Soldati nella chiesa di San Sebastiano a Negombo, Sri Lanka, il 21 aprile 2019. (Afp)

Il silenzio dei responsabili degli attentati in Sri Lanka

Soldati nella chiesa di San Sebastiano a Negombo, Sri Lanka, il 21 aprile 2019. (Afp)
22 aprile 2019 11:21

Sottoposti al coprifuoco e privati dell’accesso ai social network, da domenica gli abitanti dello Sri Lanka stanno cercando di capire cosa è accaduto. Da dove nasce l’odio che spinge a uccidere in questo modo e proprio in questo momento così tanti uomini, donne e bambini, colpevoli soltanto di pregare un dio diverso?

Spesso descritto come un paradiso in terra, lo Sri Lanka non ha una storia pacifica. Quasi trent’anni di guerra civile con gli indipendentisti Tamil hanno visto un gran numero di attentati suicidi. Quello del 1996 alla Banca centrale di Colombo provocò la morte di novanta persone, mentre l’anno successivo un altro attentato, con un camion bomba, colpì uno dei grandi templi buddisti del paese.

La guerra civile si è conclusa quasi dieci anni fa, ma non tutti i problemi di coabitazione sono spariti nel delicato equilibrio etnico religioso dello Sri Lanka. Eppure niente lasciava pensare a un attacco organizzato e devastante come quello che domenica ha colpito la comunità cattolica e gli alberghi frequentati dagli stranieri.

I terroristi di solito vogliono anche trasmettere un messaggio, che nel caso dello Sri Lanka è per ora incomprensibile

È evidente che esiste un’organizzazione dietro gli attentati. Sei kamikaze si sono fatti saltare in aria simultaneamente in tre diverse città, ed è chiaro che per riuscirci ci siano voluti organizzazione, coordinamento e competenze tecniche che non sono alla portata di tutti. Per non parlare del sangue freddo: uno dei terroristi si è fatto esplodere mentre faceva la fila al buffet di uno dei grandi alberghi della capitale.

Tuttavia nessuno, finora, ha rivendicato gli attentati. Spesso uno degli scopi del terrorismo è quello di promuovere un’organizzazione per attrarre nuove reclute o far conoscere i propri obiettivi ed è per questo che, in diversi casi, dopo un attentato arrivano più rivendicazioni contraddittorie. Alcuni gruppi terroristici cercano di approfittare dell’impatto degli attentati compiuti da altri.

In questo caso sta accadendo il contrario, con il silenzio radio (finora) da parte di tutti i gruppi capaci di azioni di questo tipo, a cominciare dai jihadisti che fin dall’inizio sono stati in cima alla lista dei sospetti.

L’impatto dell’attentato è enorme e si farà sentire a lungo in Sri Lanka, paese turistico per eccellenza. Ma al momento l’obiettivo del governo è trovare una risposta immediata a un interrogativo: si tratta di terrorismo locale, internazionale o locale con legami internazionali?

La risposta è importante, oltre che per interpretare questo atto, per trovare un modo di reagire. Una volta trovata, infatti, sarà possibile capire perché sono stati presi di mira proprio i cattolici in un paese in cui rappresentano appena il sette per cento della popolazione. Il contesto dello Sri Lanka, paese a maggioranza buddista, è molto diverso da quello dei precedenti attentati di Pasqua compiuti in giro per il mondo, dalla Nigeria al Pakistan.

Il primo scopo del terrorismo è quello di alimentare la paura, obiettivo che, considerato il bilancio terrificante, è stato sicuramente raggiunto. Ma i terroristi, non dimentichiamolo, vogliono anche trasmettere un messaggio, che nel caso dello Sri Lanka è ancora incomprensibile. Per ora ci sono soltanto la morte e l’odio.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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