Il conservatore Boris Johnson a Barry Island, Regno Unito, il 6 luglio 2019. (Frank Augstein, Reuters/Contrasto)

Chi vuole una crisi diplomatica tra Londra e Washington 

Il conservatore Boris Johnson a Barry Island, Regno Unito, il 6 luglio 2019. (Frank Augstein, Reuters/Contrasto)
09 luglio 2019 10:38

La pubblicazione di cablogrammi diplomatici riservati è un grande classico e un inevitabile motivo d’imbarazzo. Vi ricordate di quelli rivelati da WikiLeaks qualche anno fa?

Nei cablogrammi i diplomatici sono liberi di esprimersi in via confidenziale senza misurare i termini. È esattamente quello che ha fatto l’ambasciatore britannico a Washington quando ha descritto un Donald Trump “inetto” e “incompetente” alla guida di un’amministrazione disfunzionale.

La pubblicazione di queste frasi da parte della stampa ha prodotto una doppia onda d’urto, compromettendo i rapporti tra Londra e Washington (lunedì Donald Trump ha risposto duramente all’ambasciatore) e sollevando inquietanti interrogativi sull’origine e lo scopo del furto di documenti. Il governo di Theresa May, agli sgoccioli in attesa dell’elezione del prossimo inquilino di Downing street, è al centro di questa doppia tempesta.

Chi trae beneficio dalla pubblicazione dei cablogrammi? Chi ha interesse a far circolare un documento che non contiene alcuna rivelazione ma ha un enorme potenziale destabilizzante?

Se davvero i Tory si sono ridotti a utilizzare questo genere di trappole c’è da preoccuparsi

Tutti gli indizi puntano in direzione dei promotori della Brexit. La giornalista all’origine della pubblicazione dei cablogrammi da parte del Mail on Sunday è famosa per le posizioni pro Brexit e i legami con Nigel Farage, leader della campagna per l’uscita del Regno Unito dall’Unione.

Ma qual era l’obiettivo di questa manovra? Semplicemente quello di rivelare le opinioni di un ambasciatore ostile al presidente degli Stati Uniti, sostenitore di Nigel Farage, per provocarne la sostituzione con un diplomatico più compiacente o addirittura con lo stesso Farage, come suggerito proprio da Trump?

O si tratta invece di una manovra più complessa, destinata a destabilizzare Jeremy Hunt, capo della diplomazia britannica e dunque anche dell’ambasciatore al centro dello scandalo, ma soprattutto principale candidato insieme a Boris Johnson alla leadership del Partito conservatore e di conseguenza alla carica di primo ministro? Se davvero i Tory si sono ridotti a utilizzare questo genere di trappole c’è da preoccuparsi e non poco.

Sono passati ormai tre anni dal referendum sull’adesione, e ancora il Regno Unito non ha lasciato l’Unione europea. Nel frattempo i termini del dibattito si sono inaspriti e a farne le spese è stata Theresa May, costretta a gettare la spugna.

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L’ultimo episodio è attualmente in corso, con la campagna per la scelta del successore di May da parte degli esponenti del Partito conservatore. Il voto dei 160mila iscritti avrà luogo tra meno di due settimane. La sfida tra Johnson e Hunt è senza esclusione di colpi.

Lunedì Peter Ricketts, ex ambasciatore britannico a Parigi, ha espresso sul Guardian tutta la sua indignazione per il fatto che alcune persone all’interno del sistema utilizzino a fini politici il loro accesso a informazioni riservate, senza preoccuparsi dei danni potenziali per il paese.

Effettivamente è ciò che è accaduto, e questo la dice lunga sul clima in cui il Regno Unito vivrà fino al prossimo 31 ottobre, giorno in cui la Brexit dovrebbe diventare effettiva. Ironia della sorte, la scadenza coincide con Halloween.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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