03 settembre 2020 09:39

Se esiste una “linea rossa” nella politica cinese è sicuramente lo status di Taiwan, l’isola separatista ormai da sessant’anni e di cui Pechino chiede la “restituzione”. L’ultima vittima della collera cinese per aver varcato la “linea rossa” è la Repubblica Ceca, dopo che il suo presidente del senato, Miloš Vystrčil, ha effettuato una visita molto politica a Taipei.

Durante la visita in Europa occidentale, destinata a contenere le critiche nei confronti di Pechino, il ministro degli esteri cinese ha attaccato Praga. Il governo cinese minaccia di “farla pagare” ai cechi per questa violazione del principio di una sola Cina, e ha scatenato una violenta campagna di stampa contro il paese dell’Unione europea.

Le minacce sono da prendere sul serio, perché Pechino ha l’abitudine di effettuare rappresaglie contro i paesi che ne provocano l’irritazione. Il Canada ne ha fatto le spese dopo l’arresto e l’avvio della procedura di estradizione negli Stati Uniti di un’importante dirigente di Huawei. Due canadesi, tra cui un ricercatore del think tank Crisis group, sono detenuti arbitrariamente da 632 giorni, ridotti al ruolo di ostaggi per fare pressione sul loro paese.

Esiste chiaramente un contesto sfavorevole che giustifica il nervosismo cinese, a cominciare dalla guerra fredda scatenata da Donald Trump contro il regime di Pechino. La Cina è ovunque sulla difensiva.

Ma quello di Taiwan è un caso particolare, perché per il Partito comunista cinese si tratta di una causa nazionale nel quadro della ricostruzione della grande Cina. Hong Kong e Macao sono tornati nell’orbita della “madre patria” negli anni novanta, dunque l’unico territorio che resta da recuperare è Taiwan. La possibilità di un compromesso non esiste.

Pechino reagisce duramente alle visite politiche sull’isola perché interrompono l’isolamento diplomatico imposto dalla Cina

Negli ultimi anni Pechino ha cercato di sedurre i taiwanesi promettendo uno status autonomo simile a quello di Hong Kong, basato sul concetto di “un paese, due sistemi”. Tuttavia la rivolta dei giovani di Hong Kong e la palese ingerenza cinese nell’ex colonia britannica hanno compromesso questi sforzi. Oggi a Taiwan, paese che può contare su un sistema democratico solido, sono in pochi a volere una “riunificazione”.

Il rischio, a questo punto, è che la Cina ricorra alla forza se la via pacifica dovesse rilevarsi impercorribile e soprattuto se i taiwanesi affermassero le proprie intenzioni di indipendenza.

È per questo motivo che Pechino reagisce duramente alle visite politiche sull’isola, che interrompono l’isolamento diplomatico imposto dalla Cina. Per ragioni strettamente politiche, per esempio, Taiwan è estromessa dall’Organizzazione mondiale dalla sanità, e questo nonostante sia in corso una pandemia.

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La vicenda rappresenta un dilemma per gli occidentali. Le grandi potenze rispettano generalmente l’impegno a riconoscere una sola Cina, e persino Trump non ha osato trasgredire più di tanto questo comandamento. Ma al contempo l’idea che una democrazia asiatica possa essere inglobata con la forza dalla Cina non è tollerabile.

Per il momento, se la minaccia cinese diventasse reale, gli europei farebbero bene a manifestare il proprio sostegno alla Repubblica Ceca. Sarebbe un passo inevitabile nel quadro della revisione della politica cinese dell’Europa unita, a costo di innervosire Pechino.

(Traduzione di Andrea Sparacino)