20 luglio 2020 11:58

Il 14 luglio il consulente per la sicurezza nazionale della Casa Bianca Robert O’Brien e il suo vice Matt Pottinger si trovavano a Parigi, ma non per assistere alla cerimonia della festa nazionale francese. I due, infatti, avevano chiesto di incontrare i loro colleghi francesi, tedeschi, britannici e italiani per parlare di un argomento preciso: la Cina.

Quella stessa mattina, tra l’altro, il governo di Boris Johnson aveva ceduto alle amichevoli pressioni di Washington annunciando l’esclusione del fornitore cinese Huawei dalla rete 5g del Regno Unito, con il ritiro, entro il 2027, di tutte le apparecchiature già installate.

Gli statunitensi non hanno alcuna difficoltà ad argomentare la loro crociata contro Pechino. Matt Pottinger conosce bene l’argomento: esperto di cultura cinese, è stato corrispondente del Wall Street Journal da Pechino a cavallo tra i due millenni, prima di dimettersi in seguito agli attentati dell’11 settembre 2001 per unirsi ai marines in Afghanistan. Oggi Pottinger è uno dei principali architetti della strategia di Washington contro il regime cinese. I motivi per contrastare Pechino non mancano.

Responsabilità innegabile
Al di là della guerra commerciale scatenata da Donald Trump, infatti, la Cina è giustamente finita sul banco degli imputati per il trattamento riservato agli uiguri dello Xinjiang, per la militarizzazione del mar Cinese meridionale, per la gestione del covid-19 e per la stretta nei confronti di Hong Kong, con l’imposizione di una legge sulla sicurezza che secondo i ricercatori Jean-Pierre Cabestan e Laurence Daziano ha tutta l’aria di una “seconda cessione” di Hong Kong alla Cina dopo quella del 1997.

L’amministrazione Trump ha deciso di “contenere” e “scollegare”, ovvero di bloccare la Cina in tutti gli ambiti possibili – economico, tecnologico e politico – imponendo sanzioni individuali anche nei confronti del comitato centrale del Partito comunista cinese (Pcc). Gli Stati Uniti stanno addirittura valutando la possibilità di negare un visto a tutti gli esponenti del Pcc, ovvero 92 milioni di cinesi, e nel frattempo spingono gli alleati in Europa e Asia-Pacifico a seguire la stessa linea, isolando la Cina.

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La responsabilità del regime di Xi Jinping per il peggioramento della reputazione della Cina è innegabile e dovrebbe portare i vertici cinesi a farsi qualche domanda, se non fosse che a Pechino i dibattiti non sono ammessi. Ma al contempo è assolutamente legittimo sollevare dubbi sulla strategia statunitense.

L’Europa condivide il parere severo di Washington sull’evoluzione del governo cinese, ma non vuole seguire ciecamente un’amministrazione che considera l’Unione come un “nemico”, manda all’aria il multilateralismo (con il ritiro dagli accordi di Parigi, da quello sul nucleare con l’Iran, dall’Oms) e minaccia di scatenare una guerra commerciale contro qualunque governo osi affermare la sua sovranità, per esempio tassando i giganti statunitensi del digitale. Il tempo dell’allineamento automatico è finito, e non c’è motivo di tornare indietro.

Il dilemma europeo è triplo: come proseguire nel segno del “my way” – la canzone di Frank Sinatra citata dal capo della diplomazia europea Joseph Borrell per spiegare che l’Unione vuole andare per la sua strada – senza con questo favorire esclusivamente Pechino? Come proteggere i propri interessi senza essere indifferenti al destino degli uiguri o di Hong Kong? Come affermare una sovranità europea che non riesce a esprimersi con coerenza? Tutto questo ad appena quattro mesi dalle elezioni statunitensi che saranno cruciali per il futuro del pianeta. La riunione di Parigi del 14 luglio dimostra che la “questione cinese” è ormai centrale, che lo si voglia o meno.

(Traduzione di Andrea Sparacino)