La giornalista Maria Ressa (al centro) arriva in tribunale, Manila, 14 febbraio 2019.

Nelle Filippine una giornalista è sotto attacco insieme alla democrazia

La giornalista Maria Ressa (al centro) arriva in tribunale, Manila, 14 febbraio 2019.
14 febbraio 2019 12:01

Si chiama Maria Ressa, è una giornalista, è una donna, è coraggiosa. Per tutti questi motivi, Maria Ressa è stata arrestata, e poi rilasciata su cauzione il 13 febbraio, a Manila, la capitale delle Filippine dove dirige un sito internet sgradito al governo.

A dicembre la rivista americana Time aveva pubblicato il suo nome in copertina insieme a quello di altri giornalisti coraggiosi di tutto il mondo, definendoli “guardiani della democrazia” e premiandoli come “personalità dell’anno” 2018. Per la rivista era un modo di rendere omaggio a Jamal Khashoggi, il giornalista saudita assassinato da uomini inviati dal governo saudita. L’omicidio di Khashoggi è stato uno degli eventi cruciali dell’anno scorso.

Maria Ressa sapeva di essere in pericolo. Ne aveva parlato a novembre, quando ha partecipato a Parigi al Forum della pace, doveva aveva incontrato Emmanuel Macron. Lo ha ribadito, con trasporto, quando ha ricevuto un premio per la libertà di stampa a New York, in autunno. Oggi rischia più di dieci anni di prigione.

Indipendente e fastidiosa
Ufficialmente l’accusa è quella di diffamazione, nata da una denuncia presentata da un imprenditore filippino. Ma Maria Ressa sa benissimo che il governo vuole farle pagare le coraggiose inchieste del suo sito, Rappler, sulle migliaia di esecuzioni extragiudiziarie messe in atto dalla polizia nella guerra contro la droga o sugli episodi di corruzione nei corridoi del potere.

Rappler è una testata indipendente e dunque fastidiosa, ed è stato fatto di tutto per ridurla al silenzio. Il sito, accusato di aver ricevuto finanziamenti dalla Cia quando in realtà i pagamenti provenivano da fondazioni private, è il bersaglio della persecuzione da parte del governo, anche perché la sua fondatrice è una donna e dunque oggetto di scherno per il maschilista presidente Rodrigo Duterte.

Il caso di Maria Ressa è sintomatico di cosa può accadere in un paese quando la democrazia vacilla, quando lo stato di diritto cede il passo a un “uomo forte”, a un autocrate democraticamente eletto.

La battaglia di Maria Ressa è nelle Filippine. Ma è anche una battaglia universale

È quello che sta accadendo nelle Filippine, paese diventato democratico dopo la caduta della dittatura di Marcos nel 1986 e che ha vissuto una palese regressione. Ma potrebbe accadere anche in Turchia, in Brasile, in Russia e in qualunque luogo dove la democrazia è in difficoltà. Anche in Europa e Stati Uniti.

Recentemente Maria Ressa aveva raccontato come le accuse contro il suo sito siano apparse inizialmente sulle reti sociali, diventate il luogo della disinformazione, per poi essere riprese dalle autorità filippine.

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La giornalista è stata particolarmente critica nei confronti di Facebook, diventato per il 97 per cento dei filippini la principale fonte di informazioni e trasformato, a suo dire, in “arma” di manipolazione. “È un veleno per la democrazia”, aveva accusato.

La battaglia di Maria Ressa è nelle Filippine. Ma è anche una battaglia universale, perché le derive che ha denunciato e il giornalismo che ha difeso sono al centro di una democrazia sotto pressione ovunque.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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