britannici di grande aspirazione non possono avere l’anima sciupata di Paul McCartney.

The Doors, The end

Nel 1967, due anni prima dell’ultimo album dei Beatles, c’era stato il primo dei Doors, che finiva con questi dodici minuti, ipnotici o strazianti, a scelta. Ispirato dalla fine di uno dei tanti amorazzi di Jim Morrison, il pezzo era stato rodato dal vivo, come gran finale. Trent’anni fa, poi, Francis Ford Coppola ebbe il genio di utilizzarlo come cornice di Apocalypse now: mixato con pale di elicotteri, detonazioni e respiro di giungla nera, è un pezzo perfetto. Meglio evocato come magnetico accompagnamento di un lungo viaggio verso la fine, che ascoltato da solo.

Blur, To the end

Una quindicina d’anni fa, sembravano loro (insieme e contro gli Oasis) i legittimi pretendenti al ruolo di regnanti post-Beatles del brit-pop: Parklife, del 1994, rimane il capolavoro. Poi si sono dispersi tra mille rivoli di creatività, e sono un po’ finiti senza essersi mai davvero sciolti. Ma Damon Albarn e gli altri hanno lasciato bei momenti: questo pezzo, uscito in versione casereccia, poi reinciso con la seduzione coquette di Françoise Hardy, e arricchito di un videoclip che gioca a L’anno scorso a Marienbad (proprio non riuscivano a non fare gli strafichi a oltranza) resta un raro esempio di economia sentimentale all’inglese, discorso su un amore in frantumi e perfetto elegante rimpianto pop. E nemmeno l’hanno inserito nella nuova antologia Midlife. Dove andremo a finire.

Internazionale, numero 812, 11 settembre 2009