29 settembre 2020 17:38

1. Laurianne Langevin, Cyrille Doublet, La bicyclette
“Il y avait Fernand, y’avait Firmin, y’avait Francis et Sébastien… et puis Paulette”. Nostalgie di poliamori adolescenti e di melodie sempre verdi, foglie morte, romanticherie d’autunno senza fronzoli ma fatte a modo? Ci pensano due artisti francesi, classe 1977, lei danseuse e cantante lui letterato, uomo di teatro, pianista: scaraventati in uno studio di Mantova a rielaborare tutte le loro chanson preferite per un album che s’intitola Paris/Piaf (ma la canzone della bici è campagnola, e la cantava Yves Montand).


2. Tamar Aphek, Show me your pretty side
Nemmeno il tempo di dire Shana Tova, ricordarsi di Rosh haShana, celebrare gridando lo Yom Teruah, ed ecco colei che fu definita la “guitar goddess” di Tel Aviv avanzare, marpiona con questo singolo un poco losco, da infiltrata di una di quelle serie tv israeli che tanto fanno impazzire, e lei che ancora si raccomanda: “Don’t blow my cover”, non far saltare la mia copertura. Un po’ dark lady attorniata da ombre e sassofoni e da queste sue chitarre ammaestrate da film noir, aspettando l’alba e l’album All bets are off, in arrivo il 29 gennaio.


3. Kublai, Orfano e creatore
Un ostinato giro armonico, l’eco di un basso gutturale mongolo tipo canti xöömej, un lieve beat elettronico e Marco Polo il giramondo può passeggiare a piacere con il suo amico Kublai Khan, imperatore prigioniero del suo palazzo (il “pleasure dome” di S.T. Coleridge e dei Frankie Goes to Hollywood). Legame forte tra amici mitici, rievocato sotto forma di finzione; canzone enigmatica, psichedelica di un cantautore (Teo Manzo) con un producer (Filippo Slaviero); favola orientale illustrata con video animato, idea di Riccardo Riccardi, che non c’è più.


Questo articolo è uscito sul numero 1377 di Internazionale. Compra questo numero | Abbonati