Una manifestazione per il sì al referendum sul cambio del nome, e l’entrata nell’Ue e nella Nato, a Prilep, Macedonia, 26 settembre 2018. (Ognen Teofilovski, Reuters/Contrasto)

Macedonia, un referendum per aiutare a stabilizzare i Balcani

Una manifestazione per il sì al referendum sul cambio del nome, e l’entrata nell’Ue e nella Nato, a Prilep, Macedonia, 26 settembre 2018. (Ognen Teofilovski, Reuters/Contrasto)
28 settembre 2018 10:29

La questione può sembrare assurda: si tratta di cambiare nome a un paese. Eppure l’aumento della temperatura provocato dal referendum che si svolgerà il 30 settembre in Macedonia non va trascurato, anche perché nasce dalle ferite storiche che rendono i Balcani una zona ancora instabile ai confini dell’Unione europea.

Se domenica 30 settembre vincerà il sì, una delle varie cause di questa instabilità potrebbe sparire.

Da quasi trent’anni, infatti, Grecia e Macedonia si scontrano sul nome di quest’ultima, territorio dell’ex Jugoslavia diventato indipendente nel 1991. Atene non accetta il nome “Macedonia” perché teme che il vicino possa nutrire ambizioni espansionistiche sulla provincia greca che porta lo stesso nome.

Dal 1991, il paese è indicato con l’espressione contorta “Repubblica ex jugoslava di Macedonia”, e Atene ha sempre posto il veto su qualsiasi velleità di Skopje di entrare a far parte dell’Unione europea o della Nato.

Alla fine, a quanto pare, la ragione ha prevalso. Gli attuali governi di Grecia e Macedonia hanno trovato un compromesso: “Repubblica di Macedonia del Nord”, per distinguere chiaramente lo stato dalla provincia greca.

Ma non è così semplice. I nazionalisti di entrambi i paesi gridano al tradimento. In Grecia sono state organizzate grandi manifestazioni di protesta e il primo ministro Alexis Tsipras è stato criticato aspramente dai suoi oppositori, tra cui il compositore Mikis Theodorakis, 92 anni, un tempo impegnato nella lotta contro la dittatura.

In Macedonia la situazione è ancora più complessa. Il presidente George Ivanov ha chiesto il boicottaggio del referendum organizzato dal primo ministro Zoran Zaev parlando di “suicidio nazionale”. Come se non bastasse, la formulazione della domanda del referendum associa il nuovo nome a un’annessione del paese all’Ue e alla Nato, garanzie di prosperità e sicurezza. Dunque è impossibile pronunciarsi contro il cambiamento di nome senza bloccare la strada verso Bruxelles.

Alla fine il sì dovrebbe prevalere, almeno stando ai sondaggi. Ma c’è una grande incertezza sull’affluenza, che deve superare il 50 per cento per rendere valida la consultazione. Evidentemente l’appello al boicottaggio lanciato dal presidente indebolisce il processo.

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La Macedonia occupa un territorio piccolo e ha una popolazione che non supera i due milioni di abitanti, ma la posta in gioco va oltre i confini del paese. Quasi tre decenni dopo lo smembramento dell’ex Jugoslavia a causa di una guerra terrificante, la regione è ancora instabile. La Slovenia e la Croazia sono entrate nell’Unione, ma gli altri paesi sono ancora lontani, anche se quest’anno Bruxelles ha definito una strategia per accompagnarli verso l’obiettivo finale.

I focolai di tensione, però, restano numerosi, a partire dal Kosovo che non è ancora riconosciuto dalla Serbia fino alla Bosnia-Erzegovina in preda a forze centrifughe, per non parlare delle brame delle potenze esterne – Russia, Cina, Turchia e paesi occidentali – che nei Balcani vedono un campo di battaglia per le loro ambizioni e le loro influenze. Ecco perché sarebbe una buona notizia vedere una Macedonia, anche se “del nord”, finalmente stabilizzata.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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