Il presidente francese Emmanuel Macron, il ministro della cultura Franck Riester (il primo a sinistra) e il presidente dell’istituto del mondo arabo Jack Lang (il secondo da sinistra) visitano il tempio di Abu Simbel nel sud dell’Egitto, 27 gennaio 2019. (Ludovic Marin, Afp)

L’equilibrismo di Macron sui diritti umani in Egitto

Il presidente francese Emmanuel Macron, il ministro della cultura Franck Riester (il primo a sinistra) e il presidente dell’istituto del mondo arabo Jack Lang (il secondo da sinistra) visitano il tempio di Abu Simbel nel sud dell’Egitto, 27 gennaio 2019. (Ludovic Marin, Afp)
28 gennaio 2019 13:52

Come deve comportarsi un paese europeo con uno stato come l’Egitto, dove la situazione dei diritti umani è disastrosa? Dal 27 gennaio, Emmanuel Macron deve affrontare questo dilemma, lo stesso che ha attanagliato tutti i presidenti senza che nessuno sia mai riuscito a trovare un equilibrio tra indifferenza e ingerenza, tra interessi e difesa dei valori.

Nell’ottobre 2017 Emmanuel Macron aveva creato parecchia delusione quando, durante una visita a Parigi del presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi, aveva dichiarato di non voler “dare lezioni” all’Egitto astenendosi da qualsivoglia commento pubblico sullo stato dei diritti umani nel paese.

Quindici mesi più tardi le cose sono cambiate, non foss’altro, come ha ammesso Macron, per il fatto che la situazione è considerevolmente peggiorata, con decine di migliaia di prigionieri politici, legati ai Fratelli musulmani e non solo. Tutta la società civile è colpita: giornalisti, intellettuali, militanti, omosessuali.

Salvare la faccia
Arrivato al Cairo, Emmanuel Macron ha deciso di parlare pubblicamente di questo tema delicato, in un paese con cui la Francia mantiene un rapporto stretto, che rappresenta un importante cliente dell’industria della difesa francese e con cui Parigi vorrebbe sviluppare scambi commerciali e grandi contratti, come quello per l’estensione della metropolitana del Cairo.

Il presidente francese ha esitato prima di partire per l’Egitto e ha rischiato seriamente di annullare la visita, per poi spiegarsi apertamente, al telefono, con il suo collega egiziano. La Francia difende casi individuali emblematici, con la speranza che i prigionieri in questione siano liberati sull’onda della visita di Macron (per salvare la faccia di una sovranità nazionale puntigliosa), e contesta la legge sulle ong, giudicata eccessivamente restrittiva.

Al Cairo, davanti ai mezzi d’informazione, Macron ha sottolineato che la popolazione egiziana oggi ritiene che la situazione sia più difficile rispetto ai tempi del regime di Mubarak, caduto otto anni fa sotto i colpi della rivoluzione di piazza Tahir. “Questo è paradossale e nefasto per il paese e per la sua stabilità”, ha dichiarato Macron.

Il cambiamento di tono si accompagna a contatti con la società civile egiziana ai margini della visita, e segna un contrasto netto con il rifiuto di immischiarsi dell’ottobre 2017. Macron non vuole rinunciare ai rapporti stretti con l’Egitto (inclusi quelli militari), anche perché è convinto che Il Cairo si limiterebbe a sostituire i francesi con i russi o i cinesi e questo sicuramente non migliorerebbe la situazione degli egiziani. La Francia aiuta l’Egitto sui temi strategici, come la situazione nella vicina Libia o gli equilibri interni al mondo sunnita in via di ricomposizione.

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È possibile che il difficile equilibrio tra le prese di posizione sui diritti umani e il proseguimento di alleanza tra i due paesi sia soltanto una facciata? O forse è il massimo che si possa ottenere in questo mondo competitivo senza una governance globale? Emmanuel Macron sa bene che sarà giudicato in base ai risultati. Se non ne otterrà, non avrà fatto altro che riprodurre il meccanismo dell’era di Mubarak. E sappiamo bene com’è andata a finire.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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